Le tre regole d’oro di Bruxelles riscoperte dal Governo italiano (e da non dimenticare)

Di Daniela Rondinelli
Pubblicato il 27 Apr. 2020 alle 13:39 Aggiornato il 27 Apr. 2020 alle 13:43
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Immagine di copertina
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il premier italiano Giuseppe Conte

Le tre regole d’oro dell’Ue riscoperte dal Governo italiano

Nel dibattito in merito alle decisioni prese dal Consiglio Europeo del 23 aprile, da più parti non si è esitato a parlare di risultato di portata storica sebbene, di scritto, non ci sia ancora nulla. Ma non credo sia un’esagerazione, perché questa riunione ha segnato un importante punto di discontinuità con il passato. Il pacchetto di strumenti economici e finanziari che l’UE intende mettere in campo nelle prossime settimane avrà un ruolo fondamentale sia per affrontare le crisi generate all’epidemia, ma anche nel dibattito – non più procrastinabile – sul futuro dell’Unione Europea.

Se analizziamo le crisi che l‘Unione Europea ha dovuto affrontare negli ultimi 12 anni – quella finanziaria, poi divenuta economica e sociale, seguita da quelle legate alla sicurezza e all’immigrazione – tutte hanno come elemento unificante il fatto di essere state affrontate male e in ritardo, dimostrando l’incapacità di trovare soluzioni comuni e, cosa ancor più grave, la prevalenza degli interessi nazionali sulla solidarietà. 

In questo senso, si comprende bene la soddisfazione trattenuta a stento dal nostro Presidente del Consiglio a margine dell’incontro. I suoi detrattori diranno che non è stato fatto nulla e la strada è ancora lunga. Eppure, molto è cambiato in queste ultime settimane. Lo sa bene Conte, lo sanno bene i suoi omologhi e – ne sono certa – lo sanno bene anche Merkel e Macron.

Ci troviamo oggi di fronte ad uno scenario assolutamente inedito se pensiamo che, all’inizio dell’emergenza sanitaria, la Presidente Christine Lagarde (qui il suo profilo) dichiarava, con improvvida leggerezza, una decisione assodata nella nuova BCE senza Mario Draghi, ossia che non era tenuta a proteggere le economie nazionali dalle speculazioni tenendo a bada lo spread.

Ma ora molto, ovviamente non tutto, è decisamente cambiato.

Il Consiglio europeo ha trovato l’accordo politico sul Recovery Fund (leggi qui cosa prevede) e ha affidato alla Commissione il compito di presentare una proposta sull’attuazione di questo strumento che, fino a qualche giorno fa, era semplicemente inimmaginabile. Lo farà con la comune richiesta dei 27 Governi nazionali di licenziare in tempi brevi questo strumento, probabilmente entro giugno.

Il Fondo non sarà finanziato dai recovery bond, ma alimentato da obbligazioni europee molto simili a quelle richieste dal nostro Governo. Gli aiuti andranno in primis ai Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia. Infine, si sta studiando un meccanismo – altra importante novità rispetto al recente passato – grazie al quale una parte degli aiuti verranno erogati sotto forma di trasferimenti a fondo perduto e un’altra sotto forma di prestiti, consentendo così di limitare l’impatto sui deficit dei Paesi già fortemente indebitati come il nostro.

Se la strada è ancora lunga e una valutazione più completa potremo darla solo tra qualche giorno su tutto il pacchetto – ossia sull’impalcatura che tiene in piedi il Recovery Fund, SURE, MES e BEI – non si possono misconoscere gli meriti del nostro Governo che in poche settimane ha ribaltato consuetudini e stereotipi brussellesi consolidati ormai da decenni. 

Dalla mia esperienza europea ventennale, ritengo che tre parole chiave definiscano al meglio quanto sta avvenendo e, mi auguro, avverrà nei giorni a seguire. Proposta politica, diplomazia e alleanze: sono queste le tre regole d’oro di Bruxelles – ben note a chi frequenta le istituzioni europee – e che il Governo italiano ha applicato con grande successo, conferendogli un rinnovato protagonismo.

