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Quanto costa la Brexit: la sterlina, il commercio e il gioiello della City che fa gola a Parigi e Francoforte

L’analista Canegrati: "L'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea comporterà effetti collaterali per entrambe le parti, come sempre quando da un mercato aperto si torna all'istituzione di barriere e vincoli di ogni tipo"

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 31 Gen. 2020 alle 11:04 Aggiornato il 12 Feb. 2020 alle 15:07
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Bandiera Uk e bandiera Ue: dal 31 gennaio 2020 non saranno più vicine

Brexit, le conseguenze per l’economia, la sterlina e il commercio

Quanto costa la Brexit, o per meglio dire, quanto potrà costare, è una domanda alla quale non è semplice rispondere. Oppure nel tempo potrà essere un affare, per ambedue le parti, ma questo dovremo aspettare a dirlo. In fondo, che percorso prenderanno Ue e Regno Unito, appare prematuro addirittura pensarlo.

Ad ogni modo, appare ipocrita, quantomeno stando all’apparenza, negare che fra le due parti appare la Gran Bretagna quella più debole che ci perderà.

Per tale motivo, possiamo partire dal capire cosa sia il Regno Unito, paese che ha scelto di abbandonare l’Ue, nello scacchiere mondiale e cosa ci indicano le spie del suo “cruscotto economico”.

È la quinta economia mondiale, ha una disoccupazione bassissima, al di sotto del 4 per cento e ha chiuso il 2019 con una crescita intorno all’1 per cento, che non è male ai tempi della “stagnazione secolare”, come qualche economista da tempo chiama l’era della crescita fiacca.

Il Regno Unito è un paese importatore, ossia importa più di quanto esporta. L’unico settore dove ha un surplus commerciale è quello dei servizi, ma nel totale le importazioni di beni rendono la bilancia in negativo.

A conti fatti, nel 2018, dai dati delle dogane la Gran Bretagna esporta per il 45 per cento nell’Unione Europea, mentre importa da essa per circa il 53 per cento.

I paesi “esportatori” più colpiti sarebbero senz’altro quelli più vicini. Belgio, Irlanda, Olanda, la Francia e chiaramente la Germania, paese esportatore per eccellenza.

Il Regno Unito basa quasi completamente la sua forza sui servizi, da cui dipende circa l’80 per cento della sua economia. Fra i servizi, chiaramente, il gioiello di famiglia (non reale) è l’industria finanziaria. Una macchina in grado di macinare numeri da capogiro.

La sola industria finanziaria genera circa il 7 per cento del Pil e contribuisce per la casse statali per circa il 12 per cento. Ogni 100 sterline che lo Stato incassa, per intenderci, 12 vengono dalla finanza.

Quando però si parla di scenari economici, di prospettive e possibili nuovi orizzonti per il dopo Brexit, bisogna assolutamente andarci piano, ma, è lecito e comprensibile, che delle supposizioni si possono sicuramente fare.

Una delle più autorevoli e recenti è sicuramente quella effettuata dal team di Bloomberg Economics, secondo i quali il “danno” del voto britannico ha già raggiunto i 130 miliardi di sterline, con la possibilità di aggiungerci sopra altri 70 miliardi di sterline entro la fine del 2020.

L’analisi – condotta dall’economista Dan Hanson – ha rilevato che l’incertezza commerciale avrebbe causato un freno della crescita economica del Regno Unito rispetto a quella di altri paesi del G7 a partire dal voto del 2016.

Ciò significa che l’economia britannica – secondo tale proiezione – sarebbe del 3 per cento minore rispetto a quanto sarebbe potuta essere se il Regno Unito avesse scelto di continuare a fare parte dell’Unione Europea nel giugno del 2016.

È probabile, quindi, a conti fatti, che la Brexit arrivi a costare al Regno Unito oltre 200 miliardi di sterline per la mancata crescita economica.

Tale cifra sarebbe incommensurabilmente maggiore di quanto  il Regno Unito ha pagato al bilancio dell’Unione europea negli ultimi 47 anni di condominio con Bruxelles. Chiaramente il pagamento è valutato in termini di quota annuale.

Insomma, detta in soldoni, il costo delle rate per appartenere al “club” sarebbe già stato eclissato dalla mancanza di Prodotto Interno Lordo, da cui, chiaramente, va a pescare il gettito fiscale.

La fiducia di chi ci mette il denaro, ossia gli investimenti delle imprese, sono diminuiti e la crescita economica su base annua è calata a circa l’1% dal 2% del pre-referendum.

Inoltre, la stima della House of Commons Library ci dice che il contributo totale previsto del Regno Unito al bilancio dell’Ue dal 1973 al 2020 ammonti a circa 215 miliardi di sterline, chiaramente dopo essere stato adeguato per l’inflazione.

Ma sono stime, e come tali vano trattate.

Emanuele Canegrati è il Senior Analyst per il broker londinese BP Prime. Uno che la City, per intenderci, la conosce bene.

L’ economista, da sempre attento agli scenari internazionali e i loro possibili impatti economici, ha espresso una sua valutazione.

“L’ uscita del Regno Unito dall’Unione Europea comporterà effetti collaterali per entrambe le parti, come sempre quando da un mercato aperto si torna all’istituzione di barriere e vincoli di ogni tipo. Ad avere effetti più negativi dovrebbe essere Londra, dal momento che si presenta alle trattative con minor potere contrattuale, considerando banalmente le dimensioni delle due macroaree contendenti”.

Canegrati si è soffermato poi su un importante aspetto, riguardante il fiore all’occhiello dell’economia britannica.

“Per Angela Merkel ed Emmanuel Macron – continua l’analista – l’opportunità di sottrarre alla City di Londra parte dei 205 miliardi di sterline annui ai quali ammonta il valore della domanda degli europei di servizi finanziari nel Regno Unito è troppo ghiotta. Portare a Francoforte o Parigi quei servizi rappresenta un motivo finanziario, economico e politico da non lasciarsi scappare”, ha sottolineato l’economista.

“Per questo motivo, prevedo trattative dure su questioni come i passport rights finanziari, considerando che la finanza vale il 7 per cento del Pil e circa il 12 per cento del gettito fiscale britannico. Questo potrebbe trasformarsi, appunto, in maggior Pil e maggiori entrate per i paesi verso i quali potrebbero dirigersi molte società finanziarie per continuare ad operare nel mercato europeo”, sottolinea l’accademico.

“Vedo comunque assai improbabile – sottolinea comunque il Prof. Canegrati – un Brexodus finanziario di massa. La City di Londra, d’altronde, rappresenta un unicum dal punto di vista delle caratteristiche di mercato del lavoro e dei capitali, che difficilmente può essere replicato in un’altra città europea”.

L’economista conclude poi evidenziando come la Sterlina Britannica – la terza valuta su base mondiale – possa occupare una parte importante della scena già a partire dall’ immediato nelle imminenti trattative.

“Vedo invece un 2020 dove la sterlina potrebbe deprezzarsi nei confronti di euro e dollaro, scontando le inevitabili tensioni e ripercussioni economiche che le trattative tra Londra e Bruxelles provocheranno” ha concluso Canegrati.

Trattative in partenza ufficialmente a marzo e da terminare entro il 2020, secondo i piani del Premier Boris Johnson.

Impresa ardua con il tempo che appare insufficiente, come del resto dall’Unione europea hanno fatto sapere senza tanti giri di parole, mettendo in conto la possibilità di ulteriori estensioni del periodo di transizione.

Sarà sicuramente una storia ancora lunga quella della Brexit, e di questo, stime a parte, ne siamo sicuri.

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