Milano: se Sala lascia sarà derby nel PD tra “i due Pier”, Majorino e Maran

Tra loro ci sono più punti in comune che differenze. Entrambi sono convinti che un secondo mandato di Sala sarebbe il modo migliore per continuare il percorso progressista di Milano, ma se fossero chiamati in causa non si tirerebbero indietro. Sarebbero primarie all'insegna dei contenuti e delle specificità locali, tra due figure molto amate in città

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 20 Ago. 2020 alle 15:15 Aggiornato il 20 Ago. 2020 alle 17:13
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Immagine di copertina
Pierfrancesco Majorino, Beppe Sala e Pierfrancesco Maran

Con un accorato post su Facebook, la deputata milanese del PD Barbara Pollastrini fa appello al sindaco Beppe Sala perché confermi la propria disponibilità a guidare Milano per un secondo mandato: “C’è bisogno di te, persino più di prima. Milano è in uno dei suoi passaggi epocali: non può essere come prima e deve creare il poi. Nulla è scontato”. Qualora il sindaco dovesse invece lasciare lo scranno, sarebbe necessario ricorrere ad elezioni primarie nel centrosinistra, con Majorino e Maran, in rigoroso ordine alfabetico, in prima linea.

Sul fatto che entrambi si chiamino Pierfrancesco si è spesso scritto, anche perché in una città sempre più multietnica – nella quale il cognome più diffuso è il cinese Hu – è un fatto piuttosto insolito. Ma i punti in comune tra i due sono molti di più e vanno ben oltre anche il fatto di essere entrambi juventini. Una curiosità che peraltro, dopo avere avuto due sindaci interisti come Giuliano Pisapia e Beppe Sala, non passerebbe certo inosservata.

Ma è davvero il momento di pensare alla successione dell’ex manager di Expo?
A sentire gli interessati, parrebbe davvero di no. Entrambi si dicono fiduciosi sul fatto che il popolarissimo primo cittadino si ricandidi, nonché sinceramente convinti che la continuità sarebbe la scelta migliore per soffocare le velleità di Matteo Salvini e del centrodestra, che ormai da un decennio frigge dal desiderio di riconquistare la capitale economica del Paese. Tuttavia, bisognerà aspettare fino alle elezioni del 20/21 settembre, quando Sala scioglierà le comprensibili riserve sul suo futuro.

Lo ha ribadito lo stesso sindaco di Milano in un’intervista a Pietro Colaprico de La Repubblica, nella quale ha anche smentito l’ipotesi avanzata da Gianni Barbacetto su Il Fatto Quotidiano, secondo cui l’oggetto della sua visita a casa di Beppe Grillo sarebbe stato il desiderio di lasciare Milano per assumere la guida del nuovo gestore della rete di telecomunicazioni. “Dove posso mettere per iscritto che non lo farei mai?” è stato l’eloquente commento di Sala, che tuttavia nel suo primo quinquennio a Palazzo Marino ha dimostrato di possedere uno standing tale per cui sono diverse le posizioni alle quali potrebbe ragionevolmente ambire.

Chi pensava che fosse “solo” un bravo manager, in questi anni ha scoperto anche un uomo dalla notevole visione politica e capace, più di molti altri, di stabilire importanti relazioni con la città e i suoi abitanti, anche sul piano umano. Ovviamente i primi ad accorgersene sono stati coloro che hanno avuto modo di lavorare al suo fianco, tra cui appunto Majorino e Maran. Entrambi insistono sul fatto che la ricandidatura di Sala sarebbe la strada maestra per non riconsegnare la città al centrodestra, anche perché c’è un precedente: l’avvento dello stesso Sala è stato provvidenziale per evitare che la rinuncia di Pisapia al secondo mandato aprisse la strada al ritorno del centrodestra a Palazzo Marino.

Avendo vissuto entrambi l’esperienza dell’opposizione, i due Pier sono concordi nel mettere gli interessi collettivi davanti a quelli personali. Tuttavia, proprio questo precedente fa capire che, in qualunque evenienza, l’importanza della posta in palio spingerebbe i Dem a schierare le punte di diamante della propria squadra.

Sono molto evidenti le ragioni politiche che spingerebbero il PD a doversi fare carico della eventuale successione di Sala, pur non potendo escludere ne’ la possibilità di un “papa straniero” (il nome di Tito Boeri continua a circolare) né la possibile candidatura di Ada Lucia De Cesaris, già vicesindaco nella Giunta Pisapia e oggi punto di riferimento di Italia Viva a Milano. Per la prima volta in assoluto, è il territorio a produrre i più credibili candidati al ruolo di Sindaco di Milano, quale frutto di un percorso di maturazione che nel PD è iniziato con la storica affermazione del 2011.

Conosciutissimi in città, i due Pier sono cresciuti grazie alla comune militanza politica, a stretto contatto con il proprio elettorato di riferimento. Maran, 40 anni compiuti lo scorso 27 maggio, è stato per due mandati consigliere della Zona 3, dove ha sede il circolo 02PD. La sua crescente influenza, fino a diventare la più importante sezione di Milano, è dovuta proprio all’intenso lavoro che Maran ha tessuto con Pietro Bussolati e Lia Quartapelle, da tempo suoi compagni di strada e oggi rispettivamente consigliere regionale (dopo essere stato segretario cittadino) e parlamentare. La rielezione di Quartapelle ha fatto seguito a un doloroso strappo con Renzi, che non voleva ricandidarla nel suo collegio di pertinenza. C’è voluto un notevole sommovimento dei suoi elettori, supportato anche da Sala e Martina, per rimettere le cose a posto, ma in seguito c’è stato un naturale riposizionamento dei tre nell’area a sostegno di Nicola Zingaretti.

