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Tmb Salario, i cittadini di Roma lanciano la mobilitazione. I dipendenti Ama: “Ecco come lavoriamo sui cumuli di rifiuti”

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L'impianto dovrebbe lavorare 700 tonnellate di rifiuti al giorno ma è arrivato ad averne 4.500 tonnellate. E gli abitanti sono stanchi della puzza

dall’inviata Anna Ditta – “Non si respira, non si respira più”. La denuncia dei cittadini romani arriva forte e chiara. Non si tratta semplicemente di puzza che appesta l’aria della zona a nord della Capitale: i miasmi sono ormai un vero e proprio incubo per gli abitanti della zona intorno al Tmb Salario, che rivendicano il loro “diritto a respirare”. tmb salario ama

L’impianto di via Salaria 981 è gestito dall’Ama, l’azienda municipalizzata dei rifiuti, ed è destinato alla lavorazione dei rifiuti indifferenziati.

Tmb sta per “trattamento meccanico-biologico”: alcuni macchinari appositi separano la parte umida dei rifiuti dalla parte secca, e riutilizzano quest’ultima riciclandola o producendo combustibile.

Il problema è che – complice il sovraccarico della struttura – l’impianto non lavora come dovrebbe e produce una puzza che ha costretto i cittadini della zona a passare un agosto infernale con le finestre chiuse (l’Ama ha sostenuto che non vi sia certezza che i miasmi provengano dall’impianto, qui la replica del presidente Caudo a TPI).

Dopo che lo scorso 24 luglio i residenti hanno lanciato l’Osservatorio sul Tmb Salario, il 6 settembre il presidente del terzo municipio Giovanni Caudo, eletto a giugno 2018 dopo la sfiducia alla pentastellata Roberta Capoccioni, ha incontrato i comitati cittadini della zona per discutere prossimi passi nella lotta per la chiusura dell’impianto.

È proprio da Caudo che arriva la proposta di una manifestazione “significativa”, che sia apolitica e apartitica, ma che unisca i cittadini nella comune lotta per “togliere questo cancro”.

L’uso della parola non è casuale: proprio ieri, 5 settembre, Caudo ha annunciato di aver chiesto al dipartimento di prevenzione di Asl Roma 1 la disponibilità a realizzare un’indagine epidemiologica sulla popolazione, che oltre alla puzza lamenta irritazioni agli occhi e difficoltà a respirare.

La data della manifestazione non è ancora stata comunicata, ma i comitati cittadini e il presidente Caudo sembrano essere d’accordo sul fatto che si terrà a via Salaria, proprio davanti il Tmb, perché è lì il cuore del problema.

Credit: Anna Ditta

Il presidente del III municipio sostiene che l’Osservatorio dei residenti sarà “la base di partenza per fare una vertenza territoriale” e portare alla chiusura dell’impianto, che la giunta Raggi ha promesso “entro il 2019”.

Ma i cittadini sono stanchi di aspettare per poter tornare a respirare e lamentano un problema che esiste da almeno sette anni, sopravvivendo a giunte capitoline di diversi colori politici.

“È più facile perderla questa battaglia che vincerla”, dice Giovanni Caudo, “ma il mio obiettivo è far capire al comune che la questione Tmb Salario nel III municipio non è l’ultimo dei problemi che riguardano il ciclo dei rifiuti. È il primo dei problemi”.

Molte persone appartenenti ai comitati della zona o semplici cittadini prendono la parola. Vivono a Villa Spada, Serpentara, Fidene, Nuovo Salario. Tutti sono d’accordo sul fatto che serve una mobilitazione. E che per questo bisogna sensibilizzare più persone possibili.

Il problema però non riguarda solo il III municipio, come dimostra la presenza di Francesca Del Bello, presidente del II municipio. I miasmi del Tmb Salario arrivano anche a piazza Vescovio, via di Villa Chigi, via Mascagni.

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Credit: Anna Ditta

La questione della sicurezza

A sorpresa durante la riunione prendono la parola anche due lavoratori Ama, che hanno voluto denunciare le condizioni di lavoro del Tmb Salario.

“Questo problema è stato trattato troppo spesso in un’ottica politica di divisione tra partiti”, dice Alessandro Russo, sindacalista Cgil di Ama, “invece è un problema civico, si risolve se ognuno offre il suo contributo e noi vogliamo dare il nostro”.

“Se il tema è diventato così pressante è grazie alla vostra rabbia – che è comprensibilissima – ma anche grazie al fatto che noi abbiamo cominciato a far uscire le immagini”, ha detto Russo.

“Il Tmb Ama è un luogo pubblico. Nascondere la gestione di quell’impianto indebolisce la tenuta democratica della città”.

“Noi non vi diciamo che chiederemo la chiusura del Tmb Salario domani, perché è nelle nostre competenze, ma abbiamo fatto una vertenza per denunciare le condizioni di lavoro lì dentro”.

“Quell’impianto è fatto per trattare 700 tonnellate di rifiuti al giorno, restare vuoto e avere un giro giornaliero di manutenzione”, dice. “Invece è diventato una discarica, dove si è arrivati ad avere 4.500 tonnellate di rifiuti. Quest’anno per la prima volta non si è svuotato completamente, ed è un problema, perché purtroppo i rifiuti aumentano”.

“Se in pieno agosto sentite quella puzza”, spiega, “non è solo perché l’immondizia puzza, ma perché viene trattata sei mesi dopo che è stata stoccata e fermenta”.

In totale, dentro il Tmb Salario lavorano meno di una cinquantina di operatori, spiega a TPI.it Bruno, un operatore Ama che lavora nella sezione Igienizzazione dell’impianto. Russo lo definisce: “uno dei posti peggiori là dentro”, perché si lavora a 52 gradi.

“Si lavora in quota perché la ricezione è piena e l’escavatore sta su cinque metri di rifiuti, col rischio che ci sia un crollo o un incendio”, racconta Bruno.

“Il vostro disagio è anche il nostro”, aggiunge rivolgendosi ai cittadini. “Non entro nel merito della chiusura, perché al di là di tutto quello è il mio posto di lavoro. Però posso dire che se quell’impianto lavorasse come dovrebbe lavorare i vostri disagi sarebbero molto minori”.

“L’impianto non è calibrato per 4mila tonnellate”, spiega Russo. “Dal sistema d’areazione l’aria entra e non esce. E se ci fosse un incendio? È ovvio che un impianto ha dei dispositivi di sicurezza. Il problema nasce se viene utilizzato al di sopra delle sue potenzialità”.

Il sindacalista è convinto che questo problema si risolva con nuovi impianti. “Lì dentro la gente deve continuare a lavorarci, ma non in queste condizioni”.

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