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Home » Politica

Referendum sul taglio dei parlamentari: solo il Coronavirus può salvare le poltrone

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Mai nella storia repubblicana un referendum confermativo era stato rinviato. Non è mai successo neanche per le elezioni politiche. L'emergenza Coronavirus spinge il governo verso la possibilità di indire un election day il 31 maggio, insieme alle regionali

Coronavirus, il rinvio del referendum sul taglio dei parlamentari è una decisione inedita

L’emergenza Coronavirus ha costretto il governo a chiedere il rinvio del referendum sul taglio dei parlamentari, inizialmente previsto per il 29 marzo 2020 e rimandato adesso a data da destinarsi. Una decisione, questa, che arriva subito dopo la scelta dell’esecutivo di chiudere le scuole per 10 giorni, vietare manifestazioni sportive e culturali se non a porte chiuse e stanziare aiuti economici per famiglie e imprese in difficoltà. Nonostante non si tratti dell’emergenza nazionale più grave che l’Italia repubblicana abbia dovuto affrontare dal secondo dopoguerra (basti pensare all’influenza Spagnola che, nel 1918, provocò 600mila morti o a quella di Hong Kong che nel 1969 uccise circa 20mila persone), è innegabile che in questi giorni l’esecutivo stia prendendo decisioni molto forti.

Tra queste, ce n’è una che non ha assolutamente precedenti in Italia. Mai, nella storia della Repubblica, era stato deciso di rinviare delle elezioni per un’emergenza di carattere nazionale. È già accaduto per alcuni referendum abrogativi, ma solo per questioni organizzative relative all’opportunità di accorparli con altre tornate elettorali. Una prospettiva avanzata oggi anche dal capo politico del M5S, Vito Crimi, che ha annunciato l’intenzione di “ottenere l’accorpamento di tutte le elezioni da qui a giugno in un’unica data”. Probabile, dunque, che il referendum sul taglio dei parlamentari si tenga in concomitanza con le prossime elezioni regionali del 31 maggio (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto).

I pochissimi precedenti di rinvio di un referendum in Italia

Sono tre in tutto i referendum – tutti abrogativi e non confermativi come sarebbe quello sul taglio dei parlamentari – che hanno subito un rinvio nella storia d’Italia. Il primo è quello del 1987, che sottoponeva al popolo cinque quesiti sulla responsabilità civile dei giudici e sulle centrali nucleari. Quell’anno ci sarebbero state anche le elezioni politiche e allora si decise, con un decreto legge del governo Goria, di tenere il referendum a novembre e non nell’intervallo previsto dalla legge 352/70 (15 aprile-15 giugno). Il secondo caso risale al 2009 (governo Berlusconi): il referendum presentava tre quesiti relativi alla presentazione delle liste alla Camera e al Senato, e venne rinviato per questioni operative di una sola settimana, con una legge ordinaria. In tal modo il referendum venne abbinato alle elezioni provinciali e comunali (non ottenne comunque il quorum). Il terzo caso è quello più “simile” alla situazione di oggi: era il 1996 e il governo Dini, con un decreto, modificò a un mese dalle elezioni politiche le modalità di espressione della preferenza sulla scheda elettorale.

Non ci sono invece precedenti di rinvio di referendum confermativi, che sono stati solo tre nella storia repubblicana. Il primo è quello dell’ottobre 2001 sulla riforma del Titolo V della Costituzione (che regola le competenze di Stato e Regioni): è anche l’unico dei tre a essere approvato dai cittadini. Il secondo è quello del 2006 (governo Berlusconi): prevedeva tra le altre cose anche la riduzione dei parlamentari, ma non fu approvato. Stessa sorte del referendum del 2016 voluto da Matteo Renzi: anche in quel caso, infatti, il tentativo di superare il bicameralismo perfetto finì in un nulla di fatto.

Cosa prevede la riforma del taglio dei parlamentari

La proposta di legge costituzionale approvata dal Parlamento chiede la modifica modificati gli articoli 56 e 57 della Costituzione che determinano il numero di deputati e senatori. Con la riforma costituzionale, il numero dei parlamentari si riduce di circa un terzo, passando dagli attuali 945 a 600. I deputati diminuiscono da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Si riducono del 36,5 per cento i componenti elettivi di Camera e Senato con 230 deputati e 115 senatori in meno. La legge, se venisse approvata nel referendum, cambierebbe il rapporto numerico di rappresentanza sia alla Camera che al Senato: si passerebbe da un deputato ogni 96.006 abitanti a un deputato ogni 151.210 abitanti, oltre che da un senatore ogni 188.424 abitanti a un senatore ogni 302.420 abitanti.

Chi è favorevole e chi è contrario alla riforma

A schierarsi al favore del sì al taglio dei parlamentari è stato in primis il M5S, appoggiato poi da Pd, Italia Viva, Liberi e Uguali oltre che dall’opposizione (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia). La principale tesi del Comitato del sì è quella relativa al risparmio economico che deriverebbe dalla diminuzione del numero di parlamentari: 100 milioni di euro lordi all’anno, secondo le stime. Al momento, infatti, l’Italia è il secondo Paese in tutta l’Ue per numero di parlamentari, nonostante un rapporto con la popolazione tra i più bassi d’Europa.

A favore del no al taglio dei parlamentari, invece, ci sono soprattutto +Europa e Noi con l’Italia. Questi due partiti, insieme a molti giuristi, spingono affinché non si abbassi così tanto il rapporto tra parlamentari e abitanti e, di conseguenza, non cali la rappresentatività popolare alla Camera e al Senato. In un’intervistaTPI, la leader di +Europa Emma Bonino ha definito “demagogica” la proposta di riforma costituzionale.

Leggi anche:

1. Taglio dei parlamentari, cosa prevede la riforma e cosa cambia / 2. Bonino a TPI: “Il taglio dei parlamentari è una proposta demagogica” / 3. Le tre grandi bugie a favore del taglio dei parlamentari (di Lorenzo Tosa)

4. Tagliare i parlamentari non serve a niente. Anzi, peggiora le cose: ecco perché (di Luca Telese) / 5. Il taglio dei parlamentari è una mutilazione del Parlamento: il referendum è sacrosanto (di L. Telese) / 6.

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