“Cielo d’acciaio”, il racconto pacifista scritto da Antonio Megalizzi nel 2015

Nel testo si legge la storia di un missile che prende vita, prova le stesse emozioni di un essere umano, si domanda "Perché devo distruggere tutto?", sente la paura del volo, l'incertezza dei gesti e la responsabilità delle azioni

Di Clarissa Valia
Pubblicato il 17 Dic. 2018 alle 10:00 Aggiornato il 17 Dic. 2018 alle 10:17
0
Immagine di copertina

Antonio Megalizzi, 28 anni, è tra le vittime dell’attentato al mercatino di Natale a Strasburgo. La notizia della sua morte è arrivata nel tardo pomeriggio di venerdì 14 dicembre.

Stava lottando tra la vita e la morte, le sue condizioni erano quasi irreversibili. Antonio è stato colpito da un proiettile sparato da Cherif Chekatt martedì sera, l’11 dicembre. Quel colpo si è conficcato nella parte posteriore del cranio tra nuca e spina dorsale, il ragazzo era inoperabile. I medici si erano dati 48 ore di tempo per decidere il da farsi, ma non sono bastate.

Il 12 marzo 2015 Antonio Megalizzi aveva pubblicato un racconto con Ilmiolibro.it, la piattaforma web di self-publishing del Gruppo Gedi.

Nel testo si legge la storia di un missile che prende vita, prova le stesse emozioni di un essere umano, si domanda “Perché devo distruggere tutto?”, sente la paura del volo, l’incertezza dei gesti e la responsabilità delle azioni.

Il racconto si intitola “Cielo d’acciaio”, poche righe con le quali Antonio esprime la sua visione del mondo. Un mondo pacifista, aperto e libero.

Il suo missile, protagonista del testo, si chiede: “Fino a dieci minuti fa dovevo solo salvare il mio paese, dovevo mettere al sicuro il mondo. Al sicuro da cosa poi? Non ce lo hanno mai spiegato. Riesco ad intravedere le finestre degli appartamenti di fronte. Ci sono armadi, tavoli, cucine, sedie. Vedo persone che scappano, che urlano, che prendono infanti in braccio e se li portano via”.

Il missile ha una coscienza, proprio come un essere umano. E quando vede un orsacchiotto in una di quelle case che sta per colpire si ferma. Dove c’è un orsacchiotto, c’è anche un bambino. Il missile allora pensa: “Potrei fare amicizia col bimbo intanto che arrivano. Sembra simpatico. Chissà come si chiama? Jaamal? Salem? Taamir?”.

Ma il missile non riesce a controllarsi, e a fermarsi. Esplode. “Adesso io sono distrutto. Adesso ho distrutto loro. Il mondo è finalmente salvo?”.

Il racconto di Antonio Megalizzi intitolato “Cielo d’acciaio” scritto il 12 marzo del 2015

Sento il vento penetrare sulle lastre metalliche del mio corpo longilineo. A malapena in questo momento riuscirei a leggere il nome stampato sul fianco destro. Sembra un codice fiscale: AGM – 158 – JASSM.

Durante le prove ascoltavo i miei costruttori rassicurare omaccioni in divisa militare riguardo le potenzialità del mio futuro operato.

«Ha per propulsore un turbogetto Teledyne CAE J402, e possiede un sistema di navigazione inerziale che aggiorna i dati attraverso il Global Positioning System».

Tele cosa? Global che?

«Possiamo piazzarli sugli F-35 o sugli F-16. Volano che è un piacere».

All’epoca non sapevo che mi avrebbero fatto volare davvero, e se l’avessi saputo avrei stoppato tutta la preparazione. Io ho paura di volare!

Anche perché tutti gli amici che si sono allenati con me non sono più tornati: AGM – 88 – HARM, AS – 9- KYLE, AGM – 62 – WALLEYE.

Quest’ultimo mi inquietava un sacco: diceva che il nostro compito era quello di salvare il mondo dalla minaccia del terrorismo. Dovevamo distruggere per non farci distruggere. Che è un po’ come dire che bisognerebbe accoltellare gente a caso per strada perché uno di questi un giorno potrebbe farlo a te.

Comunque anche lui è partito e mai più tornato, anche se i discorsi strani qui continuavano a farli. Prima della partenza sentivo gli stessi omaccioni della sala test vantarsi con altri militari inferiori di grado riguardo alla potenza del mio lancio.

«Se dimostra di fare il bravo bambino lo vendiamo alla Finlandia e alla Corea. Costa tanto ma rende bene».

Chissà se vedrò mai la Finlandia. O la Corea.

Al momento scorgo solo una distesa pianeggiante di sabbia arida e di pietre sudate.

Corro. Volo.

Raggiungo i 500 km/h, roba che neanche una Maserati truccata, o una Bugatti Veyron guidata da Alonso.

Inizio ad avere paura: l’addestramento finiva qui. Non conosco i passi successivi al lancio, non me li hanno mai raccontati.

Come mi devo comportare ora? Dove devo andare?

Gli omaccioni hanno pianificato metro per metro la mia traiettoria e dovrei sentirmi tranquillo, ma negli allenamenti il tutto finiva nel giro di due minuti mentre ora, che ne sono passati almeno quattro, sento la pressione dei miei motori che aumenta vertiginosamente.

Ansia. La cosa mi spaventa.

Esiste un tasto per spegnermi?

E se aprissi un paracadute e cadessi nel vuoto?

Il deserto mi accoglierebbe, dopotutto non gli ho fatto nulla.

700km/h.

