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Essere ecologisti costa: 164 militanti uccisi nel 2018

La strage silenziosa raccontata nel nuovo rapporto di Global Witness

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 30 Lug. 2019 alle 19:31 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:08
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Immagine di copertina
Attivista durante una dimostrazione per l'ambiente. Credit: Afp/Jaap Arriens/NurPhoto

Ci sono battaglie che da fuori sembrano solo dei vezzi, che qualcuno vorrebbe ridurre a mode per svuotarle del significato politico e che altri cercano di nascondere sotto un complottismo banalotto da rivendere un tot al chilo. Essere ecologisti, ad esempio, anche qui da noi viene trattato come se fosse una predisposizione alla critica a tutti i costi, poco di più. Eppure nel 2018, nel mondo, sono stati uccisi almeno 164 militanti ecologisti in giro per il mondo: a dirlo è il secondo rapporto annuale dell’organizzazione non governativa Global Witness che è stato pubblicato oggi e che dipinge un quadro fosco di violenza su chi si batte contro progetti minerari, deforestazioni e sfruttamento intensivo delle terre agricole.

Nel documento si legge che i morti sono “almeno 164”, visto che molti omicidi vengono silenziati e molti attivisti sono fermati con minacce e ritorsioni. “Si tratta di un fenomeno che esiste ovunque nel mondo. I difensori dell’ambiente e delle terre, di cui un numero importante appartiene a popolazioni autoctone, sono considerati spesso come dei terroristi o dei criminali. Ciò perché osano difendere i loro diritti o per il semplice fatto di abitare in territori ambiti da altri”, ha dichiarato Vicky Tauli-Corpuz, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti delle popolazioni autoctone.

Nel rapporto viene anche descritta la strage avvenuta lo scorso anno in India, nello stato di Tanil Nadu, quando, nel corso di una manifestazione contro una miniera di rame, sono morte ben 13 persone sotto i colpi della polizia. Otto invece sono le vittime morte nello stato brasiliano di Para (dove il nuovo presidente Bolsonaro ha dichiarato apertamente guerra agli ambientalisti), mentre nelle Filippine, sempre a causa di una protesta di coltivatori di canna da zucchero che provavano a difendere il proprio territorio nell’isola di Negros, sono state uccise 9 persone, compresi donne e bambini.

A livello mondiale l’estrazione mineraria è responsabile del maggior numero di omicidi (43) mentre è saluti a 17 morti il bilancio dei conflitti su progetti idrici. A causare la persecuzione, si legge nella relazione, sono la domanda di prodotti di consumo e di prodotti alimentari e la produzione di gioielli e telefoni cellulari. Molti attivisti, inoltre, sono sottoposti alle stesse pene riservate ai terroristi, ben più gravi di quelle solitamente riservate ai manifestanti. “Come vediamo precipitiamo nel cambiamento climatico e non è mai stato più importante stare con quelli che cercano di difendere la loro terra e il nostro pianeta contro la distruzione sconsiderata inflitta dai ricchi e dai potenti”, ha dichiarato Alice Harrison, un’attivista senior di Global Witness.

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