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Marco Cappato a TPI: “Coronavirus e Orbàn: l’Europa deve reagire o finirà con l’implodere”

Con l'Associazione Luca Coscioni e Eumans ha presentato al Parlamento Europeo una petizione che richiede un impegno comune contro l'emergenza sanitaria e a tutela della democrazia. E per il futuro scommette su Mario Draghi, "l'unico vero leader europeo"

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 2 Apr. 2020 alle 06:23 Aggiornato il 2 Apr. 2020 alle 09:23
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Immagine di copertina
Marco Cappato

Nemmeno il lockdown imposto dal Coronavirus riesce a fermare l’impegno civico di Marco Cappato. Pur vivendo la quarantena in casa a Milano, con una bambina piccola, riesce a portare avanti contemporaneamente più battaglie. Una di queste vede TPI felicemente compartecipe, perché in partnership con l’Associazione Luca Coscioni abbiamo messo a disposizione dei lettori CITbot, l’intelligenza artificiale che fornisce informazioni utili, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, sull’emergenza sanitaria.

Altrettanto significativa è l’iniziativa presa da Eumans, il movimento paneuropeo di iniziativa popolare fondato dallo stesso Marco Cappato, che ha presentato al Parlamento Europeo una petizione insieme all’Associazione Luca Coscioni ed altre organizzazioni europee, raccogliendo 6.500 firme a sostegno in una sola settimana. “Eu Can Do It!”, questo il nome dell’iniziativa, ha ottenuto l’appoggio anche di esponenti del mondo accademico, come il premio Nobel Richard Roberts ed Enrico Giovannini, ex Ministro del lavoro e delle politiche sociali e fondatore dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (AsviS).

L’iniziativa di Marco Cappato (già parlamentare europeo e italiano) chiede all’Europa di mettere in atto alcune misure urgenti per affrontare la crisi in corso. Tra queste è compreso il monitoraggio dello Stato di diritto durante l’emergenza, il rilancio delle riforme economiche e istituzionali, una risposta comune dell’Unione Europea alla crisi del COVID-19, la riforma del sistema sanitario e degli strumenti di protezione civile europei, nonché l’implementazione di tutte le misure di politica economica, finanziaria e monetaria per progettare un futuro fuori dalla crisi. Il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli ha annunciato per giovedì 2 la decisione formale sulla convocazione anche per il mese di aprile di una plenaria straordinaria con voto a distanza, secondo le modalità già sperimentate.

Prima di guardare al quadro europeo, facciamo una riflessione sulla nostra città, Milano, che si trova nell’occhio del ciclone. Le sembra che l’emergenza sia gestita in maniera consona?

A parte la fase iniziale, nella quale nessuno ha capito bene la portata del problema, non mi sento di fare particolari rimproveri ne’ al Sindaco di Milano ne’ alla Regione Lombardia. La gestione dell’emergenza è principalmente un tema sanitario, competenza che non è del Comune. Nemmeno la Regione mi pare che abbia commesso errori gravi, se non quelli dovuti all’imprevedibilità della situazione. Sì, degli errori ci sono evidentemente stati (e probabilmente il più grosso è stato la sottostima degli ospedali), però adesso ne stiamo ovviamente parlando con il senno di poi.

Una cosa che sicuramente avrebbe aiutato, sarebbe stato imporsi di rafforzare le riunioni delle assemblee elettive, invece che diminuirle. Questo però vale a tutti i livelli, compreso quello nazionale. Quando si parla di attività essenziali, a mio avviso andrebbero inserite anche quelle istituzionali. Non è per fare retorica e nemmeno per fare i ‘maniaci della democrazia’ che vogliono far perdere tempo a chi esercita il potere: il fatto è che le rispettive assemblee avrebbero aiutato tutti i decisori: dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al Presidente della Lombardia Attilio Fontana, al Sindaco di Milano Beppe Sala.

