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Sanremo è un flop perché cerca disperatamente una normalità che non c’è

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 4 Mar. 2021 alle 15:48 Aggiornato il 4 Mar. 2021 alle 15:57
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Immagine di copertina
Credit: ANSA

Sanremo 2021, perché gli ascolti sono un flop

Interpretare gli ascolti di un programma è sempre un esercizio complesso e, per me, talvolta perfino urticante, perché poi, spesso, proprio quello che ha fatto fallire un programma magari invece era un elemento di coraggio da premiare.

In questo Sanremo, con un pandemia in corso, l’esercizio è ancora più complicato perché subentrano molti fattori e parametri ignoti. Va però detto che i limiti enormi di questa edizione sono apparsi subito chiari. E forse non tanto per chi capisce di tv, ma per chi capisce di realtà.

Tanto per cominciare, non me ne vorranno i conduttori, ma sono sbagliati i conduttori. E non perché siano la replica dello scorso anno, ma perché sono la replica dello scorso anno in questo anno preciso. Che non è un anno normale.

Dal Sanremo 2020 sono trascorse dieci vite. Il clima spensierato e cameratesco proposto nell’edizione passata è inadeguato alla complessità del momento. Attenzione. Non sto dicendo che a Sanremo va celebrato un funerale, sto dicendo che bisognava avere qualcuno, su quel palco, che riuscisse ad accompagnare la realtà, ad interpretarla, masticarla e riproporla con una veste leggera e pop, ma di sostanza. Perché non si può far finta di niente.

Non si può risolvere questo momento storico con la battuta sui palloncini in platea a forma di cazzo o giocare sulle mascherine o sulla stupidità dei protocolli. O meglio, si può anche fare, ma se c’è dell’altro. L’altro non c’è perché Fiorello e Amadeus – entrambi intrattenitori capaci, per carità – non hanno la profondità per raccontare questa realtà con la grazia e la cultura che servirebbero. Che magari avrebbero avuto un Fabio Fazio o un Paolo Bonolis.

Col risultato che si assiste a un festival scarsamente empatico, poco sintonizzato sulla realtà, per nulla allineato al presente. Che non somiglia al paese, al mondo. Un Festival in cui non è che si cerchi di regalare una festa, ricordandosi però che c’è un funerale in corso, è un Festival in cui si fa finta di niente.

Se lo vedessimo non sapendo che c’è una pandemia, non capiremmo cosa sia accaduto all’umanità. Al massimo, penseremmo che ci sia stata un’infiltrazione sul soffitto dell’Ariston e le poltrone in platea siano fradicie.

Ed è un problema, anche quello dell’assenza del pubblico, che si è affrontato, appunto, facendo finta di niente. La platea è vuota, Fiorello non può contare sull’atmosfera da villaggio turistico che riesce e creare con la gente seduta in sala, Amadeus non è un tappabuchi di quelli imbattibili.

Il Festival andava costruito tenendo conto del silenzio da riempire (che non è solo quello in platea, ma anche ciò che rappresenta). Da raccontare. Un silenzio che andava celebrato, a cui bisognava consegnare una solennità. Invece, per coprirlo, si è alzato il volume della radio, mentre andava una musica così così. Col risultato che è un silenzio comunque, un silenzio di contenuti che rimbomba in un teatro orfano e spaurito.

C’erano tante cose da dire, sull’oggi. Su cosa, anche, ha significato quest’anno di pandemia per i musicisti, per chi arriva sul palco a cantare, sulle incertezze, la valigia immobile, le date cancellate, l’ispirazione che annusa l’aria, disperatamente.

C’era da raccontare il paese, anche attraverso l’intrattenimento. E la platea non è composta da chi guarda Sanremo “così non pensa ad altro”, come pensava con ottuso ottimismo chi ha costruito questo festival.

