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Basta con la retorica dei bimbi martiri del Covid ed eroi della Dad, così non li aiutiamo: l’infanzia negata è ben altra cosa

Di Anna Carluccio
Pubblicato il 17 Mar. 2021 alle 15:22 Aggiornato il 29 Mar. 2021 alle 11:34
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Immagine di copertina

I bambini martiri del Covid ed eroi della Dad

Le scuole sono chiuse da pochissimi giorni ma se penso che siamo solo all’inizio e che toccherà andare avanti così almeno fino al 6 aprile mi sento venir meno. E, badate, non mi riferisco al lavorare da casa occupandomi al contempo della mia “coinquilina 5enne” che richiede la mia attenzione a cadenze regolari di 10 minuti. In qualche modo si può fare e alla fine si porta “a casa” la giornata. Quello che invece non sono sicura di poter sopportare un giorno di più è la stucchevole e insopportabile retorica sui nostri bambini santi, martiri, eroi di questa pandemia. Al prossimo “Cari bambini scusateci” o qualsiasi altro post sui social impregnato di pietismo ed enfasi da libro “Cuore” potrei non rispondere delle mie azioni.

Premessa: come detto ho una bambina piuttosto piccola, ho la fortuna di poter lavorare da casa e per tutelare i nonni in questa fase, come già nel precedente lockdown, ho scelto di non coinvolgerli troppo nella nostra gestione quotidiana. Io e mio marito cerchiamo di fare i giocolieri che tengono tanti birilli per aria. Con che risultati? Alterni. Ci sono sere in cui tiro le somme e non ne è caduto nemmeno uno e sere in cui il rumore dei birilli che cadono sveglia l’intero quartiere. Ma va così, non mi sento un’eroina moderna, e non penso che nemmeno mia figlia lo sia. Siamo una famiglia che come tante si sta adattando a una situazione del tutto eccezionale per l’umanità intera e cerca di fare fronte e soprattutto di non rompere troppo le scatole.

Mi dispiace per mia figlia e per i giorni di scuola che sta perdendo. Ma so che, pur nella difficoltà del momento, abbiamo tante piccole fortune e sicurezze di cui sono grata. Ho ben presente che ci sono famiglie per le quali la chiusura delle scuole è un vero disastro, famiglie che non hanno gli strumenti per la Dad, genitori che devono scegliere tra andare a lavorare e accudire i figli, bambini per i quali la classe è il porto sicuro in cui rifugiarsi e stare un po’ di ore in un ambiente protetto, lontano da situazioni familiari difficili, e ora invece costretti tra le mura di casa per interminabili giornate.

Nessuno nega questo e a nessuno piace questo. Ma scorrendo i social vedo un piagnisteo infinito, quasi sempre ad opera di quei genitori che in realtà non rientrano in nessuna delle categorie sopra elencate e che invece sguazzano nella affollatissima vasca del qualunquismo. Genitori pronti a scendere in piazza per il diritto alla scuola in presenza per i figli con la stessa facilità con cui per anni firmavano le giustificazioni sul libretto delle assenze per portarli in Settimana bianca. È giorni che mi imbatto in carrellate di immagini di poveri bambini innocenti piazzati davanti all’obbiettivo, pronti a diventare parte dell’ennesimo foto collage, con in mano un cartello che recita “Io le regole le ho rispettate“. Che tanto per cominciare nella maggior parte dei casi il cartello sarebbe veritiero se completato con la postilla “mamma e papà però no”. Perché sennò, dai, non si spiega com’è che siamo di nuovo in questa situazione se siamo stati tutti così ligi. E poi ci sarebbe anche da chiedersi se ci sia almeno un caso in cui l’atto di protesta è realmente partito da una di queste creature in posa come piccoli ostaggi o se sono solo l’inconsapevole prolungamento del malcontento dei genitori.

Le peggiori poi sono le foto dei bimbi ritratti davanti a un’altalena o uno scivolo delimitati dal nastro segnaletico. Messi lì davanti alla giostrina inutilizzabile, giustamente con lo sguardo triste e sconsolato. Un sadismo che meriterebbe studi approfonditi. Anche perché, voglio dire, se hai acceso la tv o letto anche solo due righe in merito all’ultimo DPCM, mi dici quale istinto malefico ti spinge a portare comunque tuo figlio proprio lì?

E l’elenco potrebbe continuare: ho visto foto di bambini immortalati davanti a un tablet durante una lezione a distanza accompagnate da didascalie misurate del tipo “Il mio piccolo eroe”, manco il valoroso infante stesse affrontando un campo disseminato di mine antiuomo; altre immagini che mostravano i piccoli con le manine sui vetri delle finestre con lo sguardo perso alla ricerca della perduta libertà (quando sarebbe bastato controllare meglio per accorgersi che stavano solo alitando sul vetro per poi disegnare col dito).