Dopo una fase di blocco, si è cominciato con le sedute online e qualcuna ora anche di persona…

Visto che tutti andiamo al supermercato, con le stesse cautele si sarebbe dovuto far proseguire la normale attività degli organismi che rappresentano i cittadini. A mio avviso il potere istituzionale, di qualsiasi livello, ne sarebbe stato molto aiutato. Fare il punto costantemente di fronte all’opinione pubblica e dialogare sulle obiezioni riguardanti l’emergenza avrebbe consentito di mettere in luce le varie criticità, a cominciare dalla difficoltà di reperire le mascherine. Sarebbe stato opportuno spiegare perché si sono verificati certi problemi e questo avrebbe rafforzato le istituzioni, anche perché in una situazione di tale gravità io riconoscerei preventivamente la buona fede a chiunque, di qualunque colore politico.

Escludo che in questa situazione ci sia un particolare responsabile politico significativo che prende la situazione sottogamba e non capisce che bisogna intervenire con mascherine e altri strumenti. Proprio perché i problemi sono effettivi, vanno discussi davanti all’opinione pubblica, non è una questione di principio. Se sono stati commessi errori, bisogna capirne le ragioni. E poi i cittadini vanno coinvolti per ridare centralità alla politica.

In che senso?

Un aspetto fondamentale è che il grado di adesione delle persone alle misure che vengono adottate dipende da quanto esse si sentono informate e coinvolte. Se un divieto è percepito come assurdo, è più probabile che non lo si segua. Queste scelte non sono tecniche, ma squisitamente politiche. Ascoltare gli scienziati va benissimo e figurarsi se lo nego io, che sono tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, la quale si batte per la libertà della ricerca scientifica! Sono anni che denunciamo il fatto che gli scienziati non vengono ascoltati da chi prende le decisioni pubbliche. Anzi: se vogliamo vedere un aspetto positivo in questa situazione è la comprensione del fatto che il mondo scientifico vada ascoltato per stabilire il quadro dei fatti, prima della decisione politica.

Però le scelte continuano – appunto – a essere politiche…

Esatto. Facciamo un esempio sul futuro: la tanto discussa riapertura delle attività non potrà certo essere gestita come la loro chiusura, ovvero un pezzo alla volta, con la diretta del Presidente del Consiglio su Facebook alla quale il decreto segue solo in ritardo, perché prima bisogna trovare l’accordo con le parti sociali per decidere quali sono le attività essenziali! La marginalizzazione del Parlamento è stata un grosso errore, che non va ripetuto. La discussione su come riaprire le attività, da quali settori partire, come gestire le persone di diversa età e temi del genere va fatta per tempo, compiendo scelte politiche che ovviamente si devono basare sull’evidenza scientifica, ma usando gli strumenti della democrazia. Anche la richiesta delle opposizioni di avere una fantomatica ‘cabina di regia’ (qualunque cosa essa sia) non risponde a questa esigenza, perché sono riunioni a porte chiuse che servono soltanto a trovare un accordo tra i capi dei partiti. In questo momento c’è bisogno di ben altro: di un confronto pubblico vero.

La stessa richiesta viene rivolta da Eumans al Parlamento Europeo: come valutate la situazione che si è venuta a determinare dopo l’ultimo summit infruttuoso?

Non voglio ridurre tutto al metodo, ma anche in questo caso è fondamentale. Della famosa riunione da remoto, nella quale non si è trovato l’accordo su come affrontare la crisi, sappiamo solo quello che è emerso dalle indiscrezioni. Non è immaginabile che le riunioni nelle quali si decide del destino di centinaia di milioni di persone siano gestite in questo modo. I rappresentanti dei singoli Paesi inoltre sono tenuti al mandato di difendere gli interessi del proprio governo, ma così è difficile impostare una discussione sull’interesse comune del popolo europeo. Per questo attendiamo la decisione sia sulla trattazione della nostra mozione, sia sulla convocazione del Parlamento Europeo nel mese di aprile. Spero che avvenga, perché anche a livello europeo la questione del metodo è molto importante.

Passiamo al merito delle vostre richieste.

Se non si prenderà la decisione di implementare un piano di investimenti europei, finanziati con un debito di responsabilità comune dei Paesi membri, allora l’Europa rischierà di implodere.

L’obiettivo sembra piuttosto lontano. Quale strategia si dovrebbe perseguire per ottenerlo?

