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Sardine, la lettera dei quattro fondatori: “Non saremo mai un partito, sarebbe come mettere confini al mare”

Il movimento nato il 14 novembre a Bologna pubblica una lettera sul quotidiano la Repubblica

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 20 Dic. 2019 alle 08:53 Aggiornato il 20 Dic. 2019 alle 09:11
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Immagine di copertina

La lettera delle sardine a Repubblica

“Caro direttore, il 14 novembre eravamo quattro trentenni come ce ne sono tanti in tutta Italia. Roberto in ufficio, Giulia in ambulatorio, Mattia in palestra, Andrea in piazza a farsi carico delle questioni logistiche. ‘Ma non dovresti essere qui, dovresti essere in piazza a prepararti per stasera’, ci veniva detto da clienti, pazienti, mamme e colleghi. Dopo poche ore piazza Maggiore sarebbe stata strabordante di Sardine“, così Andrea Garreffa, Roberto Morotti, Mattia Santori e Giulia Trappoloni, ovvero gli ideatori del movimento delle sardine aprono la propria lettera pubblicata oggi, venerdì 20 dicembre, da Repubblica. 

Il messaggio principale degli organizzatori della manifestazione di piazza Maggiore il 14 novembre scorso è quello di “non voler diventare un partito” perché “dare una cornice è come mettere confini al mare”.

“Questo fenomeno deve rimanere in tutto e per tutto spontaneo, nutrirsi della ritrovata voglia di partecipare delle persone, e al contempo riproporre ogni volta, in chiave locale, le emozioni di piazza Maggiore”, ribadiscono sul quotidiano Mattia, Roberto, Andrea e Giulia, fugando ogni dubbio sorto dopo la riunione nazionale del 15 dicembre a Roma, quando la possibilità di diventare un partito in futuro era stata lasciata aperta.

Nella lettera i quattro 30enni bolognesi raccontano quello che è successo in un mese di proteste, da quando i giornalisti che avevano rincorso per dare visibilità al movimento li ignoravano a quando sono invece diventati la loro ombra.

“È buffo ripensare a quanto fossimo infastiditi da quell’unica telecamera presente a Bologna: la piazza non ha bisogno di eroi, rivendicavamo con convinzione. Tre giorni dopo, a Modena, le telecamere sarebbero state una dozzina. Un mese dopo, a Roma, un centinaio”.

All’inizio pensavano che le sardine si sarebbero fermate ai movimenti spontanei nati sulla scia del primo a Modena, Firenze o Sorrento, ma poi loro stessi prendono la decisione che li avrebbe “sconvolto la vita“.

“Decidiamo che l’Emilia Romagna non è la sola terra in cerca di un modo per esprimere un sentire diffuso, e diamo vita a un coordinamento nazionale, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di un fenomeno culturale e sociale di resistenza all’avanzata del populismo e dei suoi meccanismi di attecchimento”.

“Trovavamo  iusto che il messaggio di rivalsa e speranza lanciato a Bologna potesse rivivere in tutte le piazze d’Italia”, raccontano i quattro ideatori.

“La forza delle Sardine è collegare il virtuale al reale, e non c’era niente di meglio che favorire la nascita di un fenomeno sociale fatto di individui in carne e ossa, capaci di mostrare che le piazze, virtuali e reali, sono di tutti”, scrivono.

“In 30 giorni si erano riempite 92 piazze in tutta Italia, a cui si sono aggiunte 24 piazze estere, europee e statunitensi. Circa mezzo milione di persone sono uscite di casa, al freddo e sotto la pioggia, per dire che la loro idea di società non rispecchiava per nulla quella presentata dall’attuale destra italiana, quella stessa destra che non perde occasione per affermare di avere il popolo dalla sua parte”, affermano, e continuano:

“Ogni piazza è stata diversa: per età, genere e provenienza politica. Nonostante gli attacchi e le sirene del populismo abbiano iniziato a mitragliare, le persone si sono fidate, hanno continuato a fidarsi. E lo hanno dimostrato diventando Sardine e riempiendo le piazze. Dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia. Dai feudi rossi alle roccaforti leghiste… Contribuendo ad inondare i giornali, i social e il web di foto di piazze gremite”.

Adesso la strada diventa impervia perché, dopo il “congresso” di domenica, il movimento deve essere più strutturato per arrivare anche nelle periferie.

“La strada è lunga, lo sappiamo. La fretta è il nostro più grande nemico, sappiamo anche questo. Tutto sta nel trovare il ritmo giusto e soprattutto nel mantenere, proteggere e curare quel dialogo che ci ha permesso di vivere e condividere una mattinata che rimarrà nei nostri cuori per sempre”, scrivono i quattro bolognesi sulla riunione del 15 dicembre allo “SpinTimeLabs” di Roma.

“L’Italia è nel mezzo di una rivolta popolare pacifica che non ha precedenti negli ultimi decenni. Chi cercherà di osteggiarla sentirà solo più acuto il fischio, chi tenterà di cavalcarla rimarrà deluso”.

“La forma stessa di un partito sarebbe un oltraggio a ciò che è stato e che potrebbe essere. E non perché i partiti siano sbagliati, ma perché veniamo da una pentola e non è lì che vogliamo tornare”.

“L’unica certezza che abbiamo è che siamo stati sdraiati per troppo tempo. E che ora abbiamo bisogno di nuotare“, concludono le sardine.

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