Ancora sangue in Cisgiordania: 5 morti e 6 feriti in uno scontro tra coloni israeliani e residenti palestinesi
La tensione è esplosa nei pressi del villaggio palestinese di Tell, vicino Nablus, dove un alterco è degenerato in una sparatoria che ha coinvolto anche l’esercito di Israele. Ma l’Anp denuncia un “massacro” condotto dai coloni in coordinamento con l’Idf
È un venerdì di estrema gravità quello che si è consumato oggi in Cisgiordania, dove uno scontro tra coloni israeliani e residenti palestinesi ha provocato 5 morti e 6 feriti, tra cui almeno cinque in gravi condizioni. Il dramma ha preso forma attorno a Tell, un piccolo centro agricolo palestinese a ridosso dell’insediamento illegale di Havat Gilad, a sud della città di Nablus. Quello che è iniziato come un alterco, le cui origini sono al momento oggetto di ricostruzioni diametralmente opposte, è degenerato in una sparatoria, che ha coinvolto coloni, squadre di sicurezza locali e l’esercito regolare di Israele. Il bilancio delle vittime parla di un israeliano e quattro palestinesi uccisi e di un groviglio di tensioni che alimenta lo scontro in un territorio già da tempo allo stremo.
Due racconti inconciliabili
Le testimonianze su chi abbia sferrato il primo colpo sono contraddittorie. Lo scontro, secondo i coloni, sarebbe nato dall’accerchiamento di un gruppo di escursionisti israeliani, avvicinatosi a una moschea alla periferia di Tell. Elisha Yered, portavoce di Hilltop Youth, un’associazione giovanile suprematista sanzionata dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, ha pubblicato sui social immagini di uomini armati di bastoni e spranghe, identificandoli come “rivoltosi arabi”. A suo dire, gli israeliani avrebbero subito un vero e proprio tentativo di linciaggio in due zone diverse del villaggio della Cisgiordania, mentre i militari israeliani giunti sul posto avrebbero esitato ad aprire il fuoco per difenderli.
Di tutt’altro tenore la versione che arriva invece dai residenti locali. Essam Saifi, leader del partito Fatah a Tell, ha raccontato all’agenzia di stampa britannica Reuters che a innescare la miccia sarebbe stata un’incursione di un gruppo di una ventina di coloni nell’area orientale del villaggio, i quali avrebbero cercato di fare irruzione in un paio di abitazioni. Di fronte alