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Quasi 100 artisti firmano la lettera-petizione contro il ddl Valditara che vieta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole

Immagine di copertina
Credit: AGF

L'appello di "Una Nessuna Centomila": "Non possiamo permettere che la paura vinca"

Da Fiorella Mannoia a Pierfrancesco Favino, da Anna Foglietta a Claudia Pandolfi: circa 100 tra attori, cantanti, donne e uomini dello spettacolo hanno sottoscritto la lettera-appello della Fondazione “Una Nessuna Centomila” contro la legge Valditara che vieta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie, permettendola nelle scuole secondarie solo previo consenso informato delle famiglie. “In Europa, l’Italia resta tra i pochi Paesi a non prevedere un percorso strutturato in questo ambito – si legge nell’appello – Dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) all’UNESCO, in collaborazione con le altre agenzie delle Nazioni Unite, fino alla Convenzione di Istanbul, 
i richiami e le linee guida parlano chiaro: la Comprehensive Sexuality Education mira a fornire 
a bambine, bambini e giovani conoscenze, abilità, atteggiamenti e valori che consentano loro 
di realizzare la propria salute, il proprio benessere e la propria dignità; sviluppare relazioni sociali 
e sessuali rispettose; comprendere come le proprie scelte influenzino il proprio benessere e quello degli altri; conoscere e proteggere i propri diritti per tutta la vita”.

E ancora: “È un diritto, non una questione ideologica. Significa offrire alle ragazze e ai ragazzi, fin dall’infanzia e in modo adeguato all’età, strumenti per comprendere sé stessi, rispettare gli altri e prevenire 
la violenza. Le famiglie siamo anche noi, e chiediamo di essere accompagnati in questo percorso. Ragazzi e ragazze hanno bisogno di confrontarsi con figure competenti, capaci di ascoltare ciò che spesso non riescono a condividere con i genitori. Per ragioni che conosciamo bene: imbarazzo, vergogna, paura. Nel frattempo, sono cambiati i rapporti, le relazioni e le modalità 
di crescita. I genitori non sono nativi digitali e faticano a comprendere pienamente il disagio che può nascere dalla dimensione online. Senza un’educazione strutturata all’affettività e alla sessualità, il rischio è che le risposte vengano cercate esclusivamente sul web. L’affetto e l’attenzione non bastano. Questo provvedimento rappresenta un arretramento culturale. Mette in discussione anni di lavoro svolto da scuole, università, centri antiviolenza e associazioni per promuovere prevenzione, consapevolezza e rispetto. Ostacolare
il cambiamento culturale significa fare un passo indietro. Significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti e privare
 le nuove generazioni di strumenti fondamentali per comprendere sé stesse, gli altri e il mondo in cui vivono. La violenza di genere è un fenomeno culturale e non può essere affrontata esclusivamente all’interno delle nostre case. Deve essere affrontata attraverso
un percorso condiviso che coinvolga l’intera comunità educante”.

L’appello continua: “Università, centri antiviolenza e organizzazioni impegnate contro discriminazioni, bullismo 
e razzismo hanno sviluppato competenze preziose che troppo spesso vengono escluse
dal dibattito pubblico, lasciando spazio a contrapposizioni ideologiche che poco hanno 
a che fare con la realtà. I dati mostrano un aumento dell’accesso precoce alla pornografia online, delle malattie sessualmente trasmissibili tra adolescenti, degli episodi di violenza sessuale 
e delle forme di autolesionismo. Nel nostro Paese, inoltre, la violenza domestica continua a essere, secondo i dati Istat, la forma di violenza più diffusa. Ai figli e alle figlie che assistono quotidianamente alla violenza esercitata contro le loro madri, quale risposta stiamo offrendo? Davvero pensiamo che la soluzione possa essere il consenso informato? Oppure siamo noi, come società, a doverci assumere la responsabilità di garantire loro il diritto a un’altra possibilità, a un altro racconto, a una storia diversa cui poter aspirare? La forma non sempre coincide con 
la sostanza. Basterà il diniego di un genitore per impedire l’avvio di un progetto. Per le scuole sarà difficile organizzare attività alternative e il clima di allarmismo rischia di generare ulteriore confusione. Il rischio concreto è che molte scuole, per timore di conflitti o contestazioni, rinuncino del tutto ad affrontare questi temi. Non saranno messi in discussione soltanto i percorsi 
di educazione sessuo-affettiva, ma anche le iniziative culturali dedicate al contrasto degli stereotipi di genere, alla prevenzione della discriminazione e alla costruzione di relazioni rispettose. Il risultato sarà un progressivo impoverimento del dibattito educativo e culturale”.

“Si rischia di legittimare un’unica idea possibile di famiglia, di relazioni, di maschile e di femminile, limitando la possibilità di confrontarsi con la complessità del reale. Siamo genitori, cittadine e cittadini consapevoli, ma siamo anche artisti e artiste che credono che il cambiamento culturale sia la chiave per prevenire e contrastare la violenza. Non possiamo permettere che la paura vinca sul futuro delle nostre figlie e dei nostri figli. Educare all’affettività e al rispetto è un atto di civiltà. Un diritto. Come genitori, cittadini e artisti, continueremo a dare voce a chi non ne ha, a costruire spazi di ascolto e a volere una società in cui nessuna ragazza e nessun ragazzo si senta solo. Il cambiamento culturale è un cammino che si fa insieme, e noi non faremo un solo passo indietro”.

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