Nel percorso che li ha visti maturare accanto a Filippo Penati e poi intuire per primi la svolta renziana del PD ha certamente contato il fiuto politico di Maran, che oggi è vicino alla ministra Paola De Micheli, seppure in un quadro nazionale piuttosto interlocutorio. Dopo un quinquennio da consigliere comunale di opposizione, nel 2011 Maran è stato rieletto come secondo più votato nel PD e Pisapia gli ha affidato all’assessorato ai trasporti, mentre oggi con Sala si occupa di urbanistica.

Sono quindi sul suo tavolo alcuni dei dossier decisivi per il futuro di Milano: da San Siro alla revisione della mobilità, passando per lo sviluppo di aree come Piazza d’Armi e quelle connesse alle Olimpiadi 2026. Temi delicati da molti punti di vista, ma che Maran abbia le spalle sufficientemente larghe è emerso anche dalle indagini a carico di Luca Parnasi. L’intercettazione nella quale il costruttore romano racconta di essersi sentito rispondere dall’assessore “A Milano non si usa” (benché ridimensionata da Sala, che ha smentito tentativi di corruzione) rappresenta un biglietto da visita più che rassicurante anche per il futuro.

Avendo solo sette anni in più (anche lui li compie a maggio, il 14) Majorino ha condiviso con Maran gran parte del percorso. A soli 25 anni era consigliere della ministra alla Solidarietà Sociale Livia Turco, occupandosi di politiche giovanili e lotta alle dipendenze. Dal 2004 al 2011 è stato consigliere comunale e dal 2008 ha svolto il ruolo di capogruppo del PD. Dopo la vittoria di Pisapia ha assunto l’incarico di assessore alle Politiche Sociali, ruolo che ha mantenuto anche con Sala.

Nel passaggio tra i due sindaci, ci sono state anche le primarie nelle quali ha conteso la candidatura allo stesso Sala e a Francesca Balzani. Nonostante la tardiva discesa in campo di quest’ultima in continuità con Pisapia (della quale era stata vice, dopo De Cesaris), è proprio Majorino il vero punto di riferimento della parte più radicale dell’area progressista, anche a sinistra del PD, che a Milano rappresenta un elemento per nulla trascurabile della contesa politica. Lo si è capito chiaramente anche in occasione delle elezioni europee del 2019, quando Majorino ha conquistato un seggio a Bruxelles con lo straordinario bottino di 93.175 voti, dei quali oltre 40.000 a Milano. Meglio di lui hanno fatto solamente Pisapia e la prima donna della lista, Irene Tinagli.

Le più recenti battaglie contro la Regione Lombardia e la richiesta di commissariamento della sanità, condivisa con il cartello “Milano 2030”, hanno consolidato la centralità dell’europarlamentare nelle vicende locali. Da tempo legato da una forte amicizia a Nicola Zingaretti, Majorino dialoga proficuamente con un’area vastissima, che spazia dallo psichiatra Massimo Recalcati alle ONG. Fortemente radicato nel sociale, “Majo” è diventato una figura di rilievo nazionale grazie alle sue coraggiose campagne per i diritti e all’impegno per accogliere i migranti nella maniera più umana e senza pesare troppo sulla città: quando era assessore, la complicata gestione dell’accoglienza dei siriani presso la stazione centrale ha animato accesi duelli mediatici prima con Angelino Alfano (ministro degli Interni nel Governo Renzi, accusato da Majorino di non sostenere a sufficienza gli enti locali) e poi con Matteo Salvini, del quale è diventato uno dei più credibili antagonisti, avendo una visione politica diametralmente opposta.

Anche per questo si dice, non a torto, che Maran sia più forte tra i militanti del PD, mentre Majorino possa vantare maggiori consensi in città, in maniera trasversale a diversi orientamenti politici. Una capacità che fa pensare ad entrambi di poter ottenere consensi anche fuori dal proprio bacino abituale, quello riformista per Maran e gli ambienti più di sinistra per Majorino: in fondo, al di là delle etichette, sulla maggior parte dei temi la pensano esattamente allo stesso modo. E d’altra parte tutti e due hanno già dimostrato di saper pedalare anche in salita: Maran ha introdotto Area C nonostante durissimi attacchi da parte di commercianti e cittadini, Majorino ha tenuto duro incarnando le istanze di sinistra nel PD renziano, dal quale in molti sono fuggiti. Il tempo ha dato ragione a entrambi.

Tutti e due sposati (Majorino con Caterina Sarfatti, figlia di quel Riccardo che è ricordato come un “padre nobile” dell’esperienza arancione vissuta intensamente dai due Pier), sono accomunati anche da un grande amore per Milano. È questo che li spinge a insistere sulla ricandidatura di Sala – anche in privato, avendo la fortuna di essere amico di entrambi posso confermarlo – ma soprattutto ad essere concordi su un punto fondamentale: se si dovesse davvero andare ad un’elezione primaria tra loro due, non sarebbe una “guerra”, come si è detto altrove, ma semmai un leale “derby”, vista l’amicizia e la stima reciproca.

Soprattutto, sarebbe un confronto sui contenuti, visto anche il comune impegno da tempo profuso affinché a decidere le sorti di Milano fossero le specificità locali, anziché i riflessi dello scenario nazionale. Un orientamento che vede proprio nelle primarie lo strumento necessario per rafforzare l’autonomia del territorio. Insomma: entrambi preferirebbero evitarle, ma nessuno dei due ne avrebbe paura. Tra un mese sapremo.

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