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Il mosaico etnico dell’Etiopia: chi ci vive e chi lascia il paese

Nonostante la guerra in corso in Yemen e la relativa catastrofe umanitaria, altri 150mila migranti, quasi tutti etiopi, hanno raggiunto il paese nel 2018 per poi emigrare altrove, perché?

Di Andrea Lanzetta
Pubblicato il 10 Dic. 2018 alle 16:25 Aggiornato il 11 Ott. 2019 alle 11:57
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Immagine di copertina

Dopo oltre 20 anni l’Etiopia ha concluso la pace con la vicina Eritrea, il Fondo monetario internazionale ne ha elogiato la crescita dell’ultimo decennio e un nuovo primo ministro ha inaugurato una stagione di riforme senza precedenti, eppure dal paese africano non si ferma l’emigrazione, perché? La risposta ha a che fare con la composizione del paese e con la sua classe politica.

L’Etiopia è un mosaico composto da oltre 100 milioni di persone, divise in decine di etnie diverse, che parlano altrettante lingue. Queste comunità coesistono su un territorio politicamente unificato da secoli e che a differenza del resto del continente ha subito un periodo relativamente breve di dominazione coloniale.

Questa convivenza resta tuttavia problematica, visto che ogni anno il paese africano registra decine di morti e migliaia di sfollati a causa delle violenze etniche. Secondo il Centro di monitoraggio degli sfollati interni (IDMC), un gruppo di studio con sede a Ginevra, “la situazione umanitaria in Etiopia è peggiorata in modo significativo nel 2018, con continue violenze inter-comunitarie lungo le aree di confine dell’Oromia e delle regioni somale”.

Migliaia di persone sono scese in piazza questa settimana nelle regioni occidentali dell’Etiopia per chiedere l’intervento delle autorità e la fine delle violenze etniche, che soltanto da ottobre hanno causato la morte di quasi 50 persone, compresi diversi agenti delle forze dell’ordine.

Gli scontri avvenuti nel paese africano da maggio hanno provocato centinaia di vittime, mentre a fine settembre, oltre 70mila civili, per lo più di etnia Oromo, il maggior gruppo etnico della nazione, sono state costrette ad abbandonare le proprie case nello stato occidentale di Benishangul-Gumuz, a seguito di un pogrom che ha portato alla morte di 20 persone.

Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, almeno 2,2 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case per gli scontri avvenuti in Etiopia, un record mondiale.

Il paese possiede più sfollati interni della Siria, che occupa la seconda posizione per numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case, seguita da Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Somalia, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan. Quanto c’entra la politica locale in tutto questo e perché le recenti riforme e gli incoraggianti risultati economici non fermano l’emigrazione?.

Il mosaico etnico etiope

In Etiopia convivono 108 milioni di persone, divise in quasi 70 etnie diverse, che parlano 83 lingue riconosciute e circa 200 dialetti, i cui quattro ceppi fondamentali sono quelli semitico, cuscitico, omotico e nilotico-sahariano. Nonostante una sola etnia superi appena un terzo della popolazione e vi sia spesso una corrispondenza tra l’origine etnica e la lingua parlata, l’idioma ufficiale resta l’Amarico, espressione della seconda maggiore comunità del paese.

Secondo le Nazioni Unite, i principali gruppi etnici sono quello Oromo, la cui comunità rappresenta il 34,4 per cento della popolazione, e quello Amhara con il 27 per cento, seguiti dalle comunità Somala (6,2 per cento), Tigrina (6,1 per cento), Sidama (4 per cento), Gurage (2,5 per cento), Welayta (2,3 per cento), Afar (1,7 per cento), Hadiya (1,7 per cento) e Gamo (1,5 per cento). Il restante 12,6% degli abitanti, pari a quasi 13,7 milioni di persone, appartiene ad altre etnie, ciascuna che rappresenta meno dell’1 per cento della popolazione.

Inoltre, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), al 31 agosto il paese africano ospitava 906mila rifugiati, di cui quasi 39mila arrivati quest’anno. La maggior parte di queste persone, oltre 700mila, vive nelle regioni di Gambela, Benishangul-Gumuz e quella somala, teatro di sanguinosi scontri etnici. Quasi la metà dei rifugiati arriva dal Sud Sudan, più di 422mila persone, mentre oltre 430mila arrivano dalle vicine Somalia ed Eritrea, i cui gruppi etnici sono in gran parte i medesimi di quelli residenti in Etiopia, ma in molti casi queste popolazioni sono di religione islamica, la seconda confessione spirituale etiope.

