Covid ultime 24h
casi +16.377
deceduti +672
tamponi +130.524
terapie intensive -9

Altro che esodo di massa di migranti, la Tunisia non è come l’Albania del 1991

Le partenze sono in aumento, ma è sbagliato dire che il paese è al collasso. Chi sono i migranti che partono dalla Tunisia e cosa può fare l'Italia (che per ora sta sbagliando tutto)

Di Dario Cristiani
Pubblicato il 31 Lug. 2020 alle 07:31 Aggiornato il 31 Lug. 2020 alle 08:09
153
Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuetel Fucecchi

Altro che esodo di massa di migranti, la Tunisia non è come l’Albania del 1991

Stando a quanto riportato da certa stampa, al Viminale c’è chi pensa al momento dalla Tunisia vi sia “il rischio di un esodo tale da ricordare quello dall’Albania del 1991, un problema serissimo da affrontare”. Un paragone storico cosi fuorviante ed un’esagerazione del genere non fa onore, non solo a chi l’ha eventualmente pronunciata, ma anche solo pensata.

Che la Tunisia stia affrontando un crinale molto complicato della sua storia recente è innegabile. Che nelle ultime settimane si sia registrato un incremento sostanziale delle partenze – con un’evoluzione problematica della logistica di tali partenze – in particolar modo dalle aree intorno a Zarzis, Sfax, Sousse e Nabeul e dalle isole Kerkenna lo è altrettanto. Che la Tunisia sia sull’orlo del collasso politico-economico sistemico che ha conosciuto l’Albania all’inizio degli anni Novanta, e che ha causato un’ ondata migratoria senza precedenti, quello è invece un tentativo alquanto maldestro di securitizzare ulteriormente una questione che dovrebbe essere invece gestita politicamente, e compresa nelle sue sfaccettature. Che sono molto più variegate di quanto gli italiani pensino.

La Tunisia oggi: crisi sì, collasso no

Queste narrative non aiutano i rapporti bilaterali: essere dipinti come un paese in via di disfacimento non è apprezzato a Tunisi, anche perché la Tunisia in effetti non è un paese in disfacimento. È un paese che, nel 2020, affronterà la peggior recessione della sua storia indipendente a causa del Covid-19. È un paese che nel corso degli ultimi 10 anni ha visto (non) crescere il suo Pil, con media annuale dello 0%, come notato dall’ex governatore della banca centrale giusto qualche settimana fa. Ma non uno stato in via di fallimento.

È un paese dove le conquiste democratiche post-2011 sono a rischio per la prima volta, e dove l’impatto della crisi economica del Covid-19 può portare a un ritorno di un autoritarismo più o meno palese. È un paese dove c’è un’ansia sociale marcata, che filtra e “esagera” le percezioni di paura e di instabilità. E questa ansia sta fomentando populismi vari: quello conservatore-sovranista, con vaghi richiami ad un pan-arabismo un po’ vetusto dell’attuale presidente Kais Saied, oppure i “populismi opposti” che stanno emergendo in questi mesi in Parlamento, con quegli attori politici nuovi estranei alla logica del consenso, che ha guidato le scelte di tutto il panorama politico tunisino nel corso degli ultimi dieci anni: il populismo nostalgico-modernista di Abir Moussi, la pasionaria benalista che sta emergendo sempre di più come idolo modernista contro gli islamismi vari ed eventuali che popolano il Bardo, e l’islamo-populismo dell’ambizioso e controverso avvocato Seiffedine Maklouf, passato dall’essere l’avvocato di molti membri di Ansar al-Sharia a leader di una nuova formazione islamista con venature radicali, la coalizione della Dignità.

Tutti questi tre attori, in un modo o nell’altro, rappresentano una sfida per l’attuale presidente del Parlamento, Rachid Ghannouchi, leader del partito islamista di EnNahda che della logica del consenso è stato uno dei pilastri. Certamente, la Tunisia rischia di vedere la propria transizione – o meglio, il proprio consolidamento democratico – sgretolarsi. Ma, nel corso degli ultimi anni, la Tunisia ha anche mostrato una resilienza fuori dal comune.

