Un mazzo di mascherine non cancella una dittatura: l’Italia non diventi portavoce del governo cinese

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 17 Mar. 2020 alle 07:49 Aggiornato il 17 Mar. 2020 alle 08:17
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Immagine di copertina
Xi Jinping in visita a Wuhan con la mascherina. Credit: Ansa

Si sta verificando un fenomeno curioso in questi giorni: l’opinione pubblica italiana è passata da “i cinesi sono untori” a “grazie al Governo della Cina per l’aiuto che sta dando al governo italiano”. Vale la pena soffermarsi sui dati, sui fatti, e successivamente sulla strategia di “soft power” del Partito Comunista Cinese, messa in atto in questi giorni per conquistare la benevolenza dell’Italia e di altri paesi europei.

Le epidemie cinesi e le responsabilità del governo

Se oggi ci troviamo a dover gestire una pandemia mondiale (la seconda epidemia mondiale scoppiata in Cina in meno di vent’anni, dopo la Sars del 2002), lo dobbiamo, si fa per dire, al regime comunista cinese. Il Governo di Pechino ha infatti permesso e addirittura incentivato per decenni, l’allevamento e la vendita di animali selvatici, considerati da tutti gli esperti come i vettori più pericolosi ed insidiosi di virus potenzialmente letali per gli uomini. Un documentario del canale Vox spiega che le ragioni dietro a questa scelta sono state essenzialmente politiche: il commercio e la vendita di orsi, pipistrelli, pangolini, tartarughe, pavoni e molti altri animali selvatici, rappresentano un enorme forme di arricchimento per alcuni poteri locali.

Una scelta che porta numerosi interrogativi etici, oltre che di igiene sanitaria, e di cui oggi paghiamo tutti le conseguenze. Non solo, il regime di Pechino ha scelto deliberatamente di nascondere per mesi i reali dati dell’epidemia, mettendo in silenzio medici e ricercatori che cercavano di darne divulgazione, come l’oftalmologo Li Wenliang, eroe e vittima di questa scellerata decisione.

Gli “aiuti della Cina” e la strategia di soft power

Per far fronte all’emergenza delle terapie intensive, dall’Italia sono partiti massicci ordini di acquisto per respiratori e altri strumenti medicali, come ha raccontato Il Foglio. Nessun regalo quindi: ma acquisti del nostro Paese, pagati con soldi di cittadini e imprese italiane. Nella stessa settimana, la Croce Rossa cinese ha inviato supporto all’Italia, fornendo materiale di laboratorio e personale competente. Un gesto apprezzabile, ma non esattamente un grande sforzo, considerate le responsabilità del Paese.

Queste due diverse azioni sono state sovrapposte, con una precisa volontà politica del governo di Pechino, ampiamente sostenuta dal Ministro Di Maio, che non ha perso occasione di promuoverne la visibilità. Questa strategia si chiama “soft power”, un termine utilizzato nella teoria delle relazioni internazionali per descrivere l’abilità di un potere politico di “persuadere, convincere, attrarre e cooptare, tramite risorse intangibili quali cultura, valori e istituzioni della politica”. L’obiettivo è quello di migliorare la propria immagine, influenzare l’opinione pubblica, al fine di ottenerne un vantaggio di potere.

L’Italia ci è cascata in pieno, con l’abbraccio alla propaganda abbiamo scelto di dimenticare le atrocità di cui si macchia ogni giorno il Governo Cinese, guidato dal Partito Comunista: i diritti umani violati, le torture inflitte a minoranze religiose ed etniche, dai cristiani agli uiguri, la mancanza di libertà civili, le feroci repressioni a dissidenti politici raccontate anche a TPI. Questi fenomeni sono testimoniati da centinaia di report delle Nazioni Unite e dei più importanti osservatori internazionali. Purtroppo oggi sono in tanti ad aver dimenticato la giusta dose di criticismo che dovrebbe accompagnare qualunque relazione con il governo cinese.

Questo non significa non commerciare con le imprese cinesi, e non significa neanche boicottarne i prodotti o, ancora peggio, i lavoratori. Significa dare il giusto peso agli “omaggi” che oggi vengono elargiti da un governo dittatoriale che sta cercando la giusta legittimazione da civiltà democratiche e libere, come la nostra. Non diamo nulla per scontato perché la storia e l’attualità insegnano che il progresso non è un percorso lineare, e che ci vuole un attimo a tornare indietro.

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