Etiopia, etnie e regioni

Nella foto: Le regioni e le maggiori etnie dell’Etiopia

L’Etiopia ha infatti stretti legami con tutte e tre le principali religioni abramitiche ed è stato il primo paese della regione ad adottare ufficialmente il cristianesimo nel IV secolo. I cristiani rappresentano il 63 per cento della popolazione del paese, ma sono divisi in diverse confessioni. Il 43,5 per cento della popolazione professa la fede ortodossa etiope, il 18,6 per cento aderisce a chiese protestanti e lo 0,7 per cento si definisce cattolico. Il paese africano presenta la più antica comunità islamica dell’Africa, che conta il 34 per cento della popolazione, quasi tutti sunniti.

Le riforme del nuovo premier non fermano l’emigrazione

Questo mosaico è governato da una repubblica federale, il cui parlamento è però controllato da un’unica coalizione di governo. Il federalismo etiope si è sempre strutturato su basi etniche, sin dai tempi del primo ministro Meles Zenawi, e questo non ha favorito la diminuzione delle rivalità comunitarie, persino all’interno dell’amministrazione.

Il paese è governato da aprile da un primo ministro riformista che in pochi mesi è riuscito a concludere un trattato di pace con la vicina Eritrea, con cui l’Etiopia era in guerra da 20 anni, a far ristabilire le relazioni diplomatiche tra Asmara e le vicine Somalia e Gibuti, e a far revocare dalle Nazioni Unite le sanzioni imposte al governo del presidente eritreo Isaias Afewerki, nonostante le accuse di violazioni dei diritti umani.

Inserito nella lista dei 100 leader africani più influenti del 2018 dalla rivista The New African, che lo ha messo in copertina nel numero di dicembre, il primo ministro Abiy Ahmed ha infatti intrapreso diverse riforme radicali in ambito politico, economico e diplomatico.

Tra i primi provvedimenti adottati, il premier etiope ha disposto il rilascio di migliaia di prigionieri politici, compresi tutti i leader dei movimenti di opposizione che si trovavano in carcere, come il segretario dell’organizzazione Patriotic Ginbot 7, Andargachew Tsege, condannato a morte nel 2009 ma rilasciato il 29 maggio, e per la cui liberazione Abiy ha minacciato addirittura le dimissioni. A giugno, Abiy Ahmed ha poi riconosciuto per la prima volta che il governo ha compiuto torture contro i prigionieri politici detenuti nelle carceri del paese, definendo tali pratiche incostituzionali.

Il premier ha depennato dalla lista delle organizzazioni considerate terroristiche i movimenti di opposizione e a metà del 2018 ha raggiunto diversi accordi con i principali tra questi, tra cui proprio il Patriotic Ginbot 7, l’Oromo Liberation Movement (OLF), il Fronte nazionale di liberazione dell’Ogaden (ONLF) e l’Amhara Democratic Force Movement. Questi gruppi hanno rinunciato alla lotta armata in cambio delle nuove riforme promosse e promesse da Abiy Ahmed.

La maggior parte dei miliziani di questi movimenti e i loro gruppi dirigenti avevano trovato rifugio in Eritrea, da dove hanno fatto ritorno in patria a partire da agosto. Per coordinare il rimpatrio degli ex combattenti, il governo di Addis Abeba ha persino istituito un ufficio per coordinare il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento di queste persone nel tessuto economico e sociale del paese africano. Questo incarico è stato affidato a un fedelissimo di Abiy Tesfaye Yegezu, nominato direttore del nuovo ufficio dal primo ministro in persona.

Il 27 novembre Abiy Ahmed ha poi incontrato i leader di tutti i partiti di opposizione registrati nel paese, compresi quelli recentemente legalizzati e rimpatriati dall’estero. Ad agosto, il primo ministro ha promesso elezioni libere ed eque nel 2020, aggiungendo che in caso di sconfitta la coalizione al governo acconsentirà a una transizione democratica nel paese.