Molti decantavano il De Profundis della giovane democrazia tunisina già nel 2014, quando lo scontro tra EnNahda e il blocco modernista stava per far deragliare il paese, o nel 2015, quando la successione di attentati (Museo del Bardo, Sousse, Avenue Mohammed V a Tunisi) mise l’economia in ginocchio. Ma, nonostante ciò, la Tunisia è rimasta in piedi.

Le relazioni con l’Italia

L’Italia dovrebbe capire che questo aspetto della sua narrativa sulla Tunisia è importante per avere relazioni proficue. A torto o ragione, i tunisini si sentono molto vicini agli italiani, non solo geograficamente. Per anni, i canali della Rai erano merce comune nelle case dei tunisini, la popolarità di personaggi come Raffaella Carrà o Pippo Baudo tra i tunisini di mezza età è sorprendente.

Ma, negli ultimi anni, in Tunisia, è cresciuta la percezione che l’Italia politica veda la Tunisia solo come barriera nella gestione delle migrazioni e non come un partner complessivo. L’Italia ha mandato vari segnali non positivi, in questo senso: l’assenza di un rappresentante istituzionale di peso italiano ai funerali del presidente Beji Caid Essebsi giusto un anno fa – unico paese tra i paesi limitrofi che non mandò una delegazione di peso – ebbe un impatto devastante in questo senso, soprattutto se misurato rispetto alla risonanza del discorso che il presidente Macron fece in quella sede.

Le frecciate di Salvini da ministro degli Interni alla “Tunisia che ci manda i galeotti.” Una certa passività, anche del nuovo esecutivo giallo-rosso, nel coinvolgere la Tunisia diplomaticamente, ad esempio sulla Libia. Il problema di questa mancanza di attenzione, inoltre, è che svilisce anche il capitale di relazioni sociali ed economiche esistente, che è molto significativo: Eni, Terna, e tanti altri sono attori con un ruolo significativo, ed apprezzato, in Tunisia. Inoltre, c’è anche una contraddizione di fondo.

Il ministro degli Esteri Di Maio ha sottolineato come la Tunisia sia un “paese sicuro”, categoria necessaria facilitare l’espulsione di coloro che cercano protezione internazionale senza dimostrare la sussistenza di gravi motivi per considerare il paese di rimpatrio insicuro.

Ora, se la situazione tunisina richiama quella albanese del 1991, come può essere considerato un paese sicuro? La Tunisia ha accordi per il rimpatrio con l’Italia sin dal 1998, rappresentando per anni paese modello da questo punto di vista. L’aumento delle partenze dimostra che la Tunisia ha difficoltà crescenti nel gestire il fenomeno.

La Tunisia e i migranti

Le cause sono tante: differenti priorità per le forze di sicurezza, dislocate in altri luoghi per gestire proteste crescenti; un quasi automatico “ritorno” delle partenze dopo mesi di confinamento; il tentativo di gruppi criminali di “sfruttare” a proprio vantaggio la crisi economica vendendo il sogno dell’eldorado europea. In termini generali, che la Tunisia sia un paese (relativamente) sicuro, è abbastanza pacifico: basti vedere l’efficacia con cui la pandemia è stata gestita in Tunisia, con una prontezza che molti paesi europei non hanno avuto, ed è un paese dove i casi autoctoni di Covid-19 sono oramai ai minimi da mesi.

Quindi, se l’Italia insiste che è sicuro e quindi può garantire i rimpatri, dire che la situazione sia al collasso è quanto meno un controsenso. In questa logica, però, vi è anche una tendenza alla semplificazione marcata e diffusa quando si discute di migrazioni e Tunisia. La narrativa standard si focalizza sulla presenza di giovani istruiti ma senza possibilità pronti ad affrontare il viaggio verso l’Europa – l’Italia – vedendo questa come unica alternativa. Questa è solo parte della verità. La realtà è molto più complessa e sfumata, e il fenomeno ha sfaccettature diverse.

Ad esempio, c’è la realtà della fuga dei cervelli, sentita come una vera e propria emergenza sociale di lungo periodo: è vero che i giovani tunisini istruiti hanno difficoltà ad accedere a buone opportunità lavorative in Tunisia, in particolar modo se non hanno legami di tipo familiare e personale con chi può aprire loro le porte di tali opportunità. Ma queste giovani donne e uomini raramente si imbarcano. Essi emigrano con altri mezzi, andando principalmente in Francia, Germania e Canada.

