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Perché il conflitto in Tigray può trasformare l’Etiopia in una polveriera

Di Stefano Mentana
Pubblicato il 12 Nov. 2020 alle 18:41
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Immagine di copertina

Perché il conflitto in Tigray può trasformare l’Etiopia in una polveriera

Mentre il mondo è alle prese con la pandemia di Coronavirus, nell’Africa orientale il grande progetto di costruire un’Etiopia forte, pacifica e democratica messo in campo dal Primo ministro Abiy Ahmed sembra essere pesantemente minacciato dagli scontri etnici che stanno esplodendo nella regione del Tigray e che hanno causato centinaia di vittime. Scoppiato lo scorso 4 novembre con l’attacco delle forze tigrine a una base dell’esercito federale etiope, questo scontro mette in luce numerosi problemi profondi dell’Etiopia, a partire dalla difficoltà di tenere unite le numerose etnie presenti nel Paese e dal processo di cambiamento messo in piedi dal premier Abiy Ahmed che, per quanto abbia contribuito a fargli vincere il premio Nobel per la Pace nel 2019, deve affrontare il delicato equilibrio interno di una situazione che rischia di esplodere con molta facilità.

Ma andiamo a capire meglio cosa sta succedendo e quali sono queste ragioni che rischiano di trasformare l’Etiopia, uno dei Paesi africani con la maggiore crescita economica, in una polveriera.

Il mosaico di etnie dell’Etiopia

Una premessa necessaria quando si parla di questioni riguardanti l’Etiopia è che questo Paese è un vero e proprio mosaico di diversi gruppi etnici. Nel Paese di oltre 100 milioni di abitanti convivono infatti oltre 80 diversi gruppi etnici, nessuno dei quali risulta essere dominante. Il più popoloso dei gruppi etnici è quello degli oromo, che rappresentano il 34 per cento della popolazione, seguiti dagli amhara al 27 e dai somali al 6, la stessa percentuale dei tigrini, il gruppo che abita principalmente la regione del Tigray. Tenere insieme questo mosaico etnico non è facile. La storia dell’Etiopia, tuttavia, mostra che il Paese è di fatto politicamente unito da molti secoli, in uno stato molto antico e che non si basa su confini artificiali creati dai colonizzatori europei, anzi. L’Etiopia è infatti uno degli Stati africani che ha subito meno di tutti la colonizzazione europea, essendo stata sotto il dominio italiano solamente dal 1936 al 1941.

Tuttavia, dopo la caduta del governo comunista del Derg nel 1991 e l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993, si venne a formare un sistema volto soprattutto a creare un equilibrio tra le numerose etnie. Furono formate dunque nove regioni (divenute 10 lo scorso giugno) e due distretti cittadini per rappresentare le diverse etnie del Paese, e al governo si insediò una coalizione chiamata Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (EPRDF), composta principalmente da quattro partiti espressione dei gruppi etnici dei tigrini, degli amhara, degli oromo e dei popoli del sud. Un grande compromesso per cercare di contenere eventuali tensioni etniche, all’interno del quale i tigrini giocavano un ruolo particolarmente importante tramite il loro partito, il Fronte di liberazione del popolo tigrino (TPLF). Il tigrino Meles Zenawi, infatti, fu uno dei principali esponenti di questa fase storica, ricoprendo il ruolo di presidente dell’Etiopia dal 1991 al 1995 e quello di Primo ministro dal 1995 al 2012.

Tuttavia, nel 2016 grandi proteste mosse soprattutto dall’etnia oromo rischiarono di mettere seriamente in crisi questo sistema. Tra le recriminazioni dei manifestanti c’era proprio l’eccessiva influenza dei tigrini nella cosa pubblica, nonostante in quel momento il premier Hailemariam Desalegn fosse un wolayta e il presidente Mulatu Teshome un oromo, mostrando come il ruolo degli abitanti del Tigray fosse qualcosa che ormai si era fossilizzato nella mente degli etiopi negli anni.

Le proteste misero in luce come la convivenza etnica in Etiopia non fosse una cosa semplice. Molti oppositori del governo dell’EPRDF furono arrestati nel corso degli anni, e gli scontri etnici, soprattutto tra oromo e somali al confine tra le rispettive regioni, non cessarono di smettere. Questi fatti toccarono il culmine nel 2018 quando il premier Hailemariam Desalegn decise di rassegnare le dimissioni per cercare di preservare l’unità nazionale e aprire una nuova fase. Una nuova fase che è stata avviata dal suo successore Abiy Ahmed.