Nonostante questo, tutti i seggi del parlamento restano assegnati al Fronte Democratico Rivoluzionario dei popoli etiopi (EPRDF), la coalizione di governo formata dal Fronte Democratico dei Popoli Oromo (OPDO), il partito guidato dal primo ministro Abiy Ahmed; dal Partito Democratico Amhara (ADP), guidato dal vicepremier Demeke Mekonnen; dal Movimento Democratico dei Popoli dell’Etiopia meridionale (SEPDM), guidato dalla ministra della Pace Muferiat Kamil; e dal Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (TPLF), guidato dal ministro delle Comunicazioni, Debretsion Gebremichael. Le aperture del premier sono state tali che al congresso del Fronte EPRDF tenutosi a ottobre è stato invitato come osservatore anche il politico tedesco Konstantine Grund, rappresentante del Partito socialdemocratico SPD. “La SPD apprezza molto le lungimiranti iniziative politiche introdotte in un paio di mesi qui in Etiopia”, disse allora Grund.

Negli ultimi mesi, il governo etiope ha anche approvato una serie di nomine allo scopo di garantire l’uguaglianza di genere. In Etiopia, il presidente della Repubblica, il presidente della Corte Suprema, il presidente della Commissione elettorale e metà del governo è composto da donne, che guidano anche i ministeri chiave della Pace, del Commercio e della Difesa. La stessa portavoce del premier, è un’imprenditrice, scrittrice e attivista del movimento femminista del paese africano.

I successi del primo ministro si allargano anche alla sfera religiosa. Durante la sua visita non ufficiale avvenuta a luglio negli Stati Uniti, Abiy Ahmed è riuscito a ricomporre lo scisma che dal 1991 divideva la chiesa cristiana ortodossa etiope, una delle due principali confessioni religiose del paese insieme all’Islam sunnita. Ad agosto, il quarto patriarca della Chiesa ortodossa Tewahedo, Abune Merkorios, è tornato in Etiopia dopo aver trascorso 27 anni in esilio negli Stati Uniti, a seguito delle divergenze interne alla congregazione sulla nomina di un nuovo patriarca da parte del Fronte EPRDF, che all’inizio degli anni ’90 ha sostituito la giunta militare Derg alla guida del paese. L’accordo mediato dall’attuale primo ministro ha fatto sì che a ottobre si sia riunito di nuovo il Sacro Sinodo della Chiesa ortodossa etiope, con la riunificazione della congregazione, la revoca delle reciproche scomuniche tra le fazioni createsi negli ultimi 27 anni e la convivenza con pari diritti e autorità dei due patriarchi Abune Mathias, che svolge un ruolo amministrativo, e Abune Merkorios, che assolve alle funzioni spirituali.

Abiy Ahmed ha inoltre deciso di aprire il paese all’intera Africa, permettendo la concessione del visto di ingresso all’arrivo alla frontiera per tutti i cittadini del continente. Ma le riforme promosse dal premier non si fermano qui. A giugno, il governo etiope ha annunciato che aprirà al settore privato il proprio monopolio statale sulle telecomunicazioni e che permetterà agli investitori di acquisire quote della compagnia aerea di bandiera Ethiopian Airlines, oltre ad aprire al mercato i settori dell’elettricità e della logistica. Le autorità del paese africano hanno fatto sapere che nei prossimi anni daranno priorità agli investimenti delle società straniere, proprio perché la decisione del governo mira a ottenere valuta estera. Il governo di Addis Abeba ha anche annunciato che i settori di “ferrovie, zucchero, parchi industriali, alberghi e industrie manifatturiere” saranno parzialmente o completamente privatizzati nel prossimo futuro. Nei prossimi tre mesi, la Industrial Parks Development Corporation etiope renderà operativi altri sei parchi industriali dedicati a investitori e fabbriche sia stranieri che nazionali, dopo averne realizzati altri cinque negli ultimi mesi.

L’economia del paese è infatti in crescita da anni. Ad esempio, nell’ultimo anno fiscale conclusosi l’8 giugno 2018, il paese africano ha attirato oltre 3,7 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri. Nonostante questo, le aperture e le riforme, l’Etiopia resta comunque un paese povero. Secondo la Banca mondiale, il 25 per cento della popolazione vive ancora al di sotto della soglia di povertà.

