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La morte di George Floyd ci ricorda che viviamo nella società della “supremazia bianca”

Di Stephanie Brancaforte
Pubblicato il 30 Mag. 2020 alle 15:16 Aggiornato il 31 Mag. 2020 alle 11:20
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Immagine di copertina
Murale dedicato a George Floyd a Berlino. Credit: ANSA/ Jan Scheunert/ZUMA Wire

Milioni di persone in tutto il mondo hanno guardato con orrore le immagini di George Floyd che veniva ucciso da un’agente della polizia, Derek Chauvin, a Minneapolis qualche giorno fa. Alcuni titoli di giornale hanno affermato che “l’uomo è morto quando un ginocchio gli è stato spinto sul collo”, facendo sembrare la sua morte l’esito di una sorta di guasto meccanico su una massa umana. E invece si è trattato di un omicidio intenzionale, eseguito per mano di un sistema razzista – altrimenti noto come linciaggio, o omicidio extragiudiziale se rimaniamo nell’ambito dei diritti umani. Normalmente diremmo, scioccati, “In America – nel 2020″.

Ma l’anno 2020 è anche l’anno dell’America di Trump, la cui retorica è così discutibile che persino Twitter lo ha segnalato per incitamento alla violenza. Il fatto che quattro poliziotti – l’assassino e i tre che lo guardavano – fossero già stati licenziati è sembrato quasi un progresso: non era mai avvenuto così in fretta. E qui c’è una vittoria dell’attivismo: i tre poliziotti “spettatori” sono stati immediatamente licenziati sulla base di una modifica normativa per la quale i manifestanti hanno combattuto nel 2016, e che ha reso l’inazione di fronte a queste brutalità un motivo di licenziamento.

Il poliziotto Derek Chauvin è stato arrestato. Ma sappiamo tutti che questo non è abbastanza. 6,75 milioni di persone su Change.org si sono già unite a coloro che protestano di persona per chiedere che tutti gli assassini di George vengano incriminati e consegnati alla giustizia. La petizione lanciata dalla 15enne Kellen. S. è la più grande della storia di Change.org – e continua a crescere, alimentato dal supporto di Beyoncé e l’avvocato della famiglia Floyd.

Tanti attivisti del Minnesota hanno definito la prima notte di sommosse quella della “ribellione della polizia”. Poliziotti che si sono ribellati perché quattro di loro erano stati licenziati, e nelle forze di polizia c’è una forte corrente di nazionalismo bianco.

Secondo quanto riferito, l’assassino, Derek Chauvin, è abbastanza vicino al capo del sindacato della Polizia, ed è apparso evidente che né il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, né il capo della polizia avessero il controllo assoluto su tutti i loro ufficiali. Lo scorso novembre, il sindaco aveva impedito agli ufficiali di partecipare agli incontri politici in divisa, ma quando è apparso il presidente Trump, il sindacato di Polizia ha stampato migliaia di magliette con la scritta “cops for Trump” (poliziotti per Trump) per poi salire sul palco per farsi celebrare dallo stesso Trump.

Dopo l’omicidio di Floyd, abbiamo assistito ad altri eventi straordinari, tra cui il fatto che la polizia di Stato del Minnesota abbia arrestato una troupe televisiva della CNN in diretta TV, cosa mai vista negli ultimi tempi. La polizia ha portato via la telecamera mentre questa stava trasmettendo le immagini dal vivo. La telecamera è diventata essa stessa un reperto della reazione della polizia, che ha scelto di utilizzare il pugno di ferro.

Trump non è la causa della morte di George Floyd. Piuttosto, la sua elezione è il risultato dell’esistenza di un’impalcatura razzista che soggiace alle strutture di potere negli Stati Uniti, e che i manifestanti stanno cercando disperatamente di smantellare. Quelle stesse strutture di potere sono quelle che hanno permesso al COVID-19 di uccidere 2,6 volte più afroamericani rispetto ai bianchi negli Stati Uniti.

La lezione da trarre da questi eventi non è necessariamente che gli americani siano particolarmente razzisti, bensì che la polizia, l’attuale leadership nel Governo nazionale e molte altre strutture di potere sono state fatte intenzionalmente infiltrare da parte della mentalità della “supremazia bianca”. Che si tratti di reati omissivi o commissivi, il Movimento per i diritti civili ne ha molti da denunciare e combattere, e abbiamo tutti ancora una lunga strada davanti a noi.

