Quella atroce miscela di razzismo, bullismo e ignoranza che ha ucciso George Floyd

Di Ruggero Pegna
Pubblicato il 7 Giu. 2020 alle 14:55 Aggiornato il 7 Giu. 2020 alle 15:17
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Immagine di copertina

In questi giorni ho meditato a lungo sulla foto di quel poliziotto americano in posa da torero su un uomo inerme, agonizzante, che invocava semplicemente aiuto. Ho rivisto le immagini. Nulla che giustificasse tanta violenza, essendosi consegnato senza opporre alcuna resistenza. Mi sono perfino meravigliato che un solo poliziotto, più preoccupato della foto ricordo che delle grida di quell’uomo, riuscisse a tenerlo immobile. Si è poi visto che dietro l’auto, ben nascosti, ce n’erano altri due, fieri di aiutare il collega a posare da eroe. La foto era perfetta: mano sul fianco, accenno di sorriso, ginocchio fermo, busto dritto, divisa stirata e scarpe lucide.

“Lasciatemi, non riesco a respirare!”. Eppure quel grido non lasciava alcun dubbio; di feroce c’era solo la bestialità di quegli uomini in divisa, desiderosi finalmente di esibire una qualunque preda. In ginocchio, nel gesto di estrema pietà e rispetto di tante religioni, forte di un ruolo interpretato nel modo opposto, in quella foto non c’è un uomo in preghiera ma un semplice assassino. Quella foto passerà alla storia proprio per quel ginocchio, tra le immagini più impietose, truci e vigliacche. Le ho riguardate tante volte incredulo; nessun dubbio. Ormai la “preda” era stata catturata e non aveva scampo. Braccata da ben quattro poliziotti armati fino ai denti, non sarebbe certo potuta scappare, né avrebbe potuto offendere; invece nessuna pietà o rimorso. C’era, visibilmente, lo stesso desiderio di mostrarsi al mondo che hanno gli abili bracconieri seduti sulla carcassa di un leone, di un coccodrillo o di un elefante. L’uomo sofferente, sul punto di morte, ai loro occhi pieni di soddisfazione era diventato semplicemente un trofeo di caccia.

Ho pensato all’America, sì, a quel luogo in cui tanti italiani sono approdati in cerca di lavoro, vero crogiuolo di razze, esempio di straordinaria integrazione ma, al contempo, del più becero razzismo. Mi sono chiesto cosa ci sia di civile in un Paese che viola spesso platealmente i diritti umani, in cui un presidente non risponde a logiche di cultura, politica e umanità, ma semplicemente di denaro. Confuso, ho camminato sulla luna con i suoi eroi veri, ho rivisto mille volte l’auto con Kennedy colpito a morte tra ali di folla, l’uccisione di Martin Luther King. Mi sono perso tra grattacieli e insegne gigantesche, inseguendo invano Marylin Monroe e le altre dive di Hollywood.

Tornato nel mio letto, in un Paese dove l’uomo non si sente così piccolo davanti ad acciaio, cemento e soldi, ho comunque pensato a storie uguali. Rivedendo nella mente quelle foto col poliziotto in posa da torero, a un tratto ho immaginato quel pezzo d’aldilà in cui, all’improvviso, si è trovato George Floyd. L’ho visto spaesato, ancora ignaro che si trovasse dall’altra parte. Alto, grosso, muscoloso, col viso da pugile, lui stesso non poteva credere che fosse morto davvero, soffocato sotto un ginocchio. Con l’espressione impaurita di chi non comprende cosa gli stia succedendo, l’ho visto chiedere a tutti in quale luogo dell’America si trovasse, dove fosse sua figlia, dove fossero sua moglie, la sua famiglia.

Davanti ad un angelo che lo ha abbracciato e gli ha dato il benvenuto, l’ho visto improvvisamente piangere come un bambino, gettarsi a terra disperato. “Dove sono? Perché sono qui? Devo tornare dalla mia bimba!”, ripeteva in ginocchio, sperando che l’angelo si impietosisse e gli indicasse la strada del ritorno. Inaspettatamente, mentre lui si disperava, alle sue spalle ho visto un ragazzo, anche lui scuro di pelle. L’ho guardato più attentamente. Era scuro di botte, di pugni e calci, pieno di ematomi, zoppicante e dolorante. “Che ti è successo? Qui ci sono solo uomini uccisi, senza un motivo, proprio da chi avrebbe dovuto proteggerci…”, gli ha detto il ragazzo, con un sorriso gentile e dolce e un corpo esile da non fare paura nemmeno a un grillo.

Poi, senza ricevere risposta, intuendo, ha cercato di confortarlo: “Sono qui come te, senza avere compreso perché sono stato picchiato a morte!”. In quel momento, George si è rialzato con il viso pieno di lacrime e lo ha accarezzato, poi gli ha messo un braccio intorno al collo e se l’è stretto al petto. Mentre i due parlavano, si sono avvicinati in tanti, di ogni nazionalità e colore della pelle. Ognuno ha cominciato a raccontare la sua storia: tutti uccisi dalla terribile miscela tra razzismo, bullismo, stupidità e ignoranza. Storie spesso insabbiate, nascoste, in cui la verità è emersa dopo battaglie dei familiari o è rimasta sepolta per sempre. Storie di neri e di bianchi, senza distinzione, perché, come diceva il piccolo migrante di un mio romanzo, la bontà, l’umanità e l’amore, non dipendono dal colore della pelle, ma da quello del cuore.

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