Non è da sottostimare il fatto che, per la prima volta dopo tanto tempo, su un tavolo negoziale così decisivo per il futuro dell’Unione non ci sia una proposta tedesca o franco-tedesca da approvare a scatola chiusa. In questo caso, complice lo stallo imposto dal Governo italiano sul MES (che cos’è e come funziona), l’iniziativa del Presidente del Consiglio con la lettera cofirmata da altri otto Stati Membri ha assunto una particolare valenza politica. I Paesi del Nord Europa sono stati progressivamente inondati di proposte alle quali non hanno potuto continuare a dire “no” in eterno; anche perché è mancata da parte loro una controproposta minimamente comparabile nelle dimensioni e convincente nell’efficacia. In qualche modo, a ruoli invertiti, si sta ripetendo quanto già avvenuto con la crisi del 2008 quando, a fronte delle politiche di austerità proposte dal Governo tedesco, nessun Paese dell’area mediterranea riuscì a contrapporre una proposta realmente alternativa.

La diplomazia sembrerà a molti una pratica desueta, ma è invece lo strumento più potente di cui possiamo disporre a Bruxelles se abbiamo visione, idee chiare e organizzazione. Questo passa anche per la nostra Rappresentanza Permanente che, a mio avviso, sta svolgendo un ruolo negoziale chiave di alta diplomazia, tanto più se si considera che – in tempi neanche troppo lontani – veniva coinvolta a giochi pressoché conclusi. Ritengo, infatti, che nel recente passato il nostro Paese si sia contraddistinto per proteste scomposte dell’ultimo momento, rivendicando maggiore considerazione o richiamando al complotto, dando così l’impressione di non avere una posizione chiara o una visione lungimirante; o di essere sempre pronta a cambiare idea asseconda delle evoluzioni del momento.

Ora invece stiamo negoziando tutto con coerenza, punto per punto, comma per comma. Credo che, visti i risultati che progressivamente stiamo portando a casa, il Presidente Conte faccia bene a resistere a chi lo pressa ad accettare ad occhi chiusi un ipotetico MES senza condizioni, senza aver prima contrattato ogni altro singolo articolo del pacchetto e senza aver prima portato a casa la certezza che il MES dell’austerità e della Troika, così come lo abbiamo tristemente conosciuto negli anni passati, non esisterà più.          

Per quanto riguarda la questione alleanze, credo che per la prima volta ci siamo liberati della retorica – cara tanto alla destra e alla sinistra – secondo cui tutti gli altri Paesi ci devono seguire a priori solo perché siamo Paese fondatore o il “grande” Paese del Colosseo e di Leonardo da Vinci. Al contrario, le alleanze in Europa vanno costruite e consolidate, nei valori che si intendono rappresentare e negli interessi che si vogliono perseguire. Grazie a questo processo, innescato proprio dalla lettera del Governo italiano che richiedeva misure straordinarie a fronte di una crisi straordinaria, si è creato un circolo virtuoso che ha portato francesi e spagnoli a presentare ulteriori proposte – che vanno sempre nel senso di quella italiana – grazie alle quali è stato ulteriormente spaccato il fronte dei rigoristi del Nord. Questo ci testimonia anche un altro fatto: essendo 27 i Paesi membri, è ovvio e naturale che non ci possano essere sempre identità di vedute sul da farsi e proprio per questo è importante avere buoni compagni di viaggio con cui sostenere mutuamente le rispettive istanze.

In altre parole, ci siamo liberati dell’adagio “ciò che fa bene all’Europa fa bene all’Italia e viceversa”. Forse questo poteva avere un senso negli anni della fondazione dell’Unione Europa, non di certo oggi con tanti interessi diversi e potenzialmente confliggenti. In quei tempi si usciva da una guerra mondiale devastante con milioni di morti e un continente dilaniato che ne era stato il campo di battaglia. In questa fase siamo di fronte a una guerra non meno pericolosa contro un nemico più oscuro e sfuggente, ma la differenza è che la guerra – purtroppo – è appena iniziata e lontano dall’essere conclusa. L’ambizione dell’azione politica del Governo italiano, quindi, sta nel rilanciare il progetto europeo per impedire di arrivare a contare i morti a milioni e scongiurare la distruzione delle nostre economie.

Molti Paesi europei si stanno rendendo conto che le devastanti conseguenze economiche e sociali legate dell’epidemia possono essere arginate e i danni minimizzati se uniamo le forze in modo aperto e solidale. Speriamo che lo capiscano presto tutti i Paesi, perché il tempo per essere realmente incisivi è sempre meno. E sempre il tempo ci dirà se, in realtà, questa verità era stata compresa da tutti già da prima del 23 aprile.

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