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Scozia, Londra dice “no” a un nuovo referendum per l’indipendenza. Ma Edimburgo ha un piano

Il pressing per il secondo referendum evitando il modello catalano, i numeri dello Scottish National Party e i parametri da rispettare per l’ingresso nell’Ue: non saranno tempi sereni per Londra, oltre trecento anni dopo l’unione delle due corone

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 16 Feb. 2020 alle 10:54 Aggiornato il 18 Feb. 2020 alle 16:00
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Immagine di copertina
Nicola Sturgeon, leader del Partito Nazionale Scozzese. Credit: EPA/ROBERT PERRY

Scozia, Londra dice “no” a un nuovo referendum per l’indipendenza. Ma Edimburgo ha un piano

Ci ha provato subito Nicola Sturgeon, donna decisa, risoluta, leader dello Scottish National Party (SNP) e premier scozzese. Ma la risposta, era nell’aria, prevedibile come il tuono dopo il fulmine. Il governo centrale del Regno Unito, qualche settimana fa, ha notificato in maniera ufficiale che il secondo referendum sull’indipendenza in Scozia non si farà. Londra detiene infatti il potere di veto sulla materia, così come la competenza su diverse aree che non sono state delegate a Edimburgo. Fra queste la politica estera, e – appunto – l’ultima parola sull’integrità del Regno Unito.

L’ultima volta si votò sull’indipendenza in Scozia nel 2014. Il premier della Scozia era Alex Salmond e ci fu un vero e proprio negoziato con l’allora governo di David Cameron per consentire agli scozzesi di dire la propria, ossia se volessero continuare a essere un tutt’uno con il Regno Unito o essere indipendenti.

Già allora i nazionalisti scozzesi dissero che quel referendum sarebbe stato un evento che accade una volta in una generazione, evidenziando come, in caso di sconfitta, si sarebbe chiuso il discorso, almeno per un bel pezzo, sotterrando quindi l’ascia di guerra. Forse.

Come sostengono gli indipendentisti oltre il Vallo di Adriano, infatti, lo scenario politico è cambiato. Non si sospettava nemmeno che la Brexit avesse potuto competere per la vittoria e adesso le carte stanno nuovamente sul tavolo. Perché se è vero che nel 2014 gli scozzesi scelsero di non diventare indipendenti – seppure con un margine di 55 per cento a 45 per cento – durante il referendum Brexit oltre il 65 per cento degli elettori, ha manifestato la volontà di rimanere nell’Unione europea.

L’SNP, oltre che menzionare nel suo statuto l’orizzonte ultimo dell’indipendenza, lo sta mettendo nero su bianco, con il tempo, anche nei numeri dell’almanacco parlamentare. I sondaggi, d’altronde, dicono che il voto, seppure gradualmente e con un basso margine, si starebbe spostando verso la fazione indipendentista. Trend confermato da Sir John Curtice dell’University of Strathclyde, considerato da queste parti un vero oracolo delle indagini demoscopiche e dei comportamenti dell’elettorato.

L’ultimo sondaggio di Panelbase ha mostrato una maggioranza intorno al 52 per cento che conferma un trend che nel tempo ha imboccato una strada crescente. Un precedente sondaggio di Yougov aveva mostrato un voto indipendentista al 51 per cento, successivo al precedente di Survation che aveva registrato un campione diviso esattamente al 50/50.

L’SNP è oramai una realtà affermata, governa la Scozia dal 2007 e nell’ultima tornata elettorale ha conquistato 47 seggi sui 59 a disposizione per la Scozia per il Parlamento centrale di Westminster, dove il suo capogruppo, Ian Blackford, non smette di fare sentire il fiato sul collo al premier Boris Johnson tutte le volte che ne ha occasione. Un partito che su una popolazione di poco meno di 5,5 milioni di abitanti, contra circa 125mila iscritti. Un numero impressionante.

In Scozia hanno perso seggi gli unionisti Conservatori, passati da 13 a 6 nelle ultime elezioni generali, per non parlare dei Laburisti, che hanno piazzato un solo parlamentare.

Appare fondamentale ricordare che nel 2021 in Scozia si ritorna alle urne per decidere chi governerà, confermando la premier dell’SNP Nicola Sturgeon con i suoi numeri di maggioranza in parlamento, oppure virare verso i Conservatori o i Laburisti. Per adesso, la prima ipotesi, stando alle ultime elezioni politiche, appare quella più naturale.

La Scozia è un paese laborioso. Ha un centro finanziario di Edimburgo che si fa largo (chiaramente non paragonabile alla City londinese) e l’industria del petrolio che nel mare del Nord è una realtà da oltre 40 anni. Oggi il prezzo del prezioso Brent si muove sotto il valore di 60 dollari, ma prima del referendum del 2014 il prezzo navigava stabilmente intorno ai 120 dollari. Differenza non da poco.