Eppure il governo ha ricevuto gli elogi delle istituzioni economiche internazionali. Nel suo ultimo rapporto di dicembre sul paese africano, il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha comunque elogiato i “notevoli progressi” registrati dall’Etiopia nell’ultimo decennio. Il Fondo sostiene che nonostante la crescita abbia subito un rallentamento nell’anno fiscale 2017-2018, le prospettive economiche del paese africano restano incoraggianti, mentre il deficit delle partite correnti ha continuato a ridursi. Nell’ultimo anno, la crescita economica dell’Etiopia è infatti scesa al 7,7% proprio a causa della riduzione della spesa pubblica destinata a contrastare il crescente deficit. Tuttavia il Fondo prevede che la crescita tornerà già quest’anno all’8,5%, man mano che il clima politico migliora e gli investimenti si riprendono. Secondo il Fondo monetario, “i grandi investimenti infrastrutturali del paese stanno iniziando a dare i propri frutti e la fornitura di servizi pubblici come l’istruzione e la salute è aumentata in modo significativo”.

Nonostante questi progressi però l’emigrazione dal paese non si è fermata. Quasi 15mila migranti etiopi hanno beneficiato di un progetto lanciato tre anni fa dal governo di Addis Abeba in collaborazione con l’Unione europea e l’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) per il rimpatrio e il reinserimento di queste persone nel tessuto economico e sociale del paese africano. Eppure, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), quasi 400mila migranti hanno lasciato Etiopia, Somalia e Gibuti nel 2018, con una media di almeno 2.000 persone al giorno. Le Nazioni Unite definiscono il Corno d’Africa “un’area ad alta attività migratoria”, caratterizzata da una migrazione “composita”, cioè con diversi gruppi di popolazione che si spostano per differenti ragioni.

Il 51 per cento di queste persone emigra da e verso altri paesi della regione, mentre circa il 35 per cento dei migranti sono diretti verso il Consiglio di cooperazione del Golfo nella penisola arabica, attraverso Gibuti, Somalia e Puntland. L’8 per cento si è diretto invece in Sud Africa e il 5 per cento in Egitto e Israele.

L’emigrazione all’estero dal Corno d’Africa passa così in buona parte dallo Yemen, un paese in guerra civile da più di tre anni e dove è in corso una drammatica crisi umanitaria, definita dalle Nazioni Unite “la peggiore catastrofe” di questo genere al mondo. Qui, secondo le Nazioni Unite, almeno 16,37 milioni di persone, su una popolazione di oltre 27 milioni, hanno bisogno degli aiuti internazionali per sopravvivere. Nonostante questa situazione e l’aggravarsi del conflitto, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), prevede l’arrivo nel solo 2018 di oltre 150mila migranti, in aumento del 50 per cento rispetto all’anno precedente. Quasi il 92 per cento di queste persone sono cittadini etiopi. Il paese africano vive infatti una nuova crisi con migliaia di morti e milioni di sfollati.

Violenze etniche e mandanti politici degli scontri

Iniziati ad aprile, gli scontri etnici sono proseguiti e si sono estesi a macchia d’olio in diverse aree dell’Etiopia, continuando fino allo scorso mese. La maggior parte delle violenze è stata registrata tra aprile e giugno lungo i confini tra la regione delle Nazioni, Nazionalità e Popoli del Sud e quella dell’Oromia, la più estesa del paese. L’epicentro degli scontri si trova tra la zona di Gedeo e quella occidentale di Guji, nel centro sud dell’Etiopia. Queste violenze hanno provocato quasi un milione di sfollati in poco più di tre mesi.

Ad agosto, altre 142mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case nella regione somala dopo le violenze occorse nel capoluogo Giggiga e nei dintorni della città. Qui sono state bruciate diverse chiese cristiane ortodosse etiopi e alcuni sacerdoti sono rimasti uccisi durante gli scontri etnici estesi poi a tutta la regione.

A settembre, altri 240mila sfollati hanno lasciato la regione di Benishangul-Gumuz a causa delle violenze etniche senza precedenti avvenute nella zona di Kamashi, al confine con la regione di Oromia, nel nord ovest del paese, per cui le autorità hanno recentemente arrestato 200 persone.

Altri 15mila civili sono stati costretti ad abbandonare le proprie case il 12 novembre nella città meridionale di Moyale, al confine con il Kenya, a causa delle nuove violenze tra le comunità Gebra, di etnia Oromo, e Garre, di etnia somala.

Nella gran parte dei casi, gli scontri sono causati da etnie che rivendicano la supremazia politica o il controllo di alcuni traffici o risorse in determinate aree del paese.