Mi sembra di esplodere. Ogni mio componente invoca aiuto.

È assurdo che coloro che mi hanno costruito e cresciuto con tanta cura ora se ne freghino.

Amici? Dove siete? Mi sentite?

Vedo qualcosa all’orizzonte. Sembra un cumulo di case e macerie.

Forse è là che devo andare, forse è là che mi aspettano tutti.

AGM – 88 – HARM? AS – 9- KYLE? AGM – 62 – WALLEYE? Ci siete anche voi vero?

Ragazzi? Come si spegne quest’affare? Devo arrivare fin là?

Più mi avvicino e più prendo velocità. La cosa mi preoccupa.

Inizio a tremare. Sento un caldo infernale provenire dal mio interno, come se stessi già bruciando.

Spegnetemi amici! Ho bisogno di voi! Mi sentite?

Vedo le case del paese a pochi metri da me. Devo capire come arrestarmi, altrimenti rischio di fare male a qualcuno.

Ragazzi? Mi spegnete? Sto finendo contro delle case! Rischio di fare qualche danno!

Perché nessuno mi sente? Dove sono finiti tutti?

Eppure fino a dieci minuti fa dovevo salvare il mio paese, dovevo mettere al sicuro il mondo. Al sicuro da cosa poi? Non ce l’hanno mai spiegato.

Riesco ad intravedere le finestre degli appartamenti di fronte. Ci sono armadi, tavoli, cucine e sedie. Vedo persone che scappano, che urlano, che prendono infanti in braccio e se li portano via.

Scusate ragazzi! Non volevo spaventarvi. Adesso mi fermano e risolviamo! Tranquilli!

Tranquilli si, ma la velocità qui aumenta.

Adesso vedo un orsacchiotto. È giallo, con gli occhi marroni e il papillon rosso. Si trova appoggiato alla finestra con la testa leggermente inclinata verso il basso.

Chissà come si chiama?

Dudu? Max? Orbit?

Orbit mi piace. Si chiamerà Orbit.

Mi trovo a pochissimi metri da Orbit e dalla sua finestra e spero vivamente che mi fermino prima di romperla. Chi la sente la famiglia che ci abita poi? Come glieli restituisco i soldi che servono? Dovrei almeno attendere che mi vendano alla Finlandia o alla Corea.

Orbit si fa vicinissimo. Intravedo un taglio sopra l’occhio destro. Sarà caduto giocando?

Povero orsacchiotto, spero che lo riparino. Non è un bello spettacolo, anche perché la sua imbottitura di kapoc bianco latte stona un po’ sul giallognolo del tessuto da peluche.

Vedo anche una mano ora. Si è poggiata sugli occhi di Orbit. È una mano minuscola, che a malapena riesce a coprire le sue pupille.

Forse non vogliono che Orbit guardi me. Magari gli hanno detto di evitarmi.

Eppure sono buono, sto avvisando tutti del mio arrivo e chiedendo ai miei amici di spegnermi così non faccio male a nessuno.

Quegli sbadati.

Potrei fare amicizia col bimbo intanto che arrivano. Sembra simpatico.

Chissà come si chiama?

Jaamal? Salem? Taamir?

Taamir mi piace. Si chiamerà Taamir.

Taamir indossa una maglia bianca sporca di rosso, dei pantaloncini blu e delle scarpe grigie. Ha i capelli a caschetto, neri come il petrolio.

Arrivato alla finestra scopro che questo Orbit deve stare davvero simpatico a tutta la famiglia: oltre a Taamir anche un uomo sulla quarantina e una donna col velo si stringono forte a lui!

Chissà come si chiamano?

Muhammad e Basheera? Saeed e Lateefa? Rashid e Jameela?

Rashid e Jameela mi piacciono. Si chiameranno Rashid e Jameela!

Rashid ha un viso sconvolto. Tiene stretto a sé il piccolo Taamir che non accenna a staccarsi da Orbit. Jameela piange. Non capisco perché. Forse ha paura.

Ragazzi, c’è un malinteso, voglio solo esservi amico! Adesso mi spengono. Ve lo prometto!

Entro in casa urlando a più non posso di frenarmi ma nessuno mi sente. Né AGM – 88 – HARM, né AS – 9- KYLE, né tantomeno AGM – 62 – WALLEYE. Per non parlare degli omaccioni in divisa che volevano vendermi alla Finlandia o alla Corea.

La casa intanto si illumina e tutto quello che prima vedevo in piedi in una frazione di secondo giace esanime a terra, tra sabbia, plastica, ferro, mattoni e altre macerie.

Ho finalmente stretto amicizia con la mia nuova famiglia, solo che non credo si siano accorti di me.

Giacciono anche loro al mio fianco, con la testa verso il cielo, quella distesa azzurra che solitamente si fa paesaggio dei desideri più audaci di grandi e piccini.

Il mio cielo, il loro cielo, che da sogno si è trasformato in incubo.

Da quando in qua bisogna aver paura di qualcosa di tanto bello?

E mentre anche io sto per addormentarmi, tra gli ingranaggi distrutti e rumorosi del mio motore e delle urla anonime in lontananza, mi faccio la domanda che forse anche AGM – 88 – HARM, AS – 9- KYLE ed AGM – 62 – WALLEYE si sono fatti: Adesso io sono distrutto. Adesso ho distrutto loro. Il mondo è finalmente salvo?

Il racconto di Antonio Megalizzi è stato pubblicato dal quotidiano La Repubblica.

0
Accesso

Se non ricordi la tua password o in precedenza usavi un account social (Facebook, Google) per accedere, richiedi una nuova password.