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Altro che Amadeus: il pubblico a Sanremo serviva a Fiorello

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 2 Feb. 2021 alle 12:11 Aggiornato il 2 Feb. 2021 alle 12:49
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Immagine di copertina

Altro che Amadeus: il pubblico a Sanremo serviva a Fiorello

Nonostante l’aria che tira nel vecchio Stivale, non è più l’ora delle decisioni irrevocabili. Al massimo sono irrevocabiline, irrevocabilucce, per poi trasformarsi in: come non detto, si scherzava. Renzi docet.

Persino quel ruvido spartano di Amedeo Sebastiani in arte Amadeus, che aveva annunciato ufficialmente l’intenzione di mollare la conduzione dell’imminente Festival di Sanremo qualora non gli fosse stato concesso il fondamentale pubblico in sala, di fronte al no definitivo del Comitato Tecnico Scientifico e della Rai, ha innestato la retromarcia. Nel Ponente ligure dal 2 marzo ci sarà, eccome. Del resto il ragazzo (che artisticamente aveva alcune valide ragioni) va capito: come fai a lasciare a piedi all’ultimo momento Viale Mazzini, della quale sei da anni volto di punta, abbandonando il prestigioso campo, con tutta la fiducia che ti stanno dando da tempo? Per giunta nei panni di Direttore artistico. Non si fa. Sono sgarri che si pagano. Quindi è evidente che trattavasi soltanto di suggestivo minaccione lanciato “Nell’aria”, come i versi dell’immortale pezzo di Marcella Bella.

La questione del pubblico a Sanremo, pur non essendo, in tutta evidenza, di primaria importanza per il Paese, si è presentata subito spinosa. L’Ariston è un teatro (per giunta grande come una scatola di sardine, nonostante le lenti deformanti delle inquadrature totali lo facciano sembrare enorme), e come tale doveva sottostare alla moratoria prevista per il Covid-19. Avallare l’eccezione che Amadeus chiedeva avrebbe rappresentato una disparità di trattamento rispetto agli altri teatri d’Italia da tempo chiusi e in sofferenza. Con una protesta già da tempo montante nel settore. E compararlo a uno studio televisivo per eludere il DPCM era un trucchetto che evidentemente non sarebbe piaciuto a molti.

Eppure il calore del pubblico per uno show è importante, e il pubblico di Sanremo fa parte integrante della liturgia. Dai vip e i notabili di ogni ordine e grado nelle prime file, alle incursioni di Cavallo pazzo (“Questo Festival è truccato e lo vincerà…”), al finto suicida in galleria dell’era baudiana, agli episodici ingressi fuori scena degli ospiti più o meno internazionali che guadagnano il palco.

Ciò che non va sottaciuto, però, è il vero motivo per cui a mio avviso Amadeus insisteva tanto per avere gente in carne e ossa seduta in platea. Il pubblico era fondamentale non tanto per lui (che peraltro conduce su Rai 1 un programma quotidiano senza pubblico), ma per il suo compagno d’avventura, Fiorello. Un talento maiuscolo ma inquieto, spesso caratterizzato da una certa latente insicurezza. Una sala plaudente non solo gli avrebbe consentito di giocare, fra gag e infiniti spunti comici, con le facce e i corpi seduti lì davanti. Ma l’avrebbe galvanizzato dando anche un riscontro immediato e oggettivo dell’audience ai suoi monologhi; cosa che gli applausi e le risate finte (ci sono file meravigliosi in circolazione, ma non è la stessa cosa) non possono certo dare. Per giunta già lo scorso anno Fiorello aveva testi piuttosto deboli, ed è rimasto in scena per troppo tempo accanto al conduttore. Perdendo la cifra del blitz umoristico che gli sarebbe stata più consona.

Insomma, per Fiore l’assenza di pubblico è artisticamente e psicologicamente un gran casino, per dirla con parole semplici ma efficaci. Un problema di fatto autorale. Di comfort zone autorale. Ma non facciamone un dramma: sicuramente lo risolverà. Perché Sanremo è Sanremo. E perché il giro d’interessi intorno al Festival è così grande, che penso che alla fine persino la pandemia dovrà farsene una ragione.

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