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Politica e odio online, il rapporto di Amnesty: “Più di un contenuto su dieci è offensivo e discriminatorio”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 2 Lug. 2019 alle 13:05 Aggiornato il 2 Lug. 2019 alle 13:11
Immagine di copertina

Politica odio online | “Non riesco a sfuggire alla morsa dell’odio nella cronaca, nell’attualità. Ne stiamo apprezzando l’agghiacciante potenza. Lo vediamo quando un’organizzazione tenta di salvare delle vite, quando una donna, giovane, con grandissima dignità viola consapevolmente una norma palesemente anticostituzionale e si consegna all’autorità, e quella donna viene ricoperta di insulti e minacce tra i più violenti sentiti da un po’ di anni a questa parte. Non ho la forza di ripete ciò che ho letto su Carola”.

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A parlare è Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia che commenta gli ultimi fatti di cronaca sulla Sea Watch e Carola Rackete, la capitana della nave ora agli arresti domiciliari. [chi è Carola Rackete].

“Basta poco per scatenare questo meccanismo”, afferma Rufini. “Salvini dice “la ricca fuorilegge tedesca”. Ha detto ciò che molti di noi potrebbero dire. Si sceglie un linguaggio che invitano al disprezzo di queste persone, di queste attività, di queste organizzazioni, spingendosi il più possibile verso il discorso d’odio. I politici, però, sono diventati astuti, da quando sono arrivate le azioni giudiziarie rispetto a queste condotte si sono calmati, ma creano le condizioni culturali affinché un certo clima proliferi. ‘Le ong sono delle organizzazioni criminali’: anche persone con una certa cultura o educazione accusano le ong affermando con certezza che compioni azioni criminali”.

L’odio online – inteso come insieme di contenuti problematici e di discorsi d’odio, qui chiamato hate speech – è sempre più presente. Si scatena in presenza di temi precisi o quando incontra determinati gruppi sociali.

A dirlo sono i risultati del monitoraggio condotto da Amnesty International Italia sulla presenza del linguaggio d’odio nelle campagne elettorali social dei candidati alle ultime elezioni europee e diffusi nell’ambito del convegno “Discorso d’odio e propaganda elettorale”, organizzato di concerto al Consiglio Nazionale Forense.

I dati, pubblicati all’interno del rapporto Barometro dell’odio – Elezioni europee 2019 sono il frutto di un lungo e attento monitoraggio che ha coinvolto 180 attivisti dell’associazione appositamente istruiti, per un totale di 2.000 ore di attivazione.

Nel clima di costante campagna elettorale che caratterizza il dibattito politico in Italia, l’hate speech è costantemente diffuso e raggiunge picchi di intensità in prossimità degli appuntamenti elettorali.

Dal 26 aprile al 24 maggio, gli attivisti hanno monitorato su Facebook e Twitter il linguaggio di tutti i candidati alle elezioni europee e dei candidati sindaci alle elezioni amministrative, osservando le reazioni e risposte degli utenti per rilevare eventuali correlazioni tra toni e messaggi veicolati dalla politica e sentimento delle persone rispetto a determinati temi e gruppi di persone.

Più di 1 contenuto su 10 (il 11,5%) dei 100mila post, tweet e commenti valutati 1 nell’ambito di questo monitoraggio è risultato essere offensivo e/o discriminatorio o 2 hate speech. Limitandoci al solo hate speech incontriamo circa 1 caso ogni 100 3 contenuti.

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Solo 7 post/tweet di politici su 100 etichettati sotto il gruppo tematico “altro”, che rappresenta la maggiore fetta del dibattito politico online, generano commenti offensivi e/ o discriminatori o hate speech con un’incidenza superiore al 20%. Se spostiamo la lente sull’immigrazione, presente nell’8 % dei contenuti che compongono il dibattito, saliamo a 42 post/tweet di questo tipo su 100, poco meno della metà. Un’incidenza nettamente superiore a quella media dell’11,5%, è registrata anche nel caso dei post sul tema minoranze religiose, con 47,5 post/tweet su 100 generano oltre il 20% di commenti offensivi.

Questi corrispondono ai due dei tre temi sui quali i politici si esprimono in modo più 6 problematico, immigrazione col 21% di post/tweet problematici e minoranze religiose col 39,5%.

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È significativo osservare che il tema donne, sul quale i politici non si esprimono in modo problematico, è il terzo tema tra i commenti degli utenti (dopo immigrazione e minoranze religiose) per incidenza di commenti offensivi e/o problematici col 37%.

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“I risultati dimostrano, oltre ogni ragionevole dubbio, che moltissimi candidati legittimano, stimolano e danno spazio a violente espressioni di odio”, ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia. “Non solo il linguaggio, ma le idee: xenofobia, razzismo, misoginia, discriminazione , negazione di diritti e dignità, incitazione alla violenza fisica, alla brutalità e perfino alla morte. Non c’è niente di più lontano dalla dignità e il senso di responsabilità che ci aspetteremmo dai leader politici”.

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“Chiamare le ong ripetutamente organizzazioni criminali è qualcosa che ha degli effetti devastanti dal punto di vista culturale. Le inchieste giudiziarie non hanno portato a nulla. I politici dal 2017 hanno innescato questa campagna diffamatoria, quando si insulta in questo modo una parte onesta della società, si commette il più grave dei crimini: si interviene sulle radici profonde dell’etica che ci tiene insieme come società. L’odio ha permesso tutto questo. La politica sta usando spudoratamente questo mezzo ormai da diversi anni”.

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Nella tabella realizzata da Amnesty sono mostrati alcuni dati relativi alla comunicazione dei candidati/leader monitorati da Amnesty. Nella prima tabella viene isolato il candidato/leader che ha registrato il maggior numero di interazioni per ognuna delle 8 principali liste: +Europa, Europa Verde, Forza Italia, Fratelli d’Italia, La Lega, La Sinistra, Movimento 5 Stelle, Siamo Europei.

Oltre il 51,5% di interazioni ricade sotto un unico nome, quello di Matteo Salvini. Gli altri esponenti seguono ad ampissima distanza e solo sei tra loro superano la soglia dell’1% di interazioni: Luigi Di Maio (14,5%), Giorgia Meloni (8,3%), Silvio Berlusconi (3,6%), Silvia Sardone (2,7%) Carlo Calenda (1,7%), Nicola Zingaretti (1,3%). Il risultato consiste in un dibattito politico online gravemente sbilanciato, in cui i temi prevalenti e l’accezione con cui sono trattati sono determinati da pochi.

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