Dove si trova il Tigray

Prima di affrontare nello specifico la questione politica riguardante il Tigray, è giusto capire dove si trovi. Il Tigray è una regione di circa cinque milioni di abitanti con capitale a Macallé situata nel nord dell’Etiopia, la cui popolazione è composta al 94 per cento da tigrini. Essa confina con il Sudan e, soprattutto, con l’Eritrea. Questo è un elemento molto importante, perché nella guerra che ha visto contrapposte Etiopia ed Eritrea dopo l’indipendenza di quest’ultima, una delle ragioni della contesa era proprio il confine nella regione del Tigray. Questo fatto ha contribuito a una certa diffidenza da parte del TPLF verso l’accordo di pace tra Etiopia ed Eritrea promosso da Abiy Ahmed insieme al presidente eritreo Isaias Afwerki.

Nella storia coloniale italiana la regione del Tigray è più nota con il nome italianizzato di Tigrai o Tigré. Lo vediamo ad esempio ad esempio nella toponomastica di Roma, dove la regione è ricordata da una strada chiamata “via Tigré” situata nel quartiere Africano, ma anche dalla canzone di epoca fascista “Le carovane del Tigrai”. Anche durante il colonialismo italiano, tale regione fu nota per gli scontri di confine con l’Eritrea. Proprio l’invasione italiana di questa regione nel 1895 dette inizio alla Guerra d’Abissinia culminata con la sconfitta italiana ad Adua.

Il grande disegno di Abiy Ahmed

Chiuso l’excursus storico-geografico, torniamo alle vicende politiche dell’Etiopia. In seguito alle dimissioni di Hailemariam Desalegn nel 2018, dopo anni caratterizzati dalle proteste del 2016 e da scontri etnici soprattutto tra oromo e somali, l’EPRDF decise di designare come proprio leader e Primo ministro Abiy Ahmed. Oromo, 41enne, divenne il più giovane leader africano al momento della sua nomina in un continente noto per l’età avanzata e l’elevato numero di mandati  dei suoi capi di stato e di governo. Ma questo elemento di novità non si dimostrò solamente anagrafico.

Solamente nei primi 100 giorni, Abiy (nell’onomastica abissina il cognome è in realtà un patronimico e si usa il prenome per indicare le persone) ha siglato un trattato di pace con la vicina Eritrea dopo anni di guerra che gli è valso l’assegnazione del Nobel per la pace, lanciato un programma di liberalizzazioni per porre fine al tradizionale monopolio di stato in molti settori e addirittura contribuito a risanare una divisione interna alla Chiesa Ortodossa di Tewahedo. Ha inoltre liberato oltre 60mila prigionieri politici durante il proprio mandato e si è posto come mediatore per il conflitto in Sud Sudan, tra le altre cose. Tutte misure volte a costruire un’Etiopia unita e pacifica in grado di sostenere libere elezioni, il tutto seguendo una filosofia che Abiy chiama “Medemer“, usando un termine amarico che significa “stare insieme”, lanciando un messaggio unificante tra le diverse etnie e tradizioni del Paese. Ma come tutti i piani ambiziosi, la sua attuazione ha trovato numerosi ostacoli al fianco degli importanti risultati ottenuti.

I principali problemi per Abiy sono arrivati prima di tutto dalla tradizionale questione etnica dell’Etiopia, con nuovi disordini esplosi lo scorso giugno dopo l’uccisione del cantante oromo Hachalu Hundessa, che hanno causato centinaia di vittime dando nuovo slancio alle tradizionali tensioni etniche dell’Etiopia che hanno caratterizzato il fronte interno del Paese degli ultimi anni. Ma questi problemi non sono stati casi isolati. L’altro fronte problematico per Abiy è stato quello politico, che è stato un terreno fertile per rendere più profonda la spaccatura tra il suo governo e il TPLF. Il premier prima di tutto aveva lanciato un progetto per trasformare l’EPRDF in un nuovo partito unico di governo, il Partito della Prosperità. Tuttavia, se nove partiti hanno accettato di aderire al nuovo progetto politico, la resistenza è arrivata proprio dai rappresentanti tigrini, che hanno preferito restare autonomi in dissenso verso il premier.

La spaccatura si è così fatta sempre più acuta, con il TPLF che ha gradualmente radicalizzato il suo dissenso verso un governo centrale di cui un tempo era protagonista e da cui si è sentito sempre più marginalizzato. Quando l’emergenza coronavirus ha costretto il parlamento etiope a rinviare le elezioni libere tanto sponsorizzate da Abiy e originariamente in programma per lo scorso agosto, la principale opposizione è arrivata proprio dal TPLF, che ha minacciato la crisi costituzionale mettendo in dubbio la legittimità del parlamento. La situazione si è fatta ulteriormente tesa quando lo scorso settembre il Tigray ha tenuto unilateralmente elezioni parlamentari, elevando a un livello superiore la spaccatura col governo di Addis Abeba, portando così il parlamento centrale a votare una risoluzione per interrompere i legami con i rappresentanti della regione ribelle. Un passo ulteriore verso l’escalation.

