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Le tre grandi bugie a favore del taglio dei parlamentari

Risparmio, confronto tra Italia ed estero, efficientamento della macchina: le fake news sulla riforma costituzionale che favorisce i grandi partiti. Il commento di Lorenzo Tosa

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 8 Ott. 2019 alle 14:33 Aggiornato il 8 Ott. 2019 alle 15:17
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Immagine di copertina
Credit: Andreas SOLARO / AFP

Taglio dei parlamentari: le tre grandi bugie a favore della riforma

Quella che sta per essere approvata alla Camera a maggioranza semiassoluta passerà alla storia come la riforma costituzionale più rapida, trasversale e demagogica della storia repubblicana. Il taglio dei parlamentari non è una semplice legge, ma il punto più alto (o più basso, a seconda dei punti di vista) di quel virus di populismo anti-establishment che negli ultimi dieci anni ha infettato prima le piazze, poi le aule parlamentari e infine ha finito per dettare l’agenda del governo.

Questa riforma nasce, di fatto, l’8 settembre di dodici anni fa, quando 100mila persone si sono dati appuntamento in piazza Maggiore, a Bologna, alla corte di un comico, armate solo di un “vaffa” e di una rabbia che nessuno sapeva neppure bene da dove veniva. Dentro quella rabbia, in nuce, confuso tra il giustizialismo manettaro e forcaiolo, c’era lo svuotamento dall’interno di quel complesso sistema di regole, garanzie e istituzioni che siamo abituati a chiamare democrazia. Di cui il Palazzo – il Parlamento – è il simbolo più chiaro e immediato.

Non è un caso se il Movimento 5 Stelle, che sarebbe nato due anni dopo da quel magma indistinto di demagogia e populismo, ha sempre messo il taglio dei parlamentari in cima ad ogni sua battaglia identitaria.

Non è mai stata una questione di soldi. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani guidato da Carlo Cottarelli ha calcolato un risparmio complessivo di circa 57 milioni di euro l’anno: una goccia nel mare del bilancio di un Paese come l’Italia, a fronte della sforbiciata di 345 degli attuali 945 parlamentari tra Camera e Senato: un taglio netto di un terzo dell’intero Parlamento.

Il taglio dei parlamentari è, semmai, diventato col tempo una sorta di provvedimento bandiera di quella furia iconoclasta che fino a pochi anni fa era considerato “grillino” e che oggi sembra essere diventata una priorità di tutti i principali partiti italiani, a destra come a sinistra, a cui certo non poteva sfuggire la popolarità trasversale di un simile provvedimento.

Un consenso ottenuto anche e soprattutto grazie a una campagna mediatica costruita su una massiccia propaganda social, falsi miti e vere e proprie fake news e che ignora gli effetti devastanti di una simile riforma in mancanza di interventi e correttivi in materia di bicameralismo e sistema di rappresentanza parlamentare. Il primo, il più eclatante: “L’Italia è il paese col numero più alto di parlamentari in Europa”.

Quest’affermazione non solo è falsa, ma è esatto, semmai, l’opposto. Perché, se è vero che tra i grandi paesi europei il nostro è al secondo posto per numero di parlamentari (945) dietro il Regno Unito (1.431) – terzo se si considera che la Germania è una Repubblica federale e, ai 700 totali, vanno aggiunti anche quelli dei vari parlamenti regionali -, c’è un dato che ridimensiona in maniera eclatante la propaganda della retorica pro-sforbiciata. L’Italia, infatti, è addirittura al 22esimo posto (su 28) nel rapporto tra popolazione e numero di rappresentanti. E, una volta approvata la riforma, balzerà addirittura all’ultimo posto.

Un altro grande refrain che ritorna tra gli argomenti pro-taglio è quello dell’efficientamento della macchina parlamentare. Ma il rischio, semmai, in assenza di una parallela riforma del bicameralismo, è quello di ritrovarsi di fronte alle stesse lungaggini e pastoie burocratiche e legislative, con l’aggravante di aver definitivamente azzoppato e spolpato un Parlamento che, già oggi, è ridotto a mero ratificatore di politiche e leggi interamente nelle mani dell’esecutivo. “Se esiste una crisi parlamentare – come ha spiegato ieri il deputato di Più Europa Riccardo Magi in Aula – non è certo dovuta al numero eccessivo di parlamentari, semmai all’uso distorto e al vero e proprio abuso che in questi anni i governi hanno fatto delle decretazioni d’urgenza e della fiducia”.

Il risultato finale di questa riforma sarà l’ennesimo, prevedibile, sacrificio del pluralismo e delle minoranze, che scompariranno dall’arco parlamentare a tutto vantaggio dei grandi partiti. Insomma, siamo di fronte a un provvedimento pasticciato, demagogico, privo di un vero dibattito, che punta all’incasso politico immediato senza guardare agli effetti sul lungo termine di un provvedimento potenzialmente giusto, ma sbagliato nei tempi e nei modi.

Hanno vinto loro, oggi lo possiamo dire. Hanno vinto quelli che una decina d’anni fa urlavano in piazza che avrebbero abbattuto il sistema. Hanno perso quelli che gridavano al pericolo democratico. E oggi si ritrovano tutti quanti insieme, dentro al palazzo, a sventolare la bandiera di una nuova politica che assomiglia sempre più al vecchio populismo. Anche se nessuno si accorge più della differenza.

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