Pecora elettrica: i fascisti bruciano una libreria perché la Cultura è la cosa che temono di più

Nel silenzio tombale di tutte le forze politiche Roma oggi è diventata Fascio Capitale. Ma la Pecora elettrica risorgerà. Il commento di Lorenzo Tosa

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 6 Nov. 2019 alle 14:51 Aggiornato il 6 Nov. 2019 alle 16:36
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Immagine di copertina

Hanno atteso che fosse nuovamente carica di libri per entrare in azione. Perché quelle fiamme non distruggessero solo un luogo, un bar, una libreria, ma suonassero come un avvertimento: la cultura qui non è la benvenuta. In fondo, è questo l’aspetto più inquietante dell’incendio appiccato questa notte, intorno alle 3, da ignoti squadristi alla Pecora elettrica di Centocelle.

È la seconda volta che accade negli ultimi sei mesi. La prima volta era successo il 25 aprile, una data simbolo. L’ultima poche ore fa, alla vigilia della nuova inaugurazione, dopo che i ragazzi della Pecora elettrica avevano messo insieme la forza, le risorse, il coraggio per ricostruire, per ripartire, grazie anche a una gara di solidarietà a cui aveva contribuito un’intera comunità, per la quale la caffetteria letteraria antifascista era diventata col tempo un luogo di ritrovo fisso.

Ieri come oggi, chi ha acceso la miccia non stava colpendo semplicemente un luogo, ma quello che rappresenta: il tentativo di rialzare la testa, di non arrendersi all’odio, di ricucire vite e reti sociali nelle nostre periferie, e di farlo attraverso la cultura, i libri, le idee. Un’idea talmente rivoluzionaria, oggi, da diventare pericolosa.

Esattamente come i ragazzi del Cinema America, pestati a sangue quest’estate per avere osato portare il cinema a San Cosimato. Il copione è ogni volta identico. La lezione sempre quella: puoi combattere il fascismo con tutti i mezzi e gli strumenti che vuoi, ma non c’è un’arma che faccia più paura ai fascisti che la cultura.

Quelle fiamme non miravano a distruggere il luogo in sé, né i ragazzi che l’hanno immaginato, ma quello che c’era dentro: i libri, le idee. Le parole che contengono dentro. Perché le parole hanno il vizio di non rimanere ferme sulle pagine ma cominciano a girovagare per il mondo, attraverso la testa e la bocca di chi legge. Come virus contagiosi, si inoculano nella società e, quando diventano abbastanza numerosi e abbastanza potenti, finiscono per cambiare il mondo.

Ma l’attentato incendiario che ieri ha colpito la Pecora elettrica di Centocelle non è solo una storia di violenza e di periferia. È l’emblema di una città ormai sfuggita al controllo dell’amministrazione locale e dello Stato, preda di una miscela micidiale di clan mafiosi più o meno organizzati, cani sciolti, narcotrafficanti. E, sullo sfondo, un’unica e chiarissima matrice: quella neofascista.

Dalla Banda della Magliana a Carminati, passando per il movimento ultrà, la politica extraparlamentare (CasaPound e Forza Nuova su tutti), con la complicità più o meno occulta della destra sovranista, negli ultimi quarant’anni quest’onda nera è partita dalle periferie mettendo a poco a poco le mani sull’intera città. Interi quartieri, un tempo rossi – come San Lorenzo e Centocelle – oggi sono controllati da bande nere che vanno in pellegrinaggio a Predappio e votano gioiosamente Salvini.

C’è una frase, pronunciata appena l’altro ieri da uno dei proprietari della Pecora elettrica, Daniele Ruggeri. “Avete paura?” gli ha chiesto un giornalista. E lui ha dato una risposta che oggi suona come un sinistro presagio. “Un po’ di paura c’è, ma cerchiamo di non pensarci. Certo, siamo consapevoli che il territorio sembra fuori controllo. Non sentiamo la presenza delle istituzioni”.

Perché possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma la verità è che oggi la Capitale d’Italia non è più nelle mani dello Stato. Più che Mafia Capitale, chiamatela Fascio Capitale, perché è questo che oggi è diventata Roma, nel silenzio tombale di tutte le forze politiche, vuoi per incapacità, vuoi per convenienza e propaganda.

Per fermare quest’onda nera non basterà promettere il pugno duro, evocare maxi-processi o mandare l’esercito. Tutto questo si combatte con un’arma molto più potente e sofisticata, quella che la Pecora elettrica impugnava quotidianamente e che si preparava a riprendere in mano contro odio, violenza e degrado: la Cultura. Quella con la C maiuscola.

Salvare (di nuovo) la Pecora elettrica non è solo un atto di solidarietà ma l’unico modo con cui potremmo vincere una volta per tutte questa battaglia. Che non si combatte solo a Centocelle o a Roma e che non riguarda solo fascisti e antifascisti ma tutti noi. La Pecora elettrica risorgerà dalle ceneri ancora una volta, se ne facciano una ragione gli squadristi: potete anche bruciare una libreria, ma non potrete mai estirpare le idee sulle quali è stata costruita.

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