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Cosa prevede il nuovo piano del governo per dare casa e lavoro a 75mila rifugiati

Il ministero dell'Interno ha presentato un progetto per dare accesso ad alloggi e lavoro a quasi 75mila persone che hanno diritto alla protezione internazionale, in cambio dell'adesione a una serie di impegni

Di Andrea Lanzetta
Pubblicato il 27 Set. 2017 alle 15:51 Aggiornato il 27 Set. 2017 alle 16:04
Immagine di copertina
Una famiglia di rifugiati afgani in Macedonia. Credit: Afp

Il Viminale ha presentato il primo Piano nazionale d’integrazione dei titolari di protezione internazionale, che ha l’obiettivo di bilanciare “i diritti di chi è accolto con quelli di chi accoglie”. Il progetto, voluto dal ministro dell’Interno Minniti, mira infatti a “ garantire a coloro che chiedono rifugio in Italia un’esistenza dignitosa”.

Il piano sarà finanziato in parte dall’Unione europea, che parteciperà con una quota di almeno 100 milioni di euro.

A chi è destinato il piano?

I piani di inclusione sociale e integrazione previsti dal governo italiano saranno destinati ad almeno 74.853 persone, cioè tutti i titolari di un permesso di soggiorno per motivi di protezione internazionale presenti in Italia al 31 agosto 2017.

Di questi, 27.039 persone sono rifugiati e 47.814 sono titolari di protezione sussidiaria. La moderna definizione di “rifugiato” fu coniata dalle Nazioni Unite nella Convenzione di Ginevra del 1951 e rappresenta la base giuridica su cui sono formulati i criteri di riconoscimento dello status di “titolare di protezione internazionale”.

Secondo la formulazione dell’Onu, il rifugiato è una persona che, in base all’articolo 1 di questa convenzione, “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del paese d’origine di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo paese”.

La protezione sussidiaria invece è un’ulteriore forma di protezione internazionale. Viene riconosciuta a chi non ha i requisiti di rifugiato, ma comunque ha bisogno di una forma di protezione internazionale perché se ritornasse nel paese di origine potrebbe subire un danno grave, per cui si intende: la condanna a morte o l’esecuzione della pena di morte, la tortura e la minaccia grave alla vita che deriva da una situazione di conflitto armato.

Le persone a cui l’Italia riconosce lo status di titolare di protezione internazionale hanno diritto a circolare all’interno del territorio dell’area Schengen per un periodo massimo di tre mesi, alla fine del quale dovranno tornare nel paese che ha riconosciuto loro lo status di rifugiato.

Queste persone possono quindi circolare in Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein e in tutti i paesi dell’Unione europea tranne il Regno Unito, l’Irlanda, la Danimarca, Cipro, la Croazia, la Romania e la Bulgaria.

Anche per questo motivo, la questione del riconoscimento di tale status risulta importante per gli altri paesi e le istituzioni europee.

Quali doveri prevede per i rifugiati?

Se ai titolari di protezione internazionale, il governo vuole riconoscere tutti i diritti essenziali, a questi devono corrispondere “altrettanti doveri e responsabilità per garantire un’ordinata convivenza civile”.

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Gli impegni richiesti ai rifugiati dal piano del ministero dell’Interno sono: imparare la lingua italiana, condividere i valori della Costituzione italiana, rispettare le leggi del paese e partecipare alla vita economica, sociale e culturale del territorio.

“L’apprendimento della lingua italiana rappresenta un diritto ma anche un dovere poiché costituisce il presupposto essenziale per un concreto percorso d’inserimento sociale”, si può leggere nel piano.

Fornire accesso all’istruzione per i rifugiati è un obiettivo dichiarato del governo, ma le persone interessate devono attivamente partecipare a questo processo.

Il programma del Viminale infatti mira ad attuare un vero e proprio accordo di integrazione, così come già previsto dal Testo unico sull’immigrazioneQuesta legge prevede infatti un patto tra lo stato italiano e i cittadini stranieri, che reciprocamente devono riconoscersi l’assolvimento di diritti e doveri.

Il piano presentato dal governo pone poi l’accento sulla condivisione dei valori previsti dalla Costituzione. “L’integrazione non può prescindere dalla piena e sincera adesione al principio di uguaglianza di genere e al rispetto della laicità dello stato”, si può leggere nel documento.

I rifugiati quindi dovranno accettare i principi di libertà di coscienza e di separazione tra autorità religiose e politiche, nonché rispettare la libertà personale, un principio che concede soltanto al singolo il diritto di scegliere a quale comunità culturale appartenere.

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Cosa riceveranno in cambio?

Il piano del Viminale prevede una serie di programmi di inclusione per i rifugiati, che riguardano l’accesso all’istruzione, all’alloggio, al lavoro e all’assistenza sanitaria.

Istruzione

Per quanto riguarda la scuola, è previsto “un test iniziale che aiuti a definire il livello e la metodica d’insegnamento più adatta” per il rifugiato.

Saranno organizzate anche “iniziative di supporto specifico per gli analfabeti”. Inoltre per i minori sarà obbligatoria l’istruzione impartita per almeno 10 anni, riguardante la fascia di età compresa tra i 6 e i 16 anni.

L’obiettivo del governo è quello di “creare un’offerta formativa per accedere alle politiche attive del lavoro sin dalla minore età”.

Gli adulti invece si vedranno riconoscere “titoli e qualifiche acquisiti nel paese di origine”, standardizzando i metodi di valutazione alternativi in caso d’irreperibilità dei documenti ufficiali.

Casa

Per quanto riguarda l’abitazione per i rifugiati, il piano annuncia la creazione “di percorsi di accompagnamento per i titolari di protezione in uscita dall’accoglienza, verificando anche la possibilità di includerli negli interventi di edilizia popolare e di sostegno alla locazione”.

Il governo vuole “favorire iniziative di coabitazione: affitti condivisi e i condomini solidali”.

Lavoro

In materia di lavoro, il governo prevede di sostenere la creazione di imprese da parte dei rifugiati e di sostenerne le attività di auto-impiego.

A questo scopo, il piano presentato dal Viminale vuole “promuovere strumenti quali il tirocinio di formazione e orientamento e l’apprendistato, con una particolare attenzione alle categorie vulnerabili e alle donne”.

Sanità

Una delle preoccupazioni del programma del governo riguarda “potenziamento delle attività di prevenzione con particolare riferimento a vaccinazioni, screening e tutela della salute materno-infantile”, nell’ottica del bilanciamento tra i diritti di chi è accolto e quelli di chi accoglie.

Il vuole poi rendere effettivo l’accesso all’assistenza sanitaria per tutti i rifugiati, con particolare riferimento alle esigenze di accudimento delle categorie vulnerabili.

In questo senso il piano fa riferimento a temi come la “salute mentale e la disabilità, le mutilazioni genitali femminili e la violenza di genere”.