Cosa c’è davvero dietro la strategia di Jole Santelli: la governatrice allo scontro col Governo per nascondere le divisioni del centrodestra calabrese

La presidente regionale si rifugia in tutte le televisioni e si immola alla causa sul tema bar e ristoranti come una Giovanna D’Arco del tavolino. Ma lo fa per scampare alle perenni liti interne al "suo" centrodestra e, soprattutto, ai suoi Fratelli (coltelli) d’Italia

Di Alessia Bausone
Pubblicato il 6 Mag. 2020 alle 14:52 Aggiornato il 6 Mag. 2020 alle 16:07
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Credits: ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Scontro Calabria-Governo: Santelli vuole nascondere le liti nel centrodestra

La Jole nazionale da leader forzista era nota per aver sostenuto che Ruby era la nipote di Mubarak e per le passeggiate con Dudù a Palazzo Grazioli. Ora, invece, da presidente di Regione Calabria la governatrice ha deciso di strafare, entrando in rotta di collisione col governo sull’ormai noto “affaire-tavolini“, ossia la possibilità (negata da Roma, ma concessa a Catanzaro) per i bar e i ristoranti di aprire con tavoli all’aperto. Mentre la questione si è spostata sul piano giudiziario (sabato si discuterà il ricorso al TAR Calabria sul punto), Jole gira le trasmissioni e sogna Brad Pitt (come da lei spifferato a Un giorno da pecora). Ma, vista la sbronza da consenso elettorale (eletta con il 56 per cento lo scorso gennaio) e gli outfit di strass che sfoggia dalla D’Urso, c’è da chiedersi, è tutto Jole ciò che luccica?

In realtà lo scontro col Governo Conte e l’eccessiva mediaticità della questione, a cui si è unita la difesa d’ufficio di un Gasparri pronto a sfoderare le doti da fine linguista contro il Ministro degli affari regionali (Boccia bocciato!), non rappresenta il mero culto della personalità della Presidente, ma è sicuramente un escamotage utile e furbo per nascondere sotto il tappeto gli animi di un centrodestra calabrese tutt’altro che coeso.

Non solo gli imbarazzi per il vicepresidente leghista Nino Spirlì (“vecchia checca”, come lui stesso si auto-definisce); ma anche le questioni giudiziarie con l’arresto del subito ex consigliere regionale di Fdi Creazzo e lo scandalo di Villa Torano nel cosentino che ha coinvolto il ‘coordinatore preferito’ di una lista a sostegno di Jole, Claudio Parente, ex consigliere regionale di Forza Italia, ma anche contraddizioni, sgambetti reciproci e dissapori stratificati negli anni.

Basti pensare a Wanda Ferro, attuale commissaria regionale di Fratelli d’Italia e già candidata presidente della Regione per il centrodestra nell’era politica pre-Jole. Il centrodestra di governo nel 2014 approvò una legge elettorale con un colpo di mano per tenere fuori dal consiglio regionale, quale candidata presidente perdente, l’attuale segretaria della Commissione parlamentare antimafia, divenuta deputata nonostante i ‘dispetti’ dello stesso centrodestra, probabilmente di Jole, che nel 2018 la candidò nel collegio uninominale di Vibo Valentia (quindi differente da quello della sua città). L’unico in cui, in realtà, dai sondaggi era favorito il centrosinistra.

E chi propose la legge elettorale anti-Wanda? L’allora presidente del consiglio regionale Franco Talarico, attuale assessore al bilancio della giunta Santelli in quota UDC-Lorenzo Cesa. Certo, all’epoca Wanda Ferro entrò in consiglio regionale della Calabria (nel 2017) dopo un ricorso alla Corte costituzionale che, una volta accolto, vide il plauso di Jole. Che però, più o meno sottobanco, invitava l’attuale senatore di Forza Italia Giuseppe Mangialavori a fare ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione del TAR che, applicando la decisione della Consulta (sentenza 243/2016) apriva alla Ferro (e chiudeva a lui) le porte del Consiglio regionale e del gruppo misto, anticamera del suo traghettamento nel partito della Meloni.

Il primo atto di Wanda consigliera regionale? Una formale proposta di costituzione di una commissione di inchiesta sulla legge elettorale, firmata anche da Domenico Tallini (attuale presidente del Consiglio regionale) e Fausto Orsomarso (attuale assessore regionale al turismo)

In tale occasione, la Ferro sottolineava che “le modalità del tutto inconsuete e i tempi (altrettanto anomali) con i quali il legislatore ha modificato la legge elettorale (i cui effetti si sono rivelati completamente differenti dagli obiettivi dichiarati), la declaratoria parziale di incostituzionalità della legge e il fondato dubbio che vi possano essere ulteriori profili di incostituzionalità impone lo svolgimento di un’inchiesta sull’attività amministrativa svolta, trattandosi di questione di interesse regionale e generale e avente ad oggetto la legge fondamentale dei diritti democratici e la garanzia della sovranità popolare”. Certo, perché quella legge elettorale regionale era stata approvata senza la preventiva assegnazione ad una commissione consiliare, con una relazione di accompagno identica al progetto di legge e con un testo abbondante di difetti e imprecisioni.

Del prosieguo di tale lodevole iniziativa non vi è traccia, ma la deprecabile prassi calabrese dell’interpretazione “elasticissima” di leggi e regolamenti per far fronte ad esigenze estemporanee e problematiche politiche, invece, continua. Basti pensare che lo stesso bilancio di previsione della Regione Calabria è stato approvato il mese scorso senza il passaggio nella relativa commissione consiliare (ancora non costituita, unitamente alle altre, per mancati accordi nel centrodestra).

Ecco perché forse Jole Santelli si rifugia in tutte le televisioni e si immola alla causa contro il Governo come una Giovanna D’Arco del tavolino, probabilmente per scampare dalle perenni liti interne al ‘suo’ centrodestra e, soprattutto, ai suoi Fratelli (coltelli) d’Italia.

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