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Accettiamo ogni restrizione, ma lo “sceriffismo” proprio no

Di Roberto Bertoni
Pubblicato il 19 Mar. 2020 alle 08:26 Aggiornato il 19 Mar. 2020 alle 08:41
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Credit: Ansa

Non è il momento di sollevare polemiche, di scagliarsi contro questo o quel presidente di regione, questo o quel segretario di partito, questo o quel commentatore che, magari, ne ha sparata una di troppo e avresti una gran voglia di dirglielo, anche duramente. Non è il momento, non serve a niente e va evitato, imponendosi un rigore professionale non dissimile da quello che giustamente ci ha imposto il governo per il nostro bene. E però attenzione. Attenzione, perché sta cominciando a palesarsi un fenomeno di fronte al quale non si può restare indifferenti.

Si tratta dello sceriffismo, ossia della tendenza di alcuni protagonisti della nostra vita pubblica a spararla sempre più grossa: per prendersi la scena, per inviare messaggi rassicuranti, per far vedere alla popolazione che ci sono e tengono in pugno una situazione che, in realtà, è talmente grave da essere sfuggita di mano a tutti. Lo stesso Conte, che pure se la sta cavando egregiamente, non sa più cosa fare perché una restrizione ancora più forte delle nostre libertà, purtroppo probabile, gli costerebbe molto in termini di rapporto fiduciario col Paese.

Parliamoci chiaro: ci sono due modi di affrontare quest’emergenza. Ci si può lasciare andare al solito provincialismo d’accatto secondo cui sono tutti più bravi di noi, quando in realtà siamo proprio noi a essere diventati un modello per gli altri. O si può accettare la cruda verità, ossia che una mattanza di queste proporzioni mette a repentaglio le stesse garanzie costituzionali. Wuhan, come l’intera Cina, non sono e non devono diventare un modello, come non devono diventare un modello, e possibilmente non devono essere ascoltate, le distopie orwelliane di quanti vorrebbero schedare i cittadini, spiarli coi droni e invadere in ogni istante la loro privacy. Non serve a niente e genera solo ulteriori sofferenze e immani disagi.

Quanto a certe follie, come la stretta sull’acquisto di pennarelli, quaderni e biancheria di cui ha dato conto ieri l’edizione milanese di Repubblica, è bene sottolineare con vigore che questi provvedimenti, oltre a essere inutili, sono anche dannosi. Perché la crisi non è la stessa per tutti, e questo è un altro tema che non può essere eluso. Chi vive in centro, ha una bella casa, ha un ampio terrazzo e magari un cortile interno di discrete dimensioni affronta il disastro in un modo. Chi è costretto a vivere in periferia, non ha alcun terrazzo e, dopo che hanno chiuso pure i parchi giochi, non sa più dove portare i figli a giocare, vive in condizioni assai peggiori.

Quanto ai bambini, capisco che non votino, non siano sindacalizzati e non possano in alcun modo difendersi ma, proprio per questo, dobbiamo essere noi adulti che le regole le abbiamo sempre rispettate, e che stiamo rispettando anche quelle draconiane di questi giorni, ad alzare la voce in loro nome. Un genitore che può permettersi di acquistare su Amazon la PlayStation 4 con FIFA 2020, spendendo circa 400 euro, magari se la cava. E magari ha anche i soldi per la tata, la baby sitter e tutta un’altra serie di attrazioni e divertimenti che consentono al bambino di vivere questa reclusione forzata senza perdersi d’animo.

Un genitore che, a causa della chiusura forzata di quasi tutto, sta in cassa integrazione o ha perso il lavoro, magari al pari di sua moglie o della sua compagna, il massimo che può permettersi, in alcuni casi, è un album da colorare o un quaderno per far disegnare il proprio piccolo. Privarlo anche di questo è un atto d’incoscienza sociale. Significa davvero, sia pur involontariamente, non rendersi conto che un quaderno e un pennarello per me che ho trent’anni possono essere superflui, perché esistono i tablet, gli smartphone e mille altre diavolerie tecnologiche, ma per un bambino no.

Senza contare che Conte si gioca tutto. Può uscirne da eroe e prenotarsi un posto in prima fila nella corsa alla successione di Mattarella ma può anche finire male, consegnando il Paese a non si sa quale avventura. Occhio, perché la miscela cui stiamo assistendo è pericolosissima: Europa debole e pressoché assente, nonostante i tentativi di porre rimedio alle assurde parole pronunciate qualche giorno fa dalla Lagarde, egoismo spinto da parte dei diversi stati membri, sovranismi d’ogni ordine e grado pronti a esplodere da un momento all’altro, una collaborazione fra maggioranza e opposizione che, di fatto, non esiste, un governo debole al netto della buona prova fornita dal presidente Conte e da alcuni ministri, su tutti Speranza, e, soprattutto, una crisi economica e produttiva devastante.

Se il Presidente del Consiglio non si dimostrerà in grado di far fronte a quest’emergenza ma, più che mai, al dopo emergenza, saranno dolori. Perché in gioco c’è la tenuta stessa del sistema democratico, l’avvenire dell’Europa, oggettivamente fosco, e, volendo ampliare lo sguardo, il destino dell’Occidente nell’epoca dei Johnson e dei Trump. Se a tutto ciò aggiungiamo lo strapotere che hanno acquisito le regioni e la corsa a chi vara l’ordinanza più restrittiva, neanche si trattasse di un concorso a premi o di una gara a chi mostra i muscoli più grossi, capite per quale motivo ci sia di che preoccuparsi.

Le serenate ai balconi, il grido “andrà tutto bene”, la solidarietà, l’amicizia e i sorrisi, a breve, finiranno. Il capitale di fiducia che gli italiani hanno accordato a una personalità, Conte per l’appunto, per molti aspetti sorprendente sta per terminare. Se entro pochi giorni non si raggiunge il picco dei contagi e delle vittime, non si stabilizza la Borsa e non comincia a calare lo spread, se cioè non si vede nemmeno un raggio di sole in fondo al tunnel, le tenebre in cui siamo sprofondati rischiano di travolgerci. E a quel punto dai balconi, al posto dell’Inno di Mameli o delle note di “Azzurro”, potrebbero piovere pitali.

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