Questa dinamica è sorprendente solo per chi non conosce bene la Tunisia: molti laureati tunisini parlano almeno tre lingue fluentemente, e il capitale umano è considerevole. In particolar modo gli ingegneri informatici tunisini sono figure professionali molto ricercate dalle aziende high-tech del mondo francofono. Tra le nuove generazioni, inoltre, l’inglese è sempre più utilizzato e la gioventù – in particolar modo urbana – tunisina è estremamente legata, e reattiva, alle tendenze culturali globali. L’Italia è però largamente esclusa da questi flussi.

Poi vi è la realtà della Tunisia sia come hub migratorio sia come paese di ricezione di migranti, in particolare dall’Africa saheliana e sub-sahariana. Questo è un fenomeno visibilmente in crescita. Molti di essi lavorano, spesso illegalmente, nel settore dei servizi e delle costruzioni. Alcuni si fermano in Tunisia, mentre altri utilizzano la Tunisia come tappa di passaggio per raccogliere i soldi per tentare l’approdo in Europa. A vedere i numeri degli ultimi viaggi, essi però non rappresentano la maggioranza di coloro che stanno provando il viaggio dalla Tunisia.

Vi è poi la realtà di coloro che provano il viaggio in mare, il popolo degli haraga – dal nome delle imbarcazioni – spesso di fortuna – utilizzate per la traversata. Questo mondo però è anche esso più variegato e diversificato di quello che si pensi, ed è in evoluzione. Molti sbarchi recenti sono avvenuti su piccole imbarcazioni private, relativamente nuove. La prossimità geografica permette viaggi del genere, soprattutto in condizioni climatiche buone.

Sui social italiani ha fatto molta specie la foto di un barboncino sbarcato insieme a tunisini che sembravano più turisti che altro. Caso limite, che ha scatenato le fantasie e ironie – spesso becere – degli internauti su come i migranti prendano “in giro” l’Italia. In realtà, la giustificazione data dalla proprietaria del cane – “ho vissuto qui e volevo tornare” – si lega a un problema che chiunque è stato in Tunisia può misurare da sé: la frustrazione esistente tra tanti tunisini per la scarsità di opzioni legali per raggiungere l’Europa.

Ottenere un visto per un tunisino, anche solo temporaneo, è impresa molto ardua. Molti, quindi, provano direttamente la fortuna illegalmente. Ci sono poi varie tipologie di giovani, in genere tra i 18 e i 25 anni, che provano questi viaggi e le cui motivazioni sono varie. Adottare un modello unico è fuorviante. Per alcuni, il viaggio non è necessariamente un tentativo di andare in Italia per stabilirsi, ma viene visto come una sorta di passaggio dall’adolescenza alla maturità, perché in famiglia ci sono storie di parenti che hanno fatto viaggi simili in passato, quando era più facile e parte di una mobilità mediterranea di lungo periodo data quasi per scontata.

Vi è poi la realtà dei migranti economici, e quella esiste ed è destinata a rimanere un elemento costante, a meno che non vi sia un cambiamento radicale nell’economia politica tunisina. Anche la questione della regolarizzazione come push factor che spieghi queste partenze è discutibile: veramente si pensa che i migranti abbiano una dimestichezza tale della realtà italiana, da essere a conoscenza dei dettagli della sanatoria promossa recentemente?

Probabilmente, vi è una percezione molto generica legata a notizie di tunisini irregolari in Italia che sono stati regolarizzati, ma considerarlo come l’elemento principale che spiega le partenze recenti è un po’ eccessivo. Per le giovani e i giovani tunisini del sud e delle zone interne, spesso, tentare il viaggio di fortuna verso l’Europa è vista come un’opzione migliore che non cercare la fortuna a Tunisi o nei centri urbani del Sahel tunisino.

