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Coronavirus: basta con le mezze misure, fermiamoci tutti. Il nord Italia stia in quarantena modello Wuhan

La risposta italiana al Coronavirus fa acqua da tutte le parti: le istituzioni devono imporre un diktat ben più chiaro

Di Piero Luigi Sevolta
Pubblicato il 5 Mar. 2020 alle 14:05 Aggiornato il 9 Mar. 2020 alle 14:14
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Immagine di copertina
Ospedali e quarantena Credit: Ansa

Coronavirus Italia, serve una quarantena come il modello Wuhan

I teorici della dittatura, storicamente, trovano grande conforto nella lettura dello Spirito delle Leggi di Montesquieu. Nel testo immortale, il filosofo trova spazio per enunciare una teoria particolare, la Teoria del Clima, secondo cui la forma di governo ideale per una nazione dipende dalla fascia climatica in cui si trova. Freddo nordico? Ottimo per la repubblica, visto che già il freddo spegne le passioni e riconduce all’ordine. Clima temperato? Monarchia, magari parlamentare, di certo costituzionale. Caldino, caldo, molto caldo, invece, non possono prescindere da un regime totalitario, a cui pure il filosofo in massima è avverso. Il caldo risveglia gli istinti, esacerba le pulsioni, e soltanto la mano ferma di un tiranno è in grado di richiamare tutti all’ordine.

Montesquieu è nato nel 1689, a distanza di almeno trent’anni dalle peggiori recrudescenze della peste nera e del tifo petecchiale in Francia, e tra Bordeaux e Parigi è sempre stato sufficientemente distante dalla peste di Marsiglia del 1720. Fosse andata diversamente, magari,  avrebbe aggiunto un’appendice alla Teoria del Clima intitolandola ‘Teoria dell’Epidemia’. Nonostante il suo amore per lo stato liberale, probabilmente sarebbe arrivato alla stessa conclusione a cui tanti, ancora sottovoce e al limite con la boutade, stanno approdando approfittando della foschia del primo mattino: in tempi di epidemia, serve un regime.

Il regime lo abbiamo criticato, stigmatizzato, deprecato subito quando il plenipotenziario cinese Xi Jinping ha deciso di inaugurare quello che oggi, parlando ad esempio di Codogno, chiamiamo Modello Wuhan. Una metropoli di 9000 chilometri quadrati e 11 milioni di persone, chiusa. Nessuno entra, nessuno esce. Tutto chiuso, tutti in casa, leggi più marziali che democratiche. Eccessivo, abbiamo detto. Liberticida, estremo, dittatoriale. Come se non sapessimo, ieri l’altro, cosa fosse la Cina. Come se non stessimo solo cercando di nascondere a noi stessi quello che già paventavamo: speriamo di non doverci arrivare anche noi, nella nostra repubblica parlamentare. E invece.

E invece dovremmo farlo, perché è evidente che il nostro senso civico si avvicina più a quello di una ‘democrazia’ equatoriale che non a una ligia penisola nordica. Non i pieni poteri evocati da Salvini, intendiamoci, che i leghisti al momento hanno dimostrato di non sapersi nemmeno infilare una mascherina dal verso giusto, ma una voce perentoria e una misura drastica. Perché qui un tizio in quarantena va a sciare. L’altro prende e se ne torna in Irpinia. Un medico di Codogno, che lavorava nell’ospedale che probabilmente è stato a lungo il mantice del focolaio, arriva in India e appreso cosa fosse successo, invece di chiudersi in una ligia auto-quarantena, se ne va a zonzo per il Rajasthan. Milano non si ferma, tutti al ristorante, perché non andiamo in palestra, come suggerisce la Confcommercio di Faenza, tra una bella spesa al mercato rionale e una seduta di manicure?

Abbiamo diviso le zone in rosse e gialle, ma sembrano più penetrabili di un budino. Abbiamo imposto quarantene, ma per evadere non serve nemmeno la lima nascosta nella torta di mele. Abbiamo, soprattutto, postulato che avremmo potuto affidarci al senso civico degli italiani. Quelli dei 110 miliardi di evasione fiscale, quelli a cui servono le multe sennò non raccolgono nemmeno la merda del cane. Quelli che ritagliano dalla cintura di sicurezza il blocchetto da infilare nella fessura per non farli suonare, quelli che il blocchetto te lo vendono dal benzinaio. Quelli che evitano i ristoranti ma si accalcano nei supermercati, che da veri stronzi fanno scorta di fazzoletti e di Amuchina come se dovessero andare in guerra per trent’anni così il vecchietto immunodepresso non la può più acquistare. Ci siamo affidati a noi stessi, ma la verità è che non siamo affidabili.

Non manteniamo la distanza di sicurezza in autostrada, perché dovremmo mantenerla dal barista? Non restiamo in casa neanche quando aspettiamo la visita fiscale, perché dovremmo restarci per una quarantena cautelativa che magari non abbiamo nemmeno la febbre? Vizi blandi per invocare una tirannide, certo. Ma ora la questione non è più il nostro orticello di egoismo e vanità. È la protezione delle fasce deboli, dei patologici pregressi, è la rianimazione che rischia di collassare dopodomani. È l’economia che crolla, i ristoranti che chiudono, i tassisti e gli educatori che non mangiano. È la crisi economico-sanitaria più grande che abbiamo mai affrontato, e non possiamo permetterci pacche sulle spalle. Abbiamo bisogno di bastoni senza carote, abbiamo bisogno che fuori dalle correnti e dal dibattito politico emerga un diktat: questo sì, questo no. Abbiamo bisogno del Modello Wuhan. E se a consigliarcelo fosse stato uno dei padri dello stato liberale, forse, faremmo meno fatica a capirlo.

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