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Addio a Gorbaciov: dalla Brexit al ritorno dei nazionalismi, figli di un fallimento che ha le sue radici nel 1989

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Con Mikhail Gorbaciov se ne va uno dei più grandi protagonisti del ‘900. Leader illuminato e colto che ha saputo, con coraggio, dialogare con l’Occidente puntando alla pace come unica soluzione alle controversie tra superpotenze, contribuendo alla fine della guerra fredda. Un uomo che ha saputo coniugare la sua agenda politica estera con la speranza. “Padre” della perestroika, aveva 91 anni. Fu l’ultimo leader dell’Urss, nel 1990 fu insignito del Nobel per la pace. Il “profondo cordoglio” di Putin, Biden a caldo: “Un leader raro”. La notizia è stata battuta la notte scorsa dall’agenzia di stampa russa Tass: “Questa notte, dopo una grave e prolungata malattia, Mikhail Sergeyevich Gorbaciov è morto”. Quale eredità ci lascia?

Il 9 novembre del 1989 terminò il “secolo breve”, così definito dall’immenso storico britannico Eric Hobsbawm che, a sua volta, cita nella prefazione della sua opera, il poeta Thomas Stearns Eliot: “Il mondo finisce in questo modo: non con il rumore di un’esplosione, ma con un fastidioso piagnisteo”, il Secolo breve è finito in tutti e due i modi. La caduta del muro di Berlino, nel novembre del 1989, ha segnato una profonda “rottura di civiltà” – ha scritto nel 2003 Jean Daniel, fondatore de Le Nouvel Observateur – non come l’11 settembre. Prima degli attentanti alle Twin Towers sapevamo tutto, ma non sapevamo che gli Stati Uniti avrebbero potuto essere aggrediti nelle loro “ville debout!” – la “città in piedi” così definita da Céline nel suo Viaggio al termine della notte del 1932 – simbolo occidentale del progresso e ignoravamo cosa potesse nascere dall’intensità di quel trauma nell’anima dell’America profonda: le guerre (Afghanistan e Iraq). Due guerre ancora più inedite che vanno a scontrarsi con teorie e schemi appartenuti al passato, da Clausewitz in giù.

Mikhail Gorbaciov nasce il 2 marzo 1931 a Privol’noe, provincia di Stavropol’ nel Sud della Federazione russa da una famiglia di agricoltori. Nel 1955 arriva la laurea in Giurisprudenza presso l’Università Lomonosov di Mosca. Proprio a Mosca in una festa nella casa dello studente di Sokolniki, conosce Raisa Maksimovna Titarenko, studiosa di sociologia e filosofia, se ne innamora e la sposa. Un’unione durata fino alla morte di lei, avvenuta nel settembre 1999 che ha scritto pagine di letteratura del Novecento. Sempre accanto al marito, fu spesso determinante.

La carriera politica di Mikhail Gorbaciov inizia nel 1970, quando viene nominato primo segretario del partito a Stavropol. Dieci anni dopo il ritorno a Mosca come membro del Politburo: il più giovane di sempre. Segue l’esperto Jurij Andropov, capo del Kgb, viaggia spesso e nel 1984 incontra per la prima volta l’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher, con cui avrebbe poi stabilito negli anni ‘80 un rapporto di stima e fiducia. Alla morte di Kostanntin Cernenko, irrompe sulla scena politica internazionale in maniera definitiva, l’11 marzo del 1985 diventa segretario generale del Pcus: ha solo 54 anni, una vera svolta generazionale dopo un lungo periodo di gerontocrazia. Arriveranno Glasnost e perestroika.

Il 1986 è l’anno delle speranze, a febbraio Gorbaciov lancia due parole che faranno la storia: glasnost (trasparenza) e perestroika (ristrutturazione). Una sana ventata di libertà nei media e nell’opinione pubblica, riforme che incideranno su di un sistema economico sempre più stagnante. In ottobre il memorabile incontro con il presidente americano Ronald Reagan a Reykjavik, in Islanda, per discutere la riduzione degli arsenali nucleari in Europa, che definisce l’anno successivo la firma di uno storico trattato. Nel luglio del 1991 con George Bush: lo ‘Start 1’ per una drastica riduzione delle armi nucleari strategiche. Siamo alla fine della Guerra fredda e Mikhail Gorbaciov ne è di fatto l’artefice. Nel marzo del 1989 le prime libere elezioni: una data storica. Nel 1990 il ricostituito Congresso dei deputati del popolo elegge Gorbaciov presidente e ne frattempo crolla il “muro di Berlino” e c’è il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan. E poi le visite in Cina, a papa Wojtyla, il Nobel per la pace e il 1991 in agosto viene sequestrato in Crimea, vittima di un golpe dei comunisti conservatori. Golpe spento solo dalla resistenza del presidente russo Boris Eltsin che firmerà l’8 dicembre con Ucraina e Bielorussia la nascita della Csi, la Comunità di Stati indipendenti: è la fine dell’Unione Sovietica.