Dagli ultimi numeri economici, la Scozia oggi non avrebbe le carte in regola per fare parte dell’Ue. Secondo i trattati, infatti, sarebbe ampiamente fuori dal valore “europeo” richiesto del 3 per cento fra deficit di bilancio e Prodotto interno lordo (Pil).

Nell’ultimo anno infatti, stando ai numeri del Government Expenditure and Revenue in Scotland dello scorso agosto, tale valore si attestava intorno al 7 per cento, includendo i ricavi provenienti dal petrolio del Mare del Nord.

Allo stesso tempo va detto però che superando tutti i parametri richiesti per l’ingresso nell’Ue, in un periodo di transizione Edimburgo potrebbe tranquillamente convergere verso questo target richiesto e non sarebbe la prima volta.

La Croazia nel 2013 entrò nell’Ue con un deficit al 5,3 per cento e con una procedura di deficit eccessivo che ha poi portato Zagrabia a riallinerasi. Insomma, quello dei conti pubblici, non sarebbe un ostacolo insormontabile, anche perché, una volta indipendente, la Scozia avrebbe completamente il controllo delle proprie finanze e stabilendo “in toto” la sua politica fiscale ed economica. Per farla breve, se cambiano le regole cambia naturalmente anche il modo di giocare, e così anche la gestione delle finanze.

Da un punto di vista prettamente tattico, più di un’analista ha sottolineato come quella di Sturgeon possa essere una mossa per ottenere più investimenti in sanità e infrastrutture, oppure per riuscire a conquistare più trasferimenti dal governo centrale.

Ma appare altrettanto legittimo affermare che – al netto della mera trattativa politica in cui tutto il mondo è paese – l’SNP sia pronta a fare sul serio, e non solo per tirare la corda e ottenere ancora più autonomia e potere dal governo centrale sulle rive del Tamigi.

Tuttavia, senza il consenso di Londra, con il referendum non si può procedere e Nicola Sturgeon ha ribadito più volte che non intende seguire un “modello Catalogna”, con la consultazione non autorizzata dalla capitale Madrid, ma vuole che le cose si facciano nel pieno rispetto della legge.

Per poter convincere il governo Johnson che è il caso di dare la parola agli elettori, Sturgeon potrebbe fare montare la pressione non solo mostrando i numeri che possiede al parlamento londinese, ma facendo votare a oltranza la legge di richiesta al parlamento scozzese, in modo da incrementare il pressing “politico”.

L’altra strada è quella che si potrebbe aprire in un’ulteriore riconferma alle elezioni del 2021, per il parlamento a Holyrood, sede dell’assemblea, dove al momento fa sedere 62 propri parlamentari sul totale di 129.

L’appoggio potrebbe venire anche dagli altri partiti indipendentisti. Oltre l’SNP, infatti, degni di nota sono lo Scottish Green Party e lo Scottish Socialist Party. Questi ultimi due, inoltre, apertamente di ispirazione repubblicana.

Oltre confine, il Sinn Féin  – partito unionista irlandese vincitore senza maggioranza nelle ultime elezioni – avvallandolo pubblicamente, seppure in forma di “pressing politico”,  spianerebbe la strada al referendum sull’unione dell’Irlanda del Nord con la Repubblica, mentre in Galles, dove il sentimento appare molto più debole, potrebbe comunque fare incrementare la esile spinta indipendentista.

Avvallare – seppure schierandosi contro l’indipendenza – un secondo referendum, potrebbe rientrare nelle carte dei laburisti, che già non lo escludevano prima delle elezioni generali di questo dicembre.

Inoltre, i conservatori, dopo l’addio della loro leader per la Scozia Ruth Davidson, sono alla ricerca di una figura forte che ricucia lo spazio politico e di consenso fra la sede centrale dei Tories e il suo distaccamento scozzese rifacendo guadagnare terreno. L’SNP potrebbe, dunque, approfittare anche di questa debolezza degli avversari in una macro area dove il Premier britannico Johnson gode di scarsissima popolarità.

Quando il Regno si Scozia si unì, oltre 300 anni fa, al Regno d’Inghilterra non fu, in maniera completa, per spirito di appartenenza. Gli scozzesi tentarono invano di stabilire una colonia a Darién – nell’attuale Panama – impegnando buona parte delle loro risorse finanziarie.

Allora fu un disastro per l’erario, con la Compagnia statale “Company of Scotland” che prese l’iniziativa coloniale e che fallì, portando la Scozia all’unificazione con l’Inghilterra dopo essere rimasta travolta dai debiti. E se per gli inglesi fu un salvataggio, per gli scozzesi fu probabilmente un nodo alla gola, poiché Londra si accollò il debito al caro prezzo della loro indipendenza. Da allora il baricentro decisionale è passato a Londra, dove ancora risiede, seppure con un potere ridotto nel tempo e con la Scozia sempre più autonoma, specie dopo la devolution di fine anni Novanta.

Ma lo sarà per sempre?

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