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Coronavirus, e se la scuola si facesse online? Rischi e e opportunità

Di Giuseppe Lipari
Pubblicato il 9 Mar. 2020 alle 18:52
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Coronavirus, e se la scuola si facesse online? Rischi e e opportunità

In questi giorni, già settimane, di emergenza coronavirus, al sistema educativo viene richiesto un sforzo eccezionale: per la prima volta dalla seconda guerra mondiale scuole e università vengono chiuse ma la didattica deve continuare. Il governo italiano ha già derogato, per le scuole, al limite massimo di assenze permesso per l’ammissione all’anno successivo e agli esami. Dopo la prima settimana di lezioni online per alcuni atenei, adesso tutti gli altri e le scuole stanno iniziando le loro.

Questa tempestività normativa e organizzativa è indispensabile in un momento come questo, e sta evitando molti problemi che sarebbero derivati da ritardi e rinvii nei programmi degli anni scolastici ed accademici, evitando di paralizzare i percorsi formativi. È però necessario riflettere su quello che stiamo facendo, poiché potrebbe aprire grandissime opportunità, ma anche rischi, per il nostro sistema educativo.

L’Italia è il Paese della didattica frontale. Che ci piaccia o no, le nostre aule a tutti i livelli dell’istruzione sono concepite per un metodo di lavoro che, in continuità con quello di inizio Novecento, divide nettamente il tempo della spiegazione da quello della verifica, con ruoli estremamente definiti, pochissime opportunità di cooperazione verso l’apprendimento tra i ragazzi, e la continua rincorsa dei programmi ministeriali da parte dei docenti (elemento meno rilevante nelle università).

L’introduzione di nuovi metodi, in primis di educazione non formale, ma anche la modifica dei programmi da parte dei docenti, sono fortemente scoraggiati dal modo in cui il sistema è strutturato, con curricula tendenzialmente poco flessibili nella scuola e aule strapiene all’università. Questi elementi si armonizzano molto poco con la prospettiva di un’innovazione quale la didattica a distanza, che diviene possibile grazie a un grande sforzo tecnico e professionale da parte del personale e del corpo docente, ma che non è sufficientemente supportato dalla struttura del sistema educativo, il quale non stimola l’innovazione nei metodi di insegnamento.

Il vero rischio è quello di una ulteriore “frontalizzazione” della lezione: lo schermo distanzia anziché unire e accentua la tendenza dello studente a non intervenire, o a farlo soltanto attraverso la chat per iscritto, per timidezza e timore di interrompere il docente. Questo è ovviamente straniante ed alienante per entrambe le parti; si pensi al professore/maestro che deve parlare davanti a uno schermo, e ai ragazzi il cui spazio di interazione è notevolmente ridotto, anche dalla bidimensionalità, elemento che limita la possibilità di esprimere ciò che si pensa ad esempio attraverso i gesti e le espressioni del volto, tanto importanti per il modo in cui gli italiani si esprimono, e fondamentale per la comunicazione con i più piccoli.

Io stesso, partecipando alle lezioni online dell’Università di Bologna, ho utilizzato soltanto lo scritto, nonostante normalmente a me piaccia intervenire a lezione e fare domande. In questa prospettiva sarebbero altamente negativi anche gli effetti sulla cooperazione tra studenti, didattica e personale, vista la distanza e la difficoltà pratica nell’assegnare lavori di gruppo spesso svolti di presenza in classe, che sicuramente non fa bene al morale di ragazzi che già vedono limitati i rapporti sociali a causa delle (giuste) restrizioni messe in atto per diminuire la diffusione del coronavirus.

Non mi addentrerò in problemi tecnici, ma sicuramente il fatto che questi siano avvenuti in alcuni atenei richiede una risposta altrettanto tempestiva, e dal mio punto di vista profano, non è positivo il fatto che molte università si stiano affidando a piattaforme di software proprietario, vista l’importanza di mantenere pubblica l’istruzione e il più possibile libera dalle influenze del mercato e delle multinazionali.

Dinanzi a questi problemi in realtà ci sono molte opportunità, che stiamo cogliendo soltanto in parte. Prima tra tutte l’accessibilità: rompendo i confini (e anche le “zone rosse”), adesso è possibile accedere alle lezioni da qualsiasi parte del Paese, o meglio in tutte quelle dove internet e i dispositivi portatili siano a disposizione. Precisazione necessaria, considerate le grandi disuguaglianze nel nostro Paese, già perfettamente esemplificate dalla denuncia fatta dalla preside Lo Verde dell’Istituto Comprensivo Falcone del quartiere Zen 2 di Palermo, dove i ragazzi non avrebbero concretamente dei dispositivi nelle case per seguire le lezioni online. In questo caso la soluzione non è di metodo, ma puramente materiale, serve che tutti abbiano accesso alla pari, ed è giusto che sia la collettività attraverso il ministero e le Regioni a dare gli strumenti adatti ai ragazzi che altrimenti sarebbero esclusi.

Continuando, una grande occasione sta proprio nello stimolo verso una innovazione nei metodi e nell’utilizzo (in questo caso forzato) di strumenti nuovi. Ad esempio già il fatto stesso di poter seguire a distanza, attraverso le lezioni in streaming, potrebbe divenire complementare alle lezioni di presenza in futuro, per permettere ai ragazzi di accedere alla lezione anche quando non possono essere presenti fisicamente (per brevi periodi), per recuperare lezioni perse diminuendo i disagi per gli studenti fuori sede all’università, o per attività ad hoc come esercitazioni da svolgere al computer o attività con partner internazionali (ad esempio di conversazione in lingua tra scuole di paesi diversi).

Per quanto riguarda l’adattamento della lezione frontale, sicuramente questa sfida urgente e imprevista ci potrebbe, finalmente, costringere a cambiare i metodi e anche i parametri con cui si insegna e si valuta, dando finalmente il giusto spazio alla creatività di docenti e studenti. La lezione deve farsi ancor più interattiva, con spazi per gli interventi e domande guida che permettano ai docenti di capire quale sia il grado di attenzione di ragazzi che non possono essere visti in faccia, ma che ci sono e vanno “tenuti incollati allo schermo” ma a fin di bene, per una volta.

I lavori di gruppo, la cooperazione tra studenti nell’apprendimento tra pari, sono cose da introdurre in forma nuova e da rafforzare, e sicuramente nel corpo docente e tra gli studenti le idee innovative non mancheranno. Che fare, quindi, adesso? Sarebbe bene se i due ministri dell’Istruzione e dell’Università, insieme ai loro ministeri, dessero una spinta forte in una direzione innovatrice, promuovendo incontri di riflessione (a distanza ovviamente) tra docenti, esperti e studenti, e aprissero un processo di consultazione vera sul metodo, che possa includere in modo moderno le parti sociali, i sindacati di docenti, lavoratori e studenti. Sarebbe un ottimo esercizio di democrazia partecipativa, e darebbe al nostro Paese probabilmente la più grande sperimentazione didattica dell’età repubblicana.

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