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No, criticare Lino Banfi all’Unesco non è da radical chic, né da rosiconi

Di Laura Melissari
Pubblicato il 23 Gen. 2019 alle 09:08 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 09:53
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Immagine di copertina

Non ci serve il maalox, non vogliamo essere chiamati pidioti, non vogliamo i sorrisetti di compiacenza dei ministri. Vogliamo solo poter dire che Lino Banfi, molto divertente quando interpreta Oronzo Canà o Nonno Libero, alla Commissione dell’Unesco è una grandissima scemenza.

E che la cultura, se non c’è un comico 82enne alla commissione Unesco, non è per forza triste, come invece ha scritto oggi Massimo Gramellini.

Vogliamo chi? Tutti quelli che ogni volta che esprimono una opinione che si allontana dalla frase: “il popolo ha sempre ragione” vengono tacciati di radicalscicchismo.

Abbiamo ormai preso coscienza da mesi che chi ha studiato, chi ha una cultura leggermente sopra la media, e chi è orgoglioso di questo, viene schifato. I plurilaureati, per carità, sono il male del mondo.

E i medici che hanno studiato e si permettono di mettersi su un gradino più alto, in virtù di qualche competenza in più? Che sacrilegio. Venduti, schiavi delle multinazionali del farmaco, saccenti. Il grillismo è la summa di tutto questo, niente di nuovo sotto il sole.

La nomina di Lino Banfi ieri però ha mandato in scena un teatrino triste e svilente. Tralasciamo per un attimo il merito della questione: un attore comico pugliese, grandioso nel suo campo di competenza, che viene messo dal governo a “fornire pareri e raccomandazioni al Governo e alle pubbliche amministrazioni sull’elaborazione e valutazione dei programmi Unesco”, per citare solo uno dei compiti.

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Tralasciamo anche il fatto che, “ma che raccomandazioni Lino Banfi potrà mai fornire al governo sui programmi Unesco”, il punto è: perché chi lo ha criticato è stato additato di essere triste, di non “sapersi fare una risata”, di non capire che una ventata di allegria e sorrisoni è ciò che ci vuole in una grigia istituzione come l’Unesco?

Dopo le elezioni del 4 marzo l’ironia amara di chi ha criticato le scelte del governo giallo-verde, e di motivi ce ne sono stati innumerevoli, è stata additata di radicalscicchismo, di scollamento dal paese reale, di guardare con saccenza al “popolo”.

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Ma dire con una certa convinzione che Lino Banfi all’Unesco è come Schettino all’organizzazione marittima internazionale, non è saccenza. Non è atteggiarsi a intellettualone di sinistra, che schifa chi non ha una laurea. Semplicemente, chi ha una laurea faccia quello in cui è bravo, e chi non ha una laurea faccia quello in cui è bravo.

La questione è molto semplice, senza dover per forza rimandare a una retorica di classi contrapposte. Delle élite, brutte e cattive, contro il popolo, illuminato per definizione.

“Basta con tutti questi plurilaureati”, ha detto Banfi dopo l’annuncio alla festa del Movimento Cinque Stelle. “Porterò un sorriso e proporrò i nonni patrimonio dell’umanità”. Eh già, proprio quello che serve.

In un altro commento avevamo scritto: “Il messaggio è chiaro: tutti possono fare tutto, soprattutto chi non ha mai fatto nulla. È un messaggio pericoloso e distruttivo. Quando per rimediare ai disastri dell’uomo qualunque bisognerà tornare indietro e rimettere al centro persone valide e competenti, in molti grideranno al sopruso, al ritorno delle élite contro il popolo”.

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A un certo punto della storia italiana, il termine populismo è diventato sinonimo di saper “ascoltare il popolo”, invece che “parlare alla sua pancia”. E Lino Banfi all’Unesco ne è la dimostrazione. Esaltare le qualità del popolo, anche quando queste non ci sono.

Quello che viene da chiedersi è: perché da un lato si critica (demolisce sarebbe più corretto) un cantante che prende posizioni su temi di attualità, e invece si tollera un comico che viene inserito in una commissione che, con tutto il rispetto e l’affetto, non c’azzecca nulla? Perché sempre “due pesi e due misure” per trascinare l’acqua al proprio mulino?

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