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Bonaccini ha ragione, ma nessuno lo ha capito e forse neanche lui. Ecco perché (di Chiara Geloni)

Di Chiara Geloni
Pubblicato il 15 Set. 2020 alle 19:06 Aggiornato il 15 Set. 2020 alle 19:57
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Immagine di copertina

Dopo giorni che i giornali ne parlano, ho guardato il video e ho capito che Stefano Bonaccini ha ragione. È proprio così, come ha detto sul palco della Festa dell’Unità di Modena: il Pd non può rimanere al 20 per cento, perché se il Pd rimane al 20 per cento alle prossime politiche non vincerà le elezioni. Non fa una piega, proprio. Quindi?

Quindi il problema è precisamente questo: che da giorni parliamo di un’altra cosa. Il problema è che in quella stessa frase (guardate il video!) il presidente dell’Emilia Romagna ha detto anche altro, ha detto cioè la famosa battuta “Renzi e Bersani rientrino pure, ma il problema non sono Renzi e Bersani in quanto tali”. Quindi?

[Il governatore della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini intervistato dal direttore di TPI Giulio Gambino alla Festa dell’Unità di Modena]

Quindi giornalate e dibattiti, analisi sulla strategia anti-Zingaretti e delle sue conseguenze sull’alleanza di governo, apertura del congresso del Pd a cinque giorni da una tornata elettorale, richiesta di interviste e pareri a chiunque: perfino a me, vedete.

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Quindi è colpa dei giornalisti? No. Quindi naturalmente chi intervistava Bonaccini a Modena (il direttore di TPI Giulio Gambino, ndr) ha fatto una domanda maliziosa e intelligente, accomunando i due ex segretari e chiedendo un’unica risposta su entrambi. Quindi naturalmente Bonaccini ci è cascato, finendo per essere sgradevole con tutti e due gli ex segretari di cui era stato sostenitore: avallando da un lato i sospetti che Matteo Renzi cerchi sponde per tornare sui suoi passi dopo una scissione dall’esito che fra poche ore potrebbe confermarsi, nelle urne, fallimentare, e accomunando dall’altro Bersani, che sta girando l’Italia per sostenere ovunque i candidati del centrosinistra che Articolo Uno appoggia insieme al Pd, a chi in tre regioni su cinque sta combattendo col centrosinistra come avversario principale. Senza contare che chi è uscito da un partito si dovrebbe supporre abbia delle ragioni, e non stia lì in attesa che qualcuno gli dica che “può tornare”, come se fosse uno che ha perso le chiavi e ed è stato punito per la sua distrazione.

Ma non è colpa dei giornalisti, dicevamo. La colpa, il problema, è l’atteggiamento del Pd. Che da troppo tempo non affronta questo problema (essere al 20 per cento, non l’eventuale rientro di Renzi e Bersani), limitandosi a dichiararlo con una certa efficacia retorica, come fa Bonaccini, o a minimizzarlo come a volte sembrano tentati di fare gli esponenti del gruppo dirigente zingarettiano: nonostante due scissioni siamo ancora al 20 per cento mentre prima eravamo al 18, quindi?

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Quindi non si va da nessuna parte così. Quindi è ora di affrontare il problema, invece. E ben venga un congresso del Pd, se serve a quello (l’ultimo non mi pare che lo abbia fatto), ma sarebbe meglio qualcos’altro, perché il problema non riguarda solo il Pd. Riguarda sicuramente me. Riguarda sicuramente Bersani e Articolo Uno, non sono sicura se riguardi anche Renzi ma non spetta a me dirlo: riguarda chiunque abbia a cuore il futuro della sinistra, in Italia e non solo.

La questione non è decidere chi “può rientrare” in un posto dove non è detto che ci sia la fila fuori. La questione è quale strada prendere, e con chi. Non può essere uguale chi sta col centrosinistra e chi lo combatte, per esempio. Ma soprattutto non ha senso pensare che, purché “rientrino”, tutti i voti si sommino. C’è da decidere quali voti cercare. C’è da guardare più fuori dal Pd che dentro.

A quegli enormi pezzi di sinistra del Paese che dal Pd non è che sono usciti, se ne sono proprio dimenticati. C’è da rimettere ordine in un campo disperso, ricostruire fiducia, dare spazio. Dire meno “Io”: io ho vinto così, io ho fatto colà: non basta quello che abbiamo fatto, nessuno. Bonaccini è capace? Zingaretti è capace? Io sicuramente no, e spero che questo contributo, figlio di una gentile sollecitazione, non sia scambiato per arroganza. Ma vogliamo metterci a parlare di questo, da martedì, comunque vada?

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