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“Solo a Roma chiuderanno 5mila bar e ristoranti. Questo Dpcm una condanna a morte”: Confesercenti a TPI

Il presidente di Fiepet Confesercenti della Capitale, Claudio Pica, trattiene a stento la rabbia: "Si è scelto di penalizzare poche categorie. Conte ci aveva fatto altre promesse. Siamo pronti a protestare, ma senza violenze"

Di Carmelo Leo
Pubblicato il 26 Ott. 2020 alle 16:27
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Immagine di copertina

Confesercenti Roma a TPI: “Dpcm condanna a morte bar e ristoranti”

“Il nuovo Dpcm ci ha condannati a morte: non colpisce solo bar e ristoranti, ma tutta la filiera agroalimentare, soprattutto a Roma. Ci saranno perdite da capogiro, per molte attività sarà il punto di non ritorno. Si è scelto di penalizzare poche categorie, ma noi non siamo untori. Il premier Conte ci aveva fatto altre promesse: ora siamo pronti a protestare”. Trattiene a stento la rabbia Claudio Pica, presidente della Fiepet Confesercenti di Roma, che commenta a TPI il contenuto dell’ultimo Dpcm, in vigore da oggi. Quello che, tra le altre misure, ha previsto la chiusura di bar e ristoranti alle 18. “Solo nella Capitale – annuncia il presidente della Federazione italiana degli esercenti pubblici e turistici – entro fine anno chiuderanno così 5mila aziende. Soprattutto nelle grandi città e nei centri storici, i primi a svuotarsi. Il Governo dia un ristoro più che adeguato a ognuno di questi gestori”.

Presidente, quali saranno le conseguenze dell’ultimo Dpcm sul giro d’affari di questo tipo di attività?
Su Roma e provincia, la chiusura colpisce l’intera filiera dell’agroalimentare, non solo il settore dei ristoranti e bar: i coltivatori, i lavoratori del settore della logistica e della distribuzione. Si stima una perdita di oltre 800 milioni di fatturato, con possibilità di ricadute anche in termini occupazionali. Se la situazione attuale rimanesse invariata, entro la fine dell’anno solo su Roma e provincia chiuderebbero 5mila aziende. Minimo 20mila dipendenti rischierebbero di rimanere senza un lavoro. E sono stime calcolate sulla scadenza attuale del Dpcm, ovvero il 24 novembre: se le misure restassero in vigore ancora più a lungo, i numeri salirebbero.

Cosa intendete fare adesso?
Oggi inizia la nostra protesta. Metteremo delle locandine in giro per la Capitale, poi vedremo anche la sindaca Virginia Raggi, che si è auto-invitata a una riunione con il settore dei pubblici esercizi. A lei chiederemo risposte chiare su alcuni temi che fanno parte della vita quotidiana. Ad esempio, se io ho chiuso e produco di meno, mi viene abolita la tassa dei rifiuti per questo mese? Domani, invece, avremo un incontro con il premier Conte.

A lui cosa chiederete?
Sgravi contributivi immediati, uniti a un ristoro più che cospicuo e al trovare una soluzione per gli affitti da pagare. Perché i proprietari non vengono colpiti per niente dalle misure? Pagano solo i gestori. Io, poi, personalmente sono molto arrabbiato per un altro motivo. Esiste un blocco sfratti, in Italia, per il Covid. Però se il proprietario presenta lo sfratto, il giudice lo convalida. Poi l’esecuzione viene rinviata, ma intanto il gestore ha perso tutto. Entro un mese io e la mia famiglia, che da 49 anni gestiamo un locale storico a Roma, dovremo consegnare parte di quei locali proprio per uno sfratto.

Il premier ha promesso ristori a fondo perduto per tutte le fasce colpite dal Dpcm. Si parla addirittura di un bonifico da parte dell’Agenzia delle Entrate.
Io contesto il metodo di Conte: se penalizzi una categoria, allora subito – anche per non creare panico – programmi degli aiuti. Per citare un esempio: mi fa riflettere che abbiano riconosciuto il credito d’imposta al 60 per cento, quando oggi con il nuovo Dpcm un ristoratore non saprebbe che farsene perché non riesce a guadagnare. Per sfruttare il credito d’imposta prima bisogna fatturare. Conte aveva preso altri impegni con noi: ci saremmo aspettati un mini-lockdown più graduale. Oggi, invece, si è scelto di penalizzare poche categorie. Si stanno facendo cittadini di Serie A, che continuano a prendere il 100 per cento dello stipendio e cittadini di Serie D, neanche B o C, che con la cassa integrazione a malapena arrivano al 50 per cento.

Si poteva fare qualcosa di diverso rispetto a chiudere un settore già di per sé in crisi?
Bisognava scaglionare le chiusure delle attività commerciali e non colpirne solo alcune. Fino alle ore 18, con lo smart working e la raccomandazione di non fare spostamenti superflui, non c’è tempo a sufficienza per garantire a un bar o a un ristorante di essere sostenibile economicamente.

L’unica nota “lieta”, se così si può definire, è l’apertura domenicale, che non è stata toccata dal nuovo Dpcm.
Certo, perché noi abbiamo fatto molte pressioni sui governatori che a loro volta hanno portato le nostre istanze a Conte. Così siamo riusciti a portare a casa un risultato. Il Governo era orientato a chiudere, è stato anche grazie a noi se non è stato così.

C’è il timore che i gestori dei locali chiusi, sull’onda di quanto successo a Napoli, possano scendere in strada a manifestare anche a Roma, sfociando in episodi di violenza?
Per quanto riguarda i nostri associati assolutamente no, non abbiamo questo timore. Certo, è innegabile che stia aumentando la forza propulsiva di scendere in piazza e manifestare, ma solo in modo pacifico. Sono mesi molto difficili: questi continui Dpcm non fanno che alimentare l’esasperazione. Ma il nostro ruolo, oltre a dare soluzioni idonee per le attività, è anche quello di raccogliere gli sfoghi dei gestori e portarli nelle giuste sedi.

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