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Home » Esteri

Medio Oriente: è scontro totale tra Usa e Iran. Ma dallo Stretto di Hormuz la guerra si allarga anche allo Yemen e al Mar Rosso

Immagine di copertina
Un marinaio della Marina statunitense saluta mentre un caccia stealth F 35B Lightning II del Corpo dei Marines, assegnato allo squadrone Green Knights del Marine Fighter Attack Squadron 121, decolla dal ponte di volo della nave d'assalto anfibio di classe America USS Tripoli, impegnata nel blocco navale dell’Iran nel Mar Arabico nel maggio 2026. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

I raid statunitensi si susseguono per la dodicesima notte consecutiva, scatenando la risposta armata della Repubblica Islamica contro le basi Usa in Kuwait, Giordania e Bahrein. Intanto gli Houthi attaccano due petroliere saudite nello Stretto di Bab el-Mandeb e le prospettive di pace si allontanano

Gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran per la dodicesima notte consecutiva, provocando la reazione della Repubblica islamica contro le basi statunitensi nella regione, in particolare in Kuwait, in Giordania e in Bahrein, mentre dallo Yemen gli Houthi, alleati di Teheran, hanno attaccato due petroliere saudite nel Mar Rosso, mettendo a rischio la navigazione anche nello Stretto di Bab el-Mandeb, un altro canale strategico per il commercio di petrolio, come quello di Hormuz, dove i Pasdaran iraniani hanno rivendicato nuovi raid contro le navi in transito.
L’escalation del conflitto ha ormai superato i confini regionali, anche perché non si tratta più solo di raid aerei mirati ma di una vera e propria guerra per il controllo delle arterie marittime regionali, con conseguenze potenzialmente devastanti per i mercati dell’energia e la tenuta dell’industria logistica a livello globale.

L’offensiva di Washington
Su ordine del presidente Donald Trump, che ieri aveva minacciato di bombardare un ponte o una centrale elettrica iraniana per ogni attacco al traffico marittimo nello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, le forze statunitensi hanno portato a termine la dodicesima notte consecutiva di bombardamenti contro la Repubblica islamica. Questa nuova ondata di attacchi, come confermato dal Comando centrale delle forze armate gli Stati Uniti (Centcom), aveva un obiettivo preciso: smantellare la capacità dell’Iran di minacciare la navigazione civile e commerciale. Bombe, missili e droni, si legge nella nota del Centcom, hanno centrato “obiettivi militari, tra cui infrastrutture marittime, depositi di missili e droni, siti di sorveglianza costiera e sistemi di difesa aerea”.
Il bilancio, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa iraniana Mehr News, è di almeno due vittime accertate e 11 feriti presso il valico di Shalamcheh, al confine con l’Iraq. Questo raid, secondo il vice governatore della provincia sud-occidentale del Khuzestan Valiollah Hayati, ha centrato “l’area intorno al terminal passeggeri”. Un altro attacco missilistico statunitense ha invece colpito un’area vicino alla città di Andimeshk, sempre nella stessa provincia. Ma a destare particolare preoccupazione è la notizia che due raid statunitensi avrebbero colpito nella notte anche Bushehr, la città che ospita l’unica centrale nucleare civile del Paese, da tempo nel mirino di Washington. Solo questo mese, precisa il Centcom, sono state colpite decine di basi militari terrestri iraniane, mentre in mare gli Usa hanno di fatto ripreso le operazioni di blocco navale, dirottando nove navi commerciali e disabilitandone un’altra per impedire l’accesso ai porti dell’Iran.

La rappresaglia di Teheran
La risposta iraniana non si è fatta attendere e ha preso di mira le risorse militari americane dislocate nei Paesi alleati. L’esercito di Teheran ha rivendicato attacchi con droni contro le basi di al-Doha, al-Salem e Arijfan, in Kuwait, colpendo “magazzini, depositi di munizioni e cisterne di carburante”. Sui social, le forze armate kuwaitiane hanno confermato l’intercettazione di “droni ostili”, spiegando che le esplosioni udite dalla popolazione erano proprio il risultato dell’attivazione dei sistemi di difesa antiaerea.
Il raggio d’azione della rappresaglia, tuttavia, si è rivelato ben più ampio, arrivando a colpire anche i regni di Giordania e Bahrein, che si sono ritrovati a dover gestire minacce aeree nei propri cieli, confermando le dichiarazioni provenienti dalla Repubblica islamica che ha preso di mira gli asset statunitensi in tutti e tre i Paesi. Di fronte a questo scenario, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è stato lapidario, promettendo sui social una risposta “occhio per occhio” a qualsiasi aggressione contro Teheran. “È nostro diritto legale, religioso e logico colpire le basi americane che sono all’origine dell’aggressione contro il nostro Paese”, si legge in una nota diramata questa mattina dalle Guardie della Rivoluzione islamica in Iran per rivendicare gli ultimi attacchi lanciati contro la Giordania. Con questi raid, i Pasdaran affermano di aver colpito una base statunitense di King Faisal, distruggendo “un radar del sistema di difesa balistica THAAD, un sistema missilistico Patriot e un radar C-RAM”, oltre ad alcuni “serbatoi di carburante”. “Anche un grande magazzino di attrezzature e un capannone per la riparazione e la manutenzione degli elicotteri sono stati incendiati e distrutti”, hanno rivendicato le Guardie rivoluzionarie iraniane. Una notizia non ancora confermata da fonti statunitensi.