Il caso delle violenze etniche avvenute nella regione somala ad agosto è emblematico della commistione tra politica e scontri etnici. In quell’occasione, invece di calmare gli animi, la polizia Liyu, che in amarico significa “polizia speciale”, ha compiuto azioni violente a sfondo etnico, soprattutto ai danni della popolazione somala e di quella Oromo. Ufficialmente, la Liyu era stata istituita quasi dieci anni fa per contrastare le attività del gruppo terroristico al-Shabaab e altri movimenti ribelli separatisti, in pratica è diventata una polizia politica al servizio dei potentati locali. A seguito delle violenze, le autorità guidate dal nuovo premier hanno prima destituito e poi arrestato il presidente della regione Abdi Mahamoud Omar insieme a sette dirigenti regionali, oltre all’ex sindaco del capoluogo Giggiga, Ibrahim Mohammed Mubarek, con l’accusa di essere coinvolti negli scontri.  A fine agosto, il primo ministro ha rivelato che nelle carceri segrete della regione si usava torturare e intimidire i prigionieri politici usando leoni, tigri e iene. A novembre, nell’ambito delle indagini su queste violenze etniche, la magistratura ha rinvenuto una fossa comune con i resti di almeno 200 persone uccise per aver manifestato contro il governo locale a partire dal 2012.

Gli scontri verificatisi al confine con il Kenya presentano invece un risvolto etnico legato ai traffici illegali nella regione. Il governo etiope ha rivelato che le violenze avvenute a maggio a Moyale erano infatti connesse al traffico d’armi che si svolge in quest’area non lontana dai confini tra Etiopia, Somalia, Kenya e Sud Sudan, tutti paesi in cui sono in corso diversi conflitti, alcuni dei quali a bassa intensità.

Inoltre la salita al potere del premier Abiy Ahmed, il primo di etnia Oromo nella storia etiope, ha causato non pochi malumori persino nella coalizione di governo EPRDF. A giugno, nel tentativo di promuovere una nuova linea a favore del rispetto dei diritti umani, il premier ha licenziato i vertici dei servizi segreti e militari del paese, ma è stato vittima di un attentato fallito durante una manifestazione tenuta ad Addis Abeba, in cui sono morte 2 persone e altre 150 sono rimaste ferite. Le indagini hanno rivelato complicità delle forze di sicurezza locali nell’attacco.

A ottobre, a poche ore dalla visita del presidente del Consiglio Giuseppe Conte in Etiopia, quasi 250 soldati, di stanza nella capitale Addis Abeba, sono entrati nel complesso del palazzo del primo ministro, chiedendo di essere ricevuti da Abiy Ahmed, ufficialmente per chiedere un aumento dei salari. La situazione, con alcuni soldati armati che circondavano il premier, ha causato preoccupazione tra le istituzioni, mentre acune strade della zona sono state chiuse e il servizio Internet è stato temporaneamente disattivato. Alla fine, i soldati, provenienti da un’unità d’élite, sono riusciti a incontrare il primo ministro, che ha ordinato loro di fare 10 flessioni insieme a lui. Le immagini del primo ministro che si esercita con i soldati sono state mandate in onda da diverse emittenti locali e persino pubblicate sui social da alcuni utenti etiopi.

In seguito, il ministero della Difesa ha fatto sapere di aver arrestato i comandanti militari coinvolti nell’irruzione. Lo stesso primo ministro ha poi affrontato pubblicamente la questione durante un question time tenuto in parlamento, in cui ha definito i militari degli  “ammutinati” e ha detto che il loro obiettivo era “quello di far fallire le riforme”.

Lo scorso mese, il procuratore generale etiope Berhanu Tsegaye ha poi rivelato il piano di alcuni esponenti delle forze armate e di sicurezza per uccidere il primo ministro. Secondo la procura, i vertici dell’agenzia di sicurezza nazionale avevano incaricato alcune persone di etnia Oromo di portare a termine l’attentato, “perché ciò avrebbe significato che il primo ministro, un Oromo, era stato ucciso da altri Oromo”. A settembre, le autorità avevano arrestato cinque membri dell’Oromo Liberation Movement (OLF), uno dei movimenti di opposizione in esilio recentemente legalizzati e rimpatriati proprio da Abiy Ahmed, che hanno poi confessato. Secondo il procuratore, l’omicidio avrebbe provato la mancanza di consensi tra la popolazione Oromo da parte del premier.