La fine della Guerra fredda e della divisione in due dell’Europa decisa dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale: il crollo dello Stato comunista tedesco-orientale e la riunificazione della Germania nella Repubblica federale tedesca, meno di 11 mesi dopo, il 3 ottobre 1990. Un processo inevitabile e inarrestabile che tuttavia poneva il problema della rinascita della Germania come potenza europea occidentale, sia in termini economici sia di popolazione. Prospettiva che andava a modificare gli equilibri decennali raggiunti dai paesi membri dell’Unione Europea. Inoltre, il veloce disfacimento della stessa Unione Sovietica avrebbe obbligato l’Europa occidentale ad allargarsi verso Est, andando ad assorbire le nuove democrazie ex-comuniste, infine il problema dei nuovi rapporti con la Russia. Questo duplice appuntamento con la storia era chiaro a molti ma non di facile soluzione. Le scelte fatte all’epoca sono state soddisfacenti? La fine del Novecento e ci proietta nel periodo che il politologo statunitense Francis Fukuyama ha definito The End of History and the Last Man dove la caduta del muro di Berlino e le sue conseguenze, ovvero la dissoluzione dell’impero sovietico rappresentano ottime premesse per raggiungere il traguardo comune delle società occidentali: lo stato liberale e democratico. Ma siamo sicuri che questi traguardi sono stati raggiunti?

All’unificazione monetaria è seguita una difficile unificazione delle politiche economiche e fiscali e poi il tentativo di ricucire i rapporti tra i paesi membri a Lisbona nel 2007, quindi la Brexit, il forte ritorno dei nazionalismi sono, in parte, figli di un fallimento che mette le sue radici nel 1989. I difficili rapporti con la Russia, dal rapido allargamento della NATO ai Paesi europei dell’ex Patto di Varsavia e alle tre Repubbliche baltiche, seguito dall’ingresso di molti di questi paesi nella Ue. Tutti fatti che non furono accompagnati da analoghe aperture nei confronti di Mosca che hanno portato la Russia a violente azioni militari in Georgia, Crimea e poi l’Ucraina, nel cuore dell’Europa, mosse inaccettabili dal punto di vista del diritto internazionale ma, viste da Mosca, come una necessaria reazione difensiva rispetto all’invadenza occidentale.

“Occidente” nella sua accezione storica ossia ambito definito dall’appartenenza alla civiltà e cultura europea, contrapposta a quella dei popoli del Medio ed Estremo Oriente; nel periodo della guerra fredda, i paesi a democrazia parlamentare e a economia liberistica in contrapposizione ai paesi comunisti dell’Europa orientale e dell’Asia e ai loro caratteri culturali, economici e sociali.

Del resto, come già teorizzato dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo Lo scontro delle civiltà del 1996, nel mondo post-Guerra fredda le principali distinzioni tra i vari popoli non sono di carattere ideologico, politico o economico, bensì culturale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno quelle sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro, popoli e nazioni tentano di rispondere alla più basilare delle domane: chi siamo? I principali raggruppamenti di Stati non sono più tra i tre blocchi creati dalla Guerra fredda ma le sette-otto maggiori civiltà del globo (per Huntington: Occidentale, Latino americana, Africana, Islamica, Sinica, Indù, Ortodossa, Buddista, Giapponese). Oppure, come affermava Henry Kissinger nel 1994 nel suo Diplomacy: “Il sistema internazionale del XXI secolo conterà almeno sei grandi potenze – Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone, Russia e probabilmente India – e una miriade di paesi piccoli e medi”. La Russia non è rimasta a guardare sia in Asia centrale che nel cuore dell’Europa come sappiamo, il russo è ancora una lingua franca in gran parte dell’Asia centrale e il vantaggio dei servizi segreti russi nell’area rispetto ai cinesi è considerevole. E gli Stati Uniti? Secondo alcuni osservatori per non perdere completamente il controllo dello scacchiere asiatico Biden dovrebbe impostare una strategia diplomatica ed economica solida e ben definita, di modo che nessuna delle due superpotenze acquisisca il controllo dell’Asia centrale. Altrimenti la Cina potrebbe finire per dominare l’”isola-mondo”.

Nella biografia di Mikhail Gorbaciov rimangono alcune ombre, dall’invio del carri armati in Lituania per reprimere le prime aspirazioni indipendentiste alla disastrosa catastrofe nucleare di Cernobyl nel 1986, evento che passò sotto silenzio per diversi giorni nonostante la glasnost. I suoi meriti storici prevalgono però di gran lunga, nonostante l’impopolarità e il distacco tra i russi, che non gli hanno mai perdonato il crollo dell’Urss. Recentemente ha criticato aspramente la deriva autoritaria di Putin attraverso conferenze e interviste. Un uomo dai mille volti che ha cambiato il Mondo del suo tempo.

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