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A Colleferro, più che palestre e discoteche, dobbiamo riaprire i luoghi di aggregazione sociale e culturale

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 9 Set. 2020 alle 07:06 Aggiornato il 9 Set. 2020 alle 09:07
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Oggi in Italia ovunque ti giri non ci sono più i circoli, i partiti, le feste, le attività di paese. Non c’è più nemmeno la Chiesa. Ogni forma di aggregazione sociale e politica, così come ogni attività socio-culturale, è stata semplicemente cancellata dall’agenda della politica italiana. Sono così venuti meno i valori che ispiravano le nostre vite, che ci portavano a prendere posizione, a scendere in piazza, a stringere accordi e compromessi con la politica. Sono sparite anche le direttrici che formavano le nostre identità. E con esse si sono offuscate le battaglie culturali e politiche di portata storica che, sebbene ancora esistenti, vengono oggi vissute con disinteresse e apatia. Col risultato che pochi o nessuno legge più, giornali o libri che siano, e che nessuno o pochi seguono la politica che determina invece le nostre vite e la nostra attività quotidiana.

Senza lavoro, senza futuro, senza prospettive: sono molti coloro che oggi, specie ai margini delle grandi città, si sentono isolati e abbandonati. Questo drammatico abbandono dei territori è responsabilità unicamente della politica. È ciò che genera i mostri inumani che abbiamo visto a Colleferro. La politica non offre più risposte, la società non offre più prospettive. E allora la politica tutta dovrebbe alzarsi in piedi, stringersi in un minuto di silenzio e in 5 di mea culpa per tutto ciò che non dice. Che dimentica. A Colleferro, come altrove, c’è un malcontento da parte di una fetta enorme della popolazione: il problema è del Pd che se ne fotte o della Lega? In che modo dovremo parlare a queste persone che non ascoltano, non leggono i giornali? Salvini e Zingaretti vadano lì almeno una volta alla settimana. Riaccendiamo i quartieri e le periferie. Tutte. Non lasciamo solo nessuno.

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