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“Ho lavorato su una nave ong con la talpa della Lega per mesi: ecco come hanno costruito la macchina del fango”

Una fonte racconta in esclusiva a TPI come Pietro Gallo e gli altri della Imi Security Service sarebbero saliti a bordo della Vos Hestia con il preciso intento di infangare l'immagine delle ong

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 29 Gen. 2019 alle 08:00 Aggiornato il 31 Gen. 2019 alle 13:35
Immagine di copertina

“Questi farabutti sono saliti a bordo già dal primissimo soccorso di Save The Children con la preterintenzione di raccogliere prove e quant’altro fosse necessario a infangare il nome delle Ong. Sono saliti a bordo e per loro interesse personale hanno cominciato a contattare diversi partiti politici tra cui Lega e Forza Italia, offrendosi per fare il lavoro sporco e non certo per ideale”.

A parlare a TPI è una fonte che ha chiesto di rimanere anonima, ma che è stata parte dello staff impegnato a bordo della nave Vos Hestia (l’imbarcazione di Save the Children impegnata nelle operazioni di soccorso ai migranti nel Mediterraneo centrale), lavorando per mesi al fianco di Pietro Gallo – la talpa infiltrata sulle navi delle Ong per conto della Lega e di Salvini.

Pietro Gallo ha raccontato di essersi offerto volontariamente a Salvini per fornirgli prove contro le Ong, di aver chiesto protezione in caso di perdita del lavoro e di aver ricevuto rassicurazioni, ma di essere poi stato abbandonato da tutti. Oggi l’infiltrato si dice “pentito”.

Gallo faceva parte della Imi Security Service, azienda diretta da Christian Ricci dove lavorava con Floriana Ballestra e Lucio Montanino. Sia Ricci che Montanino sono stati a bordo della Vos Hestia con Gallo.

La stessa azienda era stata ingaggiata da Vroon, l’armatore olandese della ong tedesca Jugend Rettet, per verificare l’operato della nave tedesca Iuventa, imbarcazione al centro di un’inchiesta che si è conclusa a giugno 2018 con l’archiviazione.

Christian Ricci, all’epoca del grande polverone sollevato sulla Iuventa, dichiarava: “La Iuventa che è una imbarcazione piccola e vetusta, fungeva da piattaforma ed era sempre necessario l’intervento di una nave più grande sulla quale trasbordare i migranti soccorsi dal piccolo natante. La stranezza la vedevamo nel fatto che il personale della Iuventa, dopo aver fatto salire i migranti a bordo restituiva i gommoni ad altri soggetti che stazionavano nella zona dei soccorsi su piccole imbarcazioni in vetroresina o legno (trafficanti o scafisti). Non si restituiscono i gommoni, ma questi devono essere tagliati o affondati dopo aver prelevato i migranti, per evitare che vengano riutilizzati dai trafficanti”.

L’indagine era stata aperta contro ignoti e prevedeva il reato di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina: un’accusa molto grave – da cui la dozzina di ong coinvolte si è sempre difesa – e incentrata in particolare su una operazione di soccorso avvenuta il 15 maggio 2017 al largo delle coste della Libia.

Nelle carte con cui la procura di Palermo ha chiesto l’archiviazione, però, non emerge nessuna prova: né contro Jugend Rettet né contro Proactiva Open Arms che sostenga l’accusa.

A settembre 2017 il nome di Marco Amato, comandante della nave Vos Hestia, finisce sul registro degli indagati. L’accusa nei suoi confronti è la stessa ipotizzata per il personale della Iuventa: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. A fare il nome del comandante è proprio Pietro Gallo che con le sue dichiarazioni fa partire l’inchiesta.

A ottobre 2017, la polizia esegue una serie di perquisizioni a bordo della nave Vos Hestia.

Lucio Montanino e Pietro Gallo della Imi security service imbarcati sulla Vos Hestia come personale di sicurezza sono i primi a denunciare le collusioni con i trafficanti.

La nostra fonte è stata a bordo della Vos Hestia fin dai primissimi soccorsi operati a settembre 2016, ossia quando queste persone tra cui Gallo, salirono a bordo.

“Save the Children decide di lavorare in mare e contatta un armatore dal quale viene noleggiata la nave più equipaggio. L’Ong ci mette tutto l’equipaggio umanitario (quindi medici e avvocati), mentre mancano i soccorritori e i responsabili della sicurezza, una condizione che l’armatore aveva posto”, racconta la fonte.

