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Rivoluzione dei Gelsomini, 10 anni dopo la Tunisia è ancora un paese diviso: “Disuguaglianze mai sanate”

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TPI ha intervistato Dario Cristiani, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) per approfondire luci e ombre della primavera araba e di questi 10 anni di transizione

Il 17 dicembre 2010 il venditore ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco nella sua città natale nel Sud della Tunisia per protestare contro la mancanza di lavoro e il suo gesto fece divampare la rivolta in tutto il Paese costringendo alla fuga un mese dopo l’allora presidente Ben Ali. A 10 anni da quella ‘Rivoluzione dei gelsomini’ che contagiò poi gli altri Paesi arabi, molte sono le speranze disattese. La Tunisia si trova ancora a fronteggiare problemi economici e sociali. Ne abbiamo parlato con Dario Cristiani, esperto dello IAI (Istituto Affari Internazionali) e Fellow presso il German Marshall Fund.

Qualcuno a Tunisi definisce questo anniversario “l’anniversario della rabbia”. È così? Quali speranze sono state disattese?

Riportiamo subito tutto all’attualità: stanno avendo luogo in queste settimane diverse proteste in giro per il Paese e ci sono degli elementi di continuità con i problemi che causarono la la Rivoluzione, cioè il disappunto che molti, in particolare nelle zone interne della Tunisia, hanno rispetto alle disuguaglianze che esistono e che non sono mai state sanate negli ultimi 10 anni. 

Visto che le proteste nel 2010 e nel 2011 iniziarono in queste zone marginalizzate e poi divennero un fenomeno propriamente nazionale, possiamo vedere come da questo punto di vista non ci sia stato un reale cambiamento e questo è un problema che in molti riconoscono. Si parla di “Tunisia dimenticata” esattamente per questo motivo.

Le maggiori sofferenze di oggi in Tunisia sono economiche?
Sì, l’economia rappresenta un problema enorme. Nel corso degli ultimi 10 anni la situazione economica si è deteriorata, in particolare dopo il 2015 con la serie di attentati che colpirono Tunisi, al museo del Bardo, e Susa. Disoccupazione altissima, tanto lavoro informale e senza protezioni, stipendio bassi, che in alcuni casi valgono addirittura l’equivalente di 250 euro.

La pandemia ha fatto il resto, inasprendo le disuguaglianze sociali. La Tunisia ha gestito molto bene la prima ondata, pensate che la temperatura dei viaggiatori in entrata veniva misurata già a fine gennaio. Ma per la seconda ondata invece ci sono seri problemi: le regole di sicurezza non sempre vengono rispettate e nonostante il coprifuoco i contagi sono saliti. C’è sempre questa tensione con problemi radicati, però c’è stata una grande evoluzione dal punto di vista di libertà di pensiero e libertà politiche, che secondo me e’ estremamente significativa e non sempre sottolineata come si dovrebbe.

Quindi rispetto ad altri Paesi la Tunisia rappresenta un esempio di successo? Quali sono state le differenze rispetto all’Egitto o alla Siria?
Paradossalmente, la logica del consenso, ovvero del governo “di larghe intese” che ha guidato la Tunisia che tanto ha fatto arrabbiare alcuni gruppi, ha però evitato al tempo stesso che le posizioni si radicalizzassero a un livello tale da portare a una rottura del tessuto sociale e politico. Come invece è avvenuto per esempio in Egitto con il ritorno dei militari nel colpo di stato del 2013.

I tunisini, nonostante si trovassero in un regime autoritario come quello di Ben Ali, in particolare le giovani generazioni, erano culturalmente maturi per la democrazia. C’era un approccio positivo per gestire la transizione da parte della società civile, che in Tunisia è così attiva, critica e matura.

Quali sono state le ombre della transizione in Tunisia?
Il rischio del deragliamento c’è stato, in particolare nel 2013/2014, però nonostante i rischi la Tunisia si è dimostrata capace di resistere a queste pressioni.