Le tensioni in Tigray

Come abbiamo visto, le tensioni con il TPLF e con l’élite tigrina in generale hanno caratterizzato tutto il mandato di Abiy Ahmed. La pacificazione con l’Eritrea e la perdita di centralità dei politici del Tigray hanno creato una distanza divenuta sempre più grande tra il TPLF e il governo di Addis Abeba, sfociata nelle elezioni unilaterali tigrine di settembre che hanno portato a una rottura su tutta la linea. Lo scorso 4 novembre, il premier Abiy Ahmed ha reso noto che una base dell’esercito etiope nella regione del Tigray era stata attaccata da truppe locali, e che in tutta risposta aveva lanciato un’offensiva nella regione e dichiarato sei mesi di stato d’emergenza. La stampa, tuttavia, è quasi assente nell’area e le notizie arrivano quasi esclusivamente da fonti ufficiali delle parti in conflitto, ma sembra che centinaia di persone siano rimaste uccise nell’offensiva.

Il leader del Tigray, Debretsion Gebremichael, ha annunciato la mobilitazione totale nella regione contro l’esercito etiope e ha annunciato che le sue truppe hanno preso il controllo di quasi tutte le armi presenti nella regione, accusando anche il governo di Addis Abeba di godere del sostegno dell’Eritrea nella sua operazione militare. Pochi giorni dopo l’inizio dell’offensiva, Debretsion ha annunciato che il Tigray avrebbe continuato a combattere finché il governo non fosse sceso a patti, invitando poi l’Unione africana a intervenire per cercare di trovare una mediazione. Il vaso di Pandora era ormai aperto. In tutta risposta, Abiy Ahmed ha annunciato che l’offensiva sarebbe proseguita fino a quando non fosse cessata l’impunità in Tigray, accusando implicitamente il TPLF di aver messo in campo di fatto uno stato parallelo nella regione.

Il rischio di una polveriera

Il premier Abiy Ahmed ha sempre insistito sul fatto che l’offensiva dovrà chiudersi in tempi rapidi e che è limitata a porre fine all’impunità del governo della regione del Tigray, evitando di parlare in ogni modo di questioni di natura etnica e limitando le responsabilità al TPLF. Questo non solo per l’idea del premier di un’Etiopia inclusiva basata sulla teoria del “Medemer”, ma anche perché sa che il rischio di riaccendere numerose tensioni etniche latenti nel Paese è concreta. E un’offensiva prolungata nel tempo può gettare benzina sul fuoco. Una settimana di scontri ha già contribuito a creare una difficile situazione umanitaria in una regione costellata da crisi più o meno latenti, costringendo migliaia di persone a fuggire dal Tigray verso il vicino Sudan e facendo lanciare l’allarme alle organizzazioni umanitarie.

Ma il timore taciuto è che altre delle oltre 80 etnie presenti in Etiopia possano far sfociare i loro malcontenti prendendo le armi qualora la ribellione del Tigray si dovesse dilungare o dovesse trovare terreno fertile. Come abbiamo visto, ci sono gli oromo, che pur esprimendo il Primo ministro ed essendo il gruppo etnico più numeroso del Paese hanno spesso recriminato esclusioni dal processo decisionale e discriminazioni e lanciato numerose ondate di protesta sfociate nella violenza. Oltre a loro, i somali, spesso in conflitto con gli oromo e il cui territorio è stato nel 1977 oggetto di un’offensiva di stampo irredentista della vicina Somalia, o gli amhara, nel cui stato lo scorso anno è stato tentato un colpo di stato per rovesciare i vertici locali, episodio in cui è stato ucciso anche il capo di stato maggiore etiope Seare Mekonnen.

I grandi cambiamenti e la grande crescita economica che hanno caratterizzato l’Etiopia negli ultimi anni non sembrano ancora aver superato del tutto le latenti tensioni tra gli innumerevoli gruppi etnici della nazione, e i fatti in corso in Tigray rischiano di aver aperto un vaso di Pandora da cui potrebbero fuoriuscire anni di recriminazioni rimaste bloccate dall’entusiasmo dei cambiamenti e delle riforme lanciate da Abiy, recriminazioni che potrebbero riguardare a cascata anche i fragili Paesi limitrofi. È per questo che nel conflitto tigrino non si giocano solamente l’autonomia e il peso specifico di una regione dell’Etiopia, ma si gioca la stabilità di un’intera area geografica.

Leggi anche: 1. Etiopia, don Mussie Zerai a TPI: “Subito cessate il fuoco e corridoi umanitari nel Tigray, il rischio è che ci siano milioni di sfollati”

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