Come se non bastasse a metterci il carico poi ci pensano anche le “mamme vip” che, confermando ancora una volta come spesso basti ottenere l’ambita spunta blu per perdere ogni aderenza con la realtà, ci raccontano le terribili difficoltà della gestione quotidiana in zona rossa affrontate in case grandi come castelli, con ogni possibile comfort e facilitazione. E badate, nessuna invidia sociale, però almeno che non ci tocchi pure compatirle. Recentemente, dopo il video ironico sulle peripezie legate alla Dad realizzato da mamma Michelle Hunziker, anche la sua figlia maggiore Aurora Ramazzotti ha ben pensato di divulgare un video in cui intervista le sorelline tristi per la chiusura delle scuole. Alla fine la ragazza domanda loro di cosa sentano più la mancanza. “La libertà” è la loro risposta (laddove mia figlia allo stesso quesito ha risposto “giocare con i videogiochi al Mc Donalds che da quando c’è il Covid li hanno spenti”). E tutti a sdilinquirsi per tanta struggente dolcezza e a ricominciare con l’atto di dolore per le povere anime innocenti costrette a tante privazioni. Scusate, sarò cinica, ma solo a me suona così dissonante con il momento che stiamo vivendo?

Tempi in cui migliaia di persone se ne sono andate dall’oggi al domani senza nemmeno poter ricevere un saluto dai loro cari, tempi in cui intere famiglie sono state attraversate dalla paura e dalla morte come da una lama affilata, tempi in cui il mondo, non l’Italia, il mondo, fa i conti con un’emergenza tanto grave. E tempi in cui semmai la vera generazione condannata alla solitudine e alla morte sociale sono gli anziani. Categoria che purtroppo però non ha lo stesso appeal dei bambini, in tv, sui giornali e sui social.

Ecco perché nessuno potrà convincermi che in questo momento la cosa giusta per i nostri figli sia immergerli nella lamentela e nella tristezza, e costruire in loro la convinzione che degli adulti non ci si può fidare, men che meno delle istituzioni. Nessuno mi persuaderà che sia sano portare il loro sguardo a soffermarsi su ciò che in questo momento, per i più svariati motivi, non possono avere invece che illuminare ciò che hanno.

Un pensiero questo espresso in più di un’occasione dallo psicanalista e accademico Massimo Recalcati nel parlare di giovani e lockdown. “Non ci siamo mai accorti così tanto dell’importanza della scuola come da quando siamo stati costretti dall’emergenza sanitaria a chiuderla – spiegava Recalcati lo scorso novembre in un’intervista a Repubblica – Se i nostri ragazzi non hanno potuto beneficiare di una didattica in presenza nel corso di quest’anno, se hanno perduto una quantità di ore e di nozioni significative e di possibilità di relazioni, questo non significa affatto che siano di fronte all’irreparabile. Il lamento non ha mai fatto crescere nessuno, anzi tendenzialmente promuove solo un arresto dello sviluppo in una posizione infantilmente recriminatoria. A contrastare il rischio della vittimizzazione è il gesto etico ed educativo di quegli insegnanti che spendono se stessi facendo salti mortali per fare esistere una didattica a distanza. Insegnare davanti ad uno schermo significa non indietreggiare di fronte alla necessità di trovare un nuovo adattamento imposto dalle avversità del reale (…) Si tratta di una lezione nella lezione che i nostri figli dovrebbero fare propria evitando di reiterare a loro volta la lamentazione dei loro genitori. Non ci sarà nessuna generazione Covid a meno che gli adulti e, soprattutto, gli educatori non insistano a pensarla e a nominarla così lasciando ai nostri ragazzi il beneficio torbido della vittima: quello di lamentarsi, magari per una vita intera, per le occasioni gli sono state ingiustamente sottratte”.

Che poi, prima di parlare di infanzia e gioventù negate, proprio in questo momento storico il miglior regalo che possiamo fare ai nostri figli è alzare lo sguardo dal nostro ombelico e rivolgerlo un po’ oltre. Lo so, il rischio è di fare come le nostre mamme che ci sgridavano quando facevamo “bleah” davanti a un cibo non gradito, ricordandoci dei “bambini in Africa che muoiono di fame“. Noi facevamo fatica a capire il nesso tra le due cose perché eravamo piccoli, ma una volta cresciuti molti quel nesso lo hanno compreso perfettamente e hanno fatto tesoro di quella piccola lezione di empatia, capacità di immedesimazione, partecipazione alle sorti del genere umano. Ecco perché preferisco una generazione di bambini e adolescenti un po’ zoppicanti in grammatica e algebra (che tanto non mi pare che chi ha fatto 13 anni di didattica in presenza brilli in tal senso) ma capaci di guardare alle opportunità che la vita può offrire anche nelle difficoltà, senza dimenticare mai chi davvero rimane indietro.

Tra i tanti esempi oggi soprattutto il pensiero va alla Siria che proprio in questi giorni celebra un drammatico anniversario: i dieci anni dall’inizio della guerra civile. Si parla di 13 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, una situazione peggiorata ulteriormente dalla pandemia e dalla crisi economica, in cui a pagare un prezzo altissimo sono stati i bambini: oltre 12mila i minori uccisi o feriti dal 2011; e più di 5.700 i bambini, alcuni anche di 7 anni, reclutati nei combattimenti. Una guerra di cui è diventata straziante simbolo la bambina curda senza gambe che piange disperata.

Ecco, è questo, da genitore e da essere umano, il grido di dolore a cui voglio dare voce. Perché se un giorno qualcuno mai mi chiedesse conto di dov’ero mentre si consumava tanto orrore, non potrò avere grandi risposte a mia discolpa ma quantomeno non dovrò vergognarmi di essere stata su Facebook a protestare per la didattica a distanza o al parchetto a battermi per il diritto negato di mia figlia a dondolarsi sull’altalena .

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