Sono cresciuta nello stato del Wisconsin nel Midwest, proprio accanto al Minnesota, dove è morto George Floyd. Le persone che conoscevo erano, sì, prevalentemente bianche, anche se i dati demografici del Midwest stanno cambiando rapidamente. Tra di loro, c’erano molte persone veramente gentili, attive nella loro comunità. Non avrebbero mai messo un ginocchio sul collo di qualcuno. Ma nemmeno quelle persone gentili hanno dedicato le ore necessarie allo smantellamento del sistema che ha rafforzato il potere di quel ginocchio e di quegli agenti di polizia.

Il problema non è solo l’ufficiale che ha soffocato George Floyd, quanto quelli che gli sono stati accanto, non per 30 secondi ma per 9 lunghi minuti, mentre la vita di quest’uomo evaporava dal suo corpo. Non solo gli assassini, ma tutti coloro che assistono allo spettacolo del razzismo senza intervenire.

Una rappresentante dello Stato del Minnesota, Aisha Gomez, ha espresso bene il concetto: “Quando parliamo di abolizione o di disinvestire dalle strutture di polizia, non stiamo esponendo una posizione aggressiva o irrealistica. Stiamo riconoscendo spassionatamente il fatto che il nostro attuale sistema di polizia fa quello per cui è stato creato, ovvero proteggere la proprietà privata, sostenere la supremazia bianca e terrorizzare le minoranze. Questo sistema non serve gli interessi delle persone e non rende sicure le nostre comunità. Dobbiamo re-immaginare e riorganizzare la costruzione della sicurezza nelle comunità secondo il come e il per chi”.

Per me, la domanda non è se le sommosse siano proporzionate o esagerate. Possiamo provare grande empatia per i negozianti che hanno perso le loro attività a causa delle fiamme, ma non è su di loro che la storia deve essere incentrata. La gente è in un lutto feroce. Le rivolte sono spesso complicate, con degli “agents provocateurs” che sono diventati il perno dei sistemi di polizia: ci sono stati molti casi di fascisti armati che si sono infiltrati tra i manifestanti che protestavano pacificamente contro la polizia a Minneapolis, nonché opportunisti che hanno usato il caos per saccheggiare. La violenza, però, è raramente riconducibile agli attivisti per i diritti civili o a quelli di “Black Lives Matter”.

Ma la storia dei negozianti non è quella che deve essere al centro del dibattito proprio ora, nel bel mezzo di questa secolare cospirazione criminale, nazionale e non solo. Perché fino a quando non saranno fatte riforme strutturali nella polizia – tra cui l’idea di abolire le forze di polizia, come da richiesta di molti attivisti per i diritti civili – queste sommosse avranno luogo di nuovo, città dopo città.

Dopo gli omicidi di Breonna Taylor, Ahmaud Arbery e tanti altri afroamericani inermi, morti o umiliati negli ultimi mesi, è tempo di andare alla radice del problema. Mentre può essere affascinante guardare l’America – inclusi il simbolo dell’accogliente “Statua della Libertà” e l’immagine del cosiddetto “melting pot” – letteralmente andare in fiamme a causa delle tensioni razziali, questa “Schadenfreude”, o “gioia sadica”, non è ciò di cui abbiamo bisogno in Italia. Forse possiamo invece imparare dai movimenti in corso negli Stati Uniti, cercando così – meditatamente – di smantellare le strutture incredibilmente potenti che sono alla base della “supremazia bianca”.

Quando le persone di colore muoiono in mare perché abbiamo costruito un sistema basato sull’esclusione e il razzismo, dobbiamo anche riconoscere che esistono lente esecuzioni che le nostre autorità hanno commesso collettivamente, con il sostegno pubblico. Un modo per dare una mano può essere quello di sostenere iniziative come quelle di Clementine Pacmogda per cancellare il decreto sicurezza o di Aboubakar Soumahoro per riconoscere i diritti dei braccianti invisibili.

Dobbiamo sfidare la mentalità del colonialismo e della supremazia bianca che si è infiltrata nelle nostre strutture di potere, nella nostra economia, nei nostri servizi sanitari e nelle nostre forze dell’ordine. Perché le vittime possono essere chiamate Mohamed o Fatima o Absame piuttosto che George Floyd, ma le uccisioni commesse intenzionalmente o per mancato intervento sono altrettanto reali, altrettanto scandalose e altrettanto prevenibili.

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