Il protagonista di questi 10 anni è stato il largo consenso, si può parlare di “modello consociativo”?
I principali attori politici del sistema tunisino hanno di volta in volta scelto di fare accordi sempre e comunque con gli avversari, evitando gli scontri troppo aspri. Questo approccio si è sublimato con l’accordo di Cartagine del 2016 che ha messo l’ex presidente Beji Caid Essebsi al centro del sistema politico, e la coalizione tra il partito di matrice laica Nidā Tounes e il partito islamico moderato Ennahdha (anche se queste etichette politiche sono molto generiche), si è stabilizzata e rafforzata. 

Il prezzo da pagare però per questo approccio consociativo alla gestione dell’ordine della transizione è stato quello della delusione di molti elettori di questi partiti politici, che non volevano assolutamente accordi con quelli che loro percepiscono come rivali sistemici o nemici. 

Questo ha lasciato spazio a partiti come quello di Qalb Tounes, dell’imprenditore e magnate televisivo Nabil Karoui, che fu  arrestato poco prima del ballottaggio con l’attuale presidente e si trovò in carcere durante parte della campagna elettorale. La sua Tv, Nessma Tv, è stata per anni la voce anti-Ennahdha, ma poi quando è arrivato in Parlamento ha appoggiato Ennahdha, votando Ghannouchi come presidente del Parlamento.  Cosa vista malissimo dagli elettori, come un tradimento. 

Stanno emergendo altro figure politiche negli ultimi anni?
Sì e sono l’espressione di questo malcontento al modello consociativo e di una versione tunisina del populismo che è emerso anche in altri contesti.. Si tratta di Seiffedine Makhlouf, leader della coalizione islamista el-Karama, che ha fatto vari gesti simbolici per ingraziarsi gli elettori delusi di EnNahda, come presentarsi in parlamento con la foto del leader egiziano dei Fratelli Musulmani Morsi nel giorno dell’anniversario della morte, criticare il bilinguismo o chiedere che la Francia debba scusarsi per il periodo coloniale. Oppure, Abir Moussi, la leader del Partito destouriano libero, nostalgica del dittatore Ben Ali, che invece raccoglie il malcontento degli elettori modernisti. . 

Il presidente Kais Saied resta molto popolare nei sondaggi, con un indice di gradimento attorno al 50 per cento, ma a vedere gli stessi sondaggi Makhlouf e Moussi sono due attori politici  chiaramente in ascesa.

Questi leader ci parlano di una dicotomia reale, che esiste veramente: cioè quella tra le élites delle coste della Tunisia e la povertà del centro e del Sud. È così?
Non solo del sud e centro, ma anche del Nord Ovest. L’Attuale primo ministro, Mechichi, è di Jendouba, un’area molto bella ma anche povera, e se non erro è la prima volta che un primo ministro viene da questa area del paese. La società tunisina resta molto classista per certi aspetti, si viene anche giudicati per l’accento che si ha o il dialetto che si parla in alcuni casi. E questa frattura territoriale tra città della costa, che storicamente rappresentano il potere economico e politico, e le realtà rurali non si è mai colmata. La Tunisia ha mille facce, il problema del regionalismo resta molto significativo anche se poco discusso pubblicamente  e questo non va mai dimenticato quando si analizza questo Paese. 

Molti tunisini, in questi anni, parlando dell’evoluzione della situazione erano preoccupati perché vedono la situazione come si è evoluta in Libia o in Siria, per esempio. Nonostante tutti i problemi, molti sono contenti che si sia evitata quella deriva. Sì, si può parlare di “anniversario della rabbia”, come hanno scritto alcuni, o di aspettative deluse, ma credo che vi sia il bisogno anche di avere la consapevolezza delle tante cose positive che i tunisini sono riusciti ad ottenere e fare in questi anni. Cioè la Tunisia sa di essere riuscita nella transizione molto meglio di altri Paesi.

Leggi anche: Altro che esodo di massa di migranti, la Tunisia non è come l’Albania del 1991

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