Non è possibile uscire da quello che sta accadendo. Non siamo reduci, siamo immersi. Non possiamo rimuovere, dobbiamo specchiarci in quello che vediamo. Davvero, chi ha pensato questo festival, ha creduto che per noi a casa Sanremo potesse essere un segnale di normalità? Beh, do una notizia: no.

È un segnale di profonda, raffazzonata NON normalità. Che ci stava, ma andava vestita di contenuti e sensibilità. Non è normale ballare, ridere, cantare, fare battute sui palloncini a forma di cazzo mentre la pandemia di uccide, incupisce, chiude, spaventa, mortifica, fa arrabbiare.

È, al limite, un atto di forza. È resistenza. E allora, se lo fai, lo devi fare bene, non con quell’aria da festa riuscita male. Con gli invitati sbagliati, tra l’altro. Perché, diciamocela tutta. Non puoi trasformare il Festival di Sanremo in un Festival di musica indie da un anno all’altro e non lo puoi fare in un anno come questo, in cui la gente cerca appiglio e rassicurazione. In cui perfino il mercato dello streaming musicale soffre, in cui le persone sono cristallizzate nel presente e, al massimo, riescono a fare un respiro ampio e consolatorio guardando indietro. Non certo avanti.

In più, Sanremo non è X Factor, è uno show da boomer in cui gli indie hanno un senso se sono gli outsider, non se l’outsider è Orietta Berti. Ed è un concetto semplice, che serve a valorizzare proprio gli stessi indie e a non snaturare Sanremo il cui successo intramontabile sta proprio nel fatto di conservare la sua essenza con innesti di modernità, un po’ come quei nonni che a un certo punto imparano a usare il telefonino. Che restano nonni, però hanno Whatsapp.

Ieri sera, a notte ormai fonda, al sesto cantante di cui quasi nessuno conosceva nome e storia, è inevitabile che in tanti abbiano cambiato canale. O si siano assopiti. Va anche aggiunto che le canzoni sono tutte mediamente scarse, con rare eccezioni e poche cose che entrano in testa.

E poi Achille Lauro tutte le sere, annunciato come fosse la star internazionale, presentato con la formula d’ ordinanza “capace di stupire con i suoi travestimenti”. Già abbiamo smesso di stupirci da un po’ della sua trasgressione ordinaria, poi, dopo un anno così, capirai lo stupore. Se proprio dovete, chiamate Renato Zero, non Achille Lauro. O usatelo come concorrente, un’uscita al massimo, qualche tweet su lui che piange ketchup e ciao.

Quanti sbadigli. E a pensare che l’unica vera canzone di successo degli ultimi mesi, ovvero “Mantieni il bacio” di Michele Bravi, prima in tutte le classifiche, sia stata scartata da questa edizione del Festival per lasciare spazio Bugo o a Renga, viene quasi da piangere. Lacrime vere, non ketchup. Una canzone perfetta, di quelle rare, che era impossibile non comprendere. Ma forse anche Bravi era troppo, in un Sanremo fatto “perché così la gente si svaga”. Perché “così si dà un segnale di normalità”.

E il paradosso è che oggi, per giustificare questo disastroso calo di ascolti, Amadeus ha balbettato: “La gente è arrabbiata, chi vive questo stato d’animo di certo non va a una festa di compleanno”. Ma come, l’avete fatta apposta la festa di compleanno. Perché allora non rinunciare a Sanremo, quest’anno? Oppure fare quello che andava fatto: trovare un vestito sanremese, per questa rabbia, per questo momento di paura molle e frustrata.

Un vestito che non siano i travestimenti scemi di Fiorello, con le risate sgangherate del conduttore. Un vestito che sia profondità, empatia, delicatezza. E se manca quel vestito, in un anno questo, non c’è orchestra che possa riempire il vuoto senza sembrare quella del Titanic. No, non è andato tutto bene quest’anno. Neanche Sanremo.

Leggi anche: Sanremo, tutti i motivi del calo degli ascolti. Così Amadeus e Fiorello rischiano

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