In un’intervista rilasciata a inizio dicembre all’edizione in amarico dell’emittente statunitense Voice of America, Zenabu Tunun, portavoce dell’ufficio della procura federale, ha rivelato che le violenze etniche, in particolare quelle avvenute al confine tra la regione di Oromia e quella di Benishangul-Gumuz, “non sono avvenute per caso”, ma “sono state pianificate e realizzate in modo coordinato”. In precedenza, il Consiglio di sicurezza nazionale etiope aveva denunciato chiaramente che i gruppi responsabili delle violenze sono quelli che “hanno perso potere e privilegi a causa delle nuove riforme”. L’attuale primo ministro etiope è stato invece accusato dai propri alleati di voler penalizzare alcune comunità con i cambiamenti annunciati nel paese e con la recente campagna di arresti.

A novembre, 64 tra funzionari delle forze di sicurezza, impiegati del conglomerato militare Metals and Engineering Corporation (METEC) e agenti di polizia sono stati arrestati per varie accuse tra cui corruzione e violazione dei diritti umani. Tra gli arresti eccellenti figurano anche quelli dell’ex vice capo del National Intelligence and Security Service (NISS), Yared Zerihun, e del responsabile della divisione sicurezza dell’azienda statale Ethio Telecom, Gudeta Olana. Anche il generale Kinfe Dagnew, ex direttore generale del conglomerato militare METEC, è stato arrestato lo scorso mese mentre fuggiva in Sudan. Le autorità hanno annunciato che questi arresti sono legati a un’inchiesta per corruzione durata cinque mesi riguardo alcuni acquisti condotti senza gara da parte dell’azienda pubblica, per un totale di 2 miliardi di dollari. Le indagini hanno riguardato anche il contratto della METEC per la Grand Ethiopia Renaissance Dam (GERD), la diga in costruzione da parte della società italiana Salini Impregilo a monte del Nilo Azzurro, a 20 chilometri dal confine sudanese e al centro di una disputa internazionale con Egitto e Sudan. Ad agosto, il premier etiope aveva annullato il contratto, accusando l’appaltatore militare di essere responsabile dei ritardi del progetto, che avrebbe dovuto essere completato già nel 2016 ma che è ancora in fase di realizzazione.

Lo scorso mese, il segretario del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), attuale ministro delle Comunicazioni dell’Etiopia, Debretsion Gebremichael, ha accusato il primo ministro Abiy Ahmed di aver voluto colpire il gruppo etnico tigrino con questi arresti. Il TPLF è uno dei partiti fondatori della coalizione di governo EPRDF e ha denunciato “la mano di un paese straniero” negli arresti, senza fornire ulteriori dettagli in merito.

Le riforme del premier stanno lentamente smantellando il federalismo su base etnica costruito in Etiopia, con il risultato che le rivendicazioni delle minoranze sono aumentate, mentre gli attori politici storici reagiscono per conservare il proprio potere. Il ritorno in patria di gruppi armati composti da ex ribelli, anch’essi riunitisi su base etnica, e il cui disarmo annunciato resta tuttora un’incognita, non aiuta il processo di pacificazione, rischiando invece di fomentare le violenze. Secondo un esperto citato dall’emittente Radio France Internationale, “alcuni gruppi hanno conservato il proprio arsenale e agiscono sulla base di un’agenda etnica”. Così, le attuali fragilità del federalismo etiope rischiano di essere sfruttate dai movimenti politici istituiti su base etnica per creare instabilità nel paese e tentare la presa del potere o il blocco delle riforme.

Lo stesso primo ministro Abiy Ahmed ha riconosciuto a ottobre che “la diffusa illegalità e le violenze di massa che il paese ha vissuto negli ultimi sei mesi è una minaccia per le misure di riforma globale dell’Etiopia”, definendo gli scontri un evento “senza precedenti” e “una macchia nella storia della nazione”. Nonostante questo, il premier non dimentica le proprie origini e non manca di sfruttare l’elemento etnico a proprio vantaggio. Negli ultimi mesi infatti, Abiy ha lavorato per ottenere l’ormai prossima fusione tra i due principali partiti Oromo del paese: l’Oromo Democratic Party (ODP), guidato dallo stesso primo ministro, e il movimento di opposizione Oromo Liberation Movement (OLF). Alle prossime elezioni, questa nuova formazione sarà il principale partito a rappresentare l’etnia più numerosa dell’Etiopia.

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