Non mi pare molto utile pensare di reagire all’egoismo dei tedeschi con una sorta di orgoglio nazionalista: ciò darebbe vita a un circolo vizioso destinato a portarci a picco. Le posizioni sostenute da tedeschi e olandesi non sono poi prive di fondamento, se guardiamo strettamente agli interessi nazionali. Se Angela Merkel mette sul tavolo 750 miliardi di euro, mentre noi non possiamo farlo, è anche nostra responsabilità. Quindi evocare fantasmi come il nazismo non è di alcuna utilità. Partiamo dal presupposto che abbiamo ragione nelle nostre richieste, ma dobbiamo persuadere innanzitutto i cittadini tedeschi, prima del loro Governo, di quanto sia interesse comune uscire insieme da questa situazione. Bisogna creare un fronte europeo, non certo uno scontro tra nazionalismi. Questo è quello che stiamo cercando di fare con Eumans, insieme ad altri. Bisogna insistere sulla necessità di fare proposte che superino i singoli interessi nazionali, altrimenti l’Europa si avvia a un bivio molto pericoloso.

Sia Angela Merkel che il suo omologo olandese Mark Rutte paiono però piuttosto fermi nelle loro posizioni.

L’atteggiamento tenuto da entrambi è molto sbagliato, ma per uscire da questa situazione dobbiamo anche evidenziare quello che c’è stato di positivo. L’Europa comunque ha preso decisioni non irrilevanti, con la sospensione del patto di stabilità e l’intervento della BCE. Non è sufficiente, certo, ma c’è stata anche la disponibilità da parte della Germania ad accogliere alcuni nostri pazienti-COVID in terapia intensiva. Non è vero che l’Europa non ha fatto nulla: non ha fatto abbastanza, ma quello che è stato fatto apre la speranza alla possibilità che si possa fare molto di più. L’altra questione determinante in questo momento è il bilancio dell’Unione Europea. Qualsiasi misura si vorrà prendere (per esempio un grande piano di investimento nella ricerca scientifica e nei sistemi sanitari) richiederà un notevole aumento del bilancio.

A proposito del Sistema Sanitario, quali considerazioni si possono trarre da questa esperienza rispetto a quello italiano? Beppe Sala sostiene che l’era della regionalizzazione sia ormai da archiviare: lei cosa ne pensa?

La cosa che è veramente mancata è un piano di sicurezza sulle pandemie. E’ vero che nessuno di noi cittadini ci pensava, ma questo è comprensibile. Mettiamoci anche il fatto che forse un problema di questa portata non sarebbe comunque preventivabile, però ricordiamoci che dieci anni fa c’era stata la SARS e il rischio-pandemie era già un tema di discussione, almeno tra gli esperti. A Hong Kong, a Taiwan e in Corea del Sud sono anni che la gente gira negli aeroporti con le mascherine. Inoltre, in questi Paesi avevano dei piani di emergenza che, infatti, sono scattati e hanno consentito una reazione molto più pronta della nostra.

La prima necessità da affrontare è quindi dotarsi di un piano di emergenza, che regoli temi che vanno dalla produzione di mascherine alla decisione su quali attività chiudere per prime. Però la questione va affrontata a livello europeo e globale, per esempio sul tema fondamentale della condivisione del fattore scientifico. Per i primi due mesi di emergenza-Coronavirus, gli articoli scientifici più rilevanti sono stati disponibii solo in lettura a pagamento e questo ha reso impossibile l’accesso alla conoscenza agli scienziati africani, ad esempio. Con le nostre associazioni stiamo lavorando in collaborazone con dei premi Nobel per dare indicazioni all’OMS su questo tema.

Torniamo all’Italia.

Non so dire se questa esperienza significhi che è necessario superare la regionalizzazione della Sanità, perché in realtà quello che già ora si può garantire a livello nazionale sono i Livelli Essenziali di Assistenza, che non sono certo irrilevanti. Semmai, va detto che un vero federalismo deve essere fiscale: se fornisci un servizio, devi anche essere responsabile delle tasse raccolte per finanziarlo. Altrimenti si creano sacche di inefficienza e disparità importanti. Quello che non funziona nel rapporto Stato-Regioni, non solo nella Sanità, è che le spese si fanno principalmente attraverso la devoluzione di risorse nazionali e questo crea una certa irresponsabilità nella spesa da parte delle Regioni. Il tema è molto complesso e dovremo affrontarlo a freddo, sicuramente facendo tesoro di questa esperienza.