Viene così contattata e scelta l’agenzia Imi di Christian Ricci, Pietro Gallo e altri, i quali vengono assunti e fanno parte del team a bordo e hanno come incarico la sicurezza. “Tra le loro mansioni c’era quella di verificare che non ci fossero elementi pericolosi. Gli agenti erano anche incaricati di espletare il soccorso in mare sul gommone”.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Come spiega la fonte, quando c’era da effettuare un’operazione, il capitano faceva mettere giù il gommone con i responsabili dell’equipaggio accompagnati sempre da Pietro, Lucio, Alberto (che facevano i sommozzatori), i quali andavano fisicamente a recuperare i migranti per portarli sulla Vos Hestia.

“Con Pietro e gli altri ho lavorato gomito a gomito per mesi”, racconta la fonte, “a luglio 2017 Save The Children decise di interrompere la collaborazione con Ricci per divergenza di vedute, pochi giorni dopo che Ricci scese dall’imbarcazione, iniziò ad alzarsi il polverone mediatico che ci coinvolse. La sensazione è che si ‘vendette’ presunte informazioni per dare il via alla diffamazione”.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

“All’epoca”, racconta la fonte, “Pietro Gallo era ancora a bordo, stavamo rientrando, eravamo a largo della Sicilia. Alle 4 del mattino, ormai prossimi allo sbarco, lui venne da me e dalla mia collega mostrando sul cellulare gli articoli di giornale che parlavano di noi. Ovviamente lui ancora non era citato. Ricordo che fece la parte di quello sconvolto che non sapeva nulla, tanto che noi mai avremmo dubitato di lui”.

Il racconto della fonte sui quei giorni concitati continua: “arrivammo nel porto e la risonanza mediatica fu colossale, nel frattempo scoprimmo di essere stati intercettati, che avevano messo cimici e spie ovunque. Pietro si blindò nella sua cabina e per un giorno intero non lo vedemmo. Solo dopo scoprimmo che era letteralmente scappato nottetempo. Pietro era sparito. E lì cominciammo a pensare che fosse in qualche modo coinvolto in quella macchina del fango”.

Una macchina del fango che a quanto si evince dalle dichiarazioni dello stesso Gallo fornite al Fatto Quotidiano interessavano parecchio alla Lega e a Salvini, tanto da accettare l’offerta di Gallo di fungere da spia.

“Gallo e gli altri hanno fatto un patto col diavolo, e il diavolo non lo ha rispettato. È una cosa che fa sorridere. Il problema sono i mezzi che un partito politico decide di utilizzare pur di infangare le Ong”.

“Nessuno a bordo avrebbe mai immaginato che stessero fingendo perché, a onor del vero, si sono sempre dati da fare: o sono stati degli attori eccezionali, o quello che accadeva a bordo li costringeva a comportarsi umanamente”.

Negli anni delle inchieste a carico delle ong, sollevate e poi archiviate, Gallo ha rilasciato diverse dichiarazioni con accuse pesanti. Eppure, finora, nulla di concreto è stato trovato.

La nostra fonte infatti specifica: “Va detto che di tutti gli elementi che loro avrebbero collezionato fino a oggi non c’è nulla di provato. Le indagini sono ancora in corso, ma sono convinta che non arriveranno mai in un’aula di tribunale perché hanno solo da perderci”.

“È un gioco che gli è sfuggito di mano. Hanno fatto il passo più lungo della gamba pensando di crearsi chissà quale percorso professionale. Mentre credo che sia stato un errore madornale da parte di Save The Children non aver verificato il profilo di queste persone. I controlli avvengono per tutte le persone interne, perché non lo hanno fatto anche su queste persone?”.

“Se le foto e i video da loro collezionati”, conclude la fonte, “fossero stati così schiaccianti, ci sarebbero già degli atti di accusa ben precisi. Non è mai stata dimostrata nessuna collusione diretta. Si sta guadagnando tempo per raggiungere lo scopo di infamare le Ong, creare grossi ostacoli nell’essere operativi. Nel frattempo queste spie sono sparite, hanno cambiato i numeri di telefono e il resto. Si può immaginare la rabbia immensa che proviamo, ma siamo disposti a vederli in un’aula di tribunale per affrontarli”.