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Salvini, M5S e toto-ministri: il nuovo governo agita il Pd

Di Enrico Mingori
Pubblicato il 9 Feb. 2021 alle 12:55 Aggiornato il 9 Feb. 2021 alle 14:21
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Immagine di copertina
Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Credit: Facebook

Se un paio di anni fa, ai tempi del governo gialloverde, avessero prospettato al Pd la possibilità di espellere Giuseppe Conte da Palazzo Chigi per sostituirlo con Mario Draghi, dalle parti del Nazareno avrebbero senz’altro fatto festa. Oggi che l’avvicendamento si sta concretizzando, invece, negli ambienti dem c’è qualcuno che storce il naso.

Non tanto per la figura di Draghi, che nel partito mette tutti d’accordo, quanto per il contesto in cui il nuovo esecutivo si sta formando.

La volontà di proseguire nella strada dell’alleanza con il M5S e, soprattutto, la linea tenuta durante la crisi di governo – strenuo sostegno alla conferma di Conte – non hanno convinto tutti. Alcuni dirigenti contestano alla segreteria di Zingaretti una presunta subalternità al premier dimissionario e ai pentastellati.

Poi c’è il nodo della probabile convivenza necessaria, nel nuovo governo, con la Lega. Zingaretti sostiene che è Salvini ad aver cambiato idea, non il Pd a essersi spostato. Ma la prospettiva di dover condividere la linea dell’esecutivo con il Carroccio viene considerata da una parte dei dem “un errore” (come ha dichiarato l’eurodeputato Majorino a TPI).

E infine, c’è la questione delle “poltrone”. Sulla formazione della sua squadra di governo Draghi non ha scoperto le carte: “Grazie, ci rivedremo in parlamento”, sembra che dica il premier incaricato alle varie delegazioni dei partiti che lo stanno incontrando, congedandole prima che si arrivi a discutere di candidature ai ministeri.

Secondo i rumors, Draghi darà vita a un governo misto tecnico-politico, nel quale non ci sarà spazio per figure divisive né per i leader di partito. Sembra che a ciascuna forza politica saranno assegnati due posti. E nel Pd la coperta rischia di essere corta.

Nel partito ci sarebbero infatti almeno tre correnti da accontentare: quella più filo-renziana di Base riformista (incarnata dal ministro della Difesa uscente, Lorenzo Guerini), quella di AreaDem (guidata dal ministro della Cultura uscente, Dario Franceschini) e quella più di sinistra, che fa riferimento al segretario Zingaretti ma che potrebbe essere rappresentata anche dal suo vice, Andrea Orlando.

Tre candidature per due posti, insomma. E allora c’è chi spera che nella quadra del Governo Draghi entri il pentastellato Roberto Fico: in questo modo si libererebbe il posto da presidente della Camera, che potrebbe ingolosire, si dice, lo stesso Franceschini.

Retroscena di stampa convergenti riportano che, qualora uno fra Guerini e Franceschini restasse fuori dal governo, nel Pd volerebbero gli stracci. E a quel punto potrebbero subire un’accelerazione le spinte interne al partito che puntano a disarcionare Zingaretti.

Non è un mistero che, soprattutto da parte di alcuni amministratori locali dem (dal sindaco di Bergamo Gori a quello di Firenze Nardella), si punti a far cadere il segretario per rimpiazzarlo con il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che nei mesi scorsi – fra l’altro – aveva aperto a un rientro nel Pd di Matteo Renzi.

Nei giorni scorsi Zingaretti ha dichiarato che, “finita questa fase servirà una discussione politica vera sull’identità e il profilo del Pd”. Ma il leader, consapevole dei mal di pancia interni al partito, ha anche avvertito: “Spero che nessuno voglia rimettere indietro l’orologio”.

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