Come valuta l’interazione tra pubblico e privato in campo sanitario?

Si è discusso molto rispetto a un problema riguardante la sanità pubblica. Però il modello della Lombardia, che ha i suoi pregi e i suoi difetti, non è privatistico, bensì in convenzione. Quindi, se si vuole rafforzare la struttura dei medici di base – per fare un esempio – lo si può fare anche all’interno di questo modello. Ciò non significa che non si possa provare a rivederlo, ma per ora non trarrei conclusioni affrettate. Quello che mi sento di dire già ora rispetto al modello lombardo è che probabilmente l’errore è stato affidarsi soprattutto alle grandi strutture ospedaliere, invece che all’assistenza domiciliare.

La vostra petizione chiede all’Unione Europea “il monitoraggio dello Stato di diritto durante l’emergenza”: come bisogna porsi di fronte alla svolta autoritaria dell’Ungheria con i “pieni poteri” a Viktor Orbán?

La sua è stata una reazione da manuale: la condizione di emergenza è la situazione ideale per chi vuole sospendere la democrazia. E sapevamo da tempo che Orbán puntava a questo, visto che negli ultimi anni ha tolto sempre più spazi all’opposizione e alla libera informazione. Il problema vero non è Orbán, ma come reagisce l’Europa. Orbán è un autorevole esponente del Partito Popolare Europeo, che siede con pieno riconoscimento al tavolo del più importante gruppo del Parlamento Europeo. O il Parlamento e la Commissione si mobilitano per l’attivazione dell’articolo 7 sulla sospensione dell’Ungheria, a causa della violazione grave e sistematica dei diritti umani, o anche su questo sarà l’Europa stessa a rischiare.

Abbiamo un sistema per il quale se un Paese intende aderire all’Unione Europea deve superare anni e anni di prove per capire se risponde agli standard su economia, diritto e giustizia, ma una volta che viene ammesso nessuno osa metterne in discussione le politiche interne, in nome della sovranità nazionale. Orbán si comporta così ormai da molti anni e le istituzioni europee non sono state in grado di reagire.

L’unico leader italiano a sostenere la svolta di Orbán è Matteo Salvini. Curiosamente, anche lui aveva parlato di “pieni poteri”, in quello che poi si è rivelato un clamoroso autogol estivo. In caso contrario, ritiene che un’evoluzione del genere sarebbe stata possibile anche in Italia?

Non lo so. Sicuramente Salvini ha dimostrato un’esplicita indifferenza per i principi di fondo della democrazia liberale, di volta in volta ritenendoli superflui oppure strumentalmente utili quando poteva servire a lui. Non mi sarei aspettato nulla di buono, ma proprio non so dire che cosa avrebbe fatto se fosse rimasto al Governo. Dico che anche Giuseppe Conte ci ha messo troppo tempo per coinvolgere il Parlamento, che ancora adesso non ha quel ruolo centrale che invece servirebbe anche al Presidente del Consiglio. Salvini avrebbe fatto peggio? È sicuramente possibile, ma occupiamoci di quello che è stato e di quello che è.

…e di quello che sarà, perché in tutta questa vicenda si staglia all’orizzonte la sagoma di Mario Draghi. Cosa ne pensa?

Non devo certo essere io a certificarne le capacità. Credo che Draghi sia uno dei grandi leader di questi anni, se non ‘il’ leader europeo in assoluto. A crisi in corso non è il momento di fare giochini di rimescolamenti di governo, ma che Draghi sia la professionalità più autorevole in Italia è un fatto oggettivo. Magari potrebbe assumere una grande responsabilità a livello europeo, che sarebbe anche più consono, ma è comunque chiaro si tratta di una grande figura di riferimento per quella che dovrà essere la ricostruzione.

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