La guerra degli Stretti
Ma se in cielo si combatte, in mare la situazione è persino più tesa. Lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale attraverso cui prima del conflitto transitava circa un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale, è ormai al centro del fuoco incrociato. I Pasdaran hanno dichiarato che lo Stretto è “completamente chiuso” e rimarrà tale finché proseguiranno quelle che definiscono “azioni malvagie” condotte dagli Stati Uniti. L’Iran rivendica infatti il pieno controllo dell’area, arrivando a voler imporre pedaggi e a costringere le navi in transito a seguire solo le rotte che si snodano lungo la propria costa.
A dimostrazione di quanto la minaccia sia reale, le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno intercettato tre petroliere che cercavano di forzare il blocco avventurandosi lungo una rotta minata a sud dello Stretto. L’esito è stato drammatico: una delle navi è stata colpita e ha preso fuoco, mentre le altre due hanno invertito la rotta. Il monito dei Pasdaran non ammette repliche: qualsiasi imbarcazione che, “ingannata” dagli Usa, tenti di passare senza coordinarsi con le autorità iraniane “subirà la stessa sorte”.
Con Hormuz di fatto inagibile, l’Arabia Saudita, il principale esportatore mondiale di greggio, aveva iniziato a dirottare milioni di barili di petrolio verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Una mossa strategica che, però, ha innescato un nuovo, allarmante fronte di crisi. I ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, hanno infatti annunciato un “embargo marittimo” contro le navi saudite, chiudendo lo stretto di Bab el-Mandeb, tra la Penisola araba e il Corno d’Africa, che funge da porta meridionale del Mar Rosso verso Suez. Le parole si sono trasformate subito in fatti: secondo quanto riporta l’agenzia di stampa ufficiale locale Saba, il portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, ha rivendicato un attacco combinato con droni e missili contro due petroliere saudite, la Encelia e la Layla, colpevoli di aver violato il blocco imposto dagli Houthi contro Riad. I miliziani, ha precisato il portavoce militare, sono intenzionati ad applicare una politica di “assedio per assedio”.
L’attacco alla Encelia è stato confermato sia dalle autorità saudite che dalle agenzie di sicurezza marittima britanniche Ukmto e Vanguard. L’imbarcazione, di proprietà di una compagnia saudita, è stata centrata ieri sera da un proiettile lanciato dallo Yemen, a circa 130 chilometri al largo del porto di Al Shuqaiq, nel sud-ovest dell’Arabia Saudita. Le fiamme sono divampate a prua, ma fortunatamente l’intero equipaggio è in salvo e le autorità hanno messo in sicurezza la nave, scongiurando un disastro ambientale. Sebbene l’attacco alla Layla non trovi ancora conferme ufficiali, l’impatto sul traffico è già tangibile: Saree ha dichiarato che una decina di navi sono state costrette a ritirarsi, e i dati di tracciamento citati dall’agenzia di stampa britannica Reuters confermano che almeno sette petroliere, in navigazione vicino alle coste dello Yemen, hanno invertito la propria rotta.
La situazione rischia di paralizzare l’intera logistica verso l’Asia: due superpetroliere cinesi cariche di quattro milioni di barili di greggio saudita si stanno dirigendo proprio verso Bab el-Mandeb. Se il passaggio dovesse rivelarsi impraticabile, l’unica alternativa per il petrolio resterebbe la rotta settentrionale del Canale di Suez e la circumnavigazione dell’Africa, con un aggravio di costi e tempi di svariate settimane, che si ripercuoterebbe sui prezzi globali del carburante. Una minaccia concreta, che già ieri aveva spinto Donald Trump ad avvertire i giornalisti di essere pronto a “sistemare” gli Houthi se avessero continuato a ostruire la navigazione nel Mar Rosso. Un allargamento del conflitto che però metterebbe a durissima prova le risorse militari di Washington.

Il collasso della diplomazia
Tutto questo mentre la finestra per una soluzione diplomatica sembra chiudersi sempre più rapidamente. Il 17 giugno scorso, Stati Uniti e Iran avevano firmato un Memorandum d’Intesa per fermare le operazioni militari, riaprire lo Stretto di Hormuz e raggiungere un accordo di pace entro 60 giorni. Un’illusione durata lo spazio di poche settimane e infrantasi contro l’escalation ripresa il 7 luglio. Di fronte ai ripetuti attacchi iraniani alle navi in transito nello Stretto di Hormuz e alle conseguenti rappresaglie americane, è stato lo stesso Trump a decretare la parola fine, dichiarando definitivamente “concluso” il cessate il fuoco già proclamato ad aprile ma che, di fatto, non era mai davvero iniziato.

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