Un paese diviso

In Tunisia i sentimenti regionalisti sono particolarmente forti, sebbene vi sia una certa ritrosia nel parlarne pubblicamente. Il regionalismo ha un impatto sulla mobilità sociale. I tunisini del sud si sentono discriminati, sia socialmente sia dalle scelte di politica economica che, nei decenni, hanno penalizzato aree come Kasserine, Gafsa, Sidi Bouzid. Non è un caso che la miccia della rivoluzione nel dicembre 2010 sia esplosa in quest’ultima realtà. I tunisini della capitale, invece, spesso si lamentano dell’arrivo in massa di gente dal sud e dalle zone rurali dopo la rivoluzione del 2011. Chi parla il dialetto del sud spesso è discriminato, e vi è la percezione che in Europa sia più facile partire da zero.

Poi vi è la realtà dei giovani che vengono dalle periferie disfunzionali di Tunisi, luoghi difficili come Hay Ibn Khaldoun, Ben Arous, Ettadhamen, Bahr Lazrag e via discorrendo. L’Houmani – appellativo in dialetto tunisino traducibile in italiano come “ragazzo di quartiere”, figura popolarizzata dall’hip-hop tunisino post-rivoluzione – è quel giovane che campa alla giornata, senza prospettive, non istruito: molti di essi, data la mancanza di prospettive, decidono di provare la traversata.

Cosa può fare l’Italia

Cosa può fare l’Italia rispetto alla Tunisia? L’idea di fermare completamente le partenze è irrealistica. Che la Tunisia possa fare di più e meglio per controllare i propri confini è vero. Però, il contesto attuale per la Tunisia è complicato. Il paese non è al collasso, ma al tempo stesso ha seri problemi economici e di ordine pubblico che lo rendo meno efficiente. Inoltre, come già detto, il messaggio che l’Italia ha mandato negli ultimi anni di visione della Tunisia esclusivamente come bastione contro i migranti riduce la capacità di Roma di influenzarne le scelte.

In tal senso, l’Italia può fare due cose. In primis, lavorare per mandare il messaggio che la Tunisia non sia solo migrazioni e ricalibrare la narrativa sulla Tunisia in disfacimento: la Tunisia ha problemi, ma sono gestibili, in particolar se vi è una cooperazione intelligente e funzionale, in particolare con l’Italia. E qui vi è la seconda opzione: l’Italia può lavorare con la Tunisia per alleviarne i problemi economici.

Il debito tunisino sta schizzando alle stelle, e nel 2021 la Tunisia avrà seri problemi a finanziarsi, soprattutto qualora non vi sia un nuovo accordo col Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che però avrà con un costo sociale elevatissimo se attuato. L’Italia, essendo uno dei principali creditori tunisini, potrebbe muoversi per guidare un fronte lanciando una proposta di rinegoziazione dei termini di pagamenti del debito tunisino, cosi da dare respiro alle finanze pubbliche.

Inoltre, la Tunisia è impegnata in un negoziato con l’Unione europea sul cosiddetto “Deep and Comprehensive Free Trade Area (Dcfta)”, accordo che però ha ricevuto svariate critiche da parte tunisina. L’Italia potrebbe guidare un fronte per accogliere alcune delle istanze tunisine, cosi da dimostrare che l’interesse di Roma per Tunisi non si limita a controlli e rimpatri di migranti.

In tal senso, se il ministro degli Interni Lamorgese fosse stata accompagnata, nella sua toccata e fuga tunisina, dai ministri dell’Economia Gualtieri o dal ministro degli Affari Europei Amendola – con quest’ultimo che è probabilmente l’attore politico dell’attuale esecutivo con una percezione più chiara e sensibilità’ più marcata rispetto a problemi mediterranei che l’Italia deve affrontare – questa missione sarebbe stata più effettiva, e avrebbe mandato un messaggio diverso. Ma si può ancora rimediare.

Leggi anche: 1. Orfini a TPI: “Lamorgese non fa la ministra. I flussi di migranti sono gestibili, ma preferiamo finanziare i torturatori libici” / 2. Migranti, il vescovo di Chioggia: “Chi ama il pericolo, nel pericolo cadrà”

153
Accesso

Se non ricordi la tua password o in precedenza usavi un account social (Facebook, Google) per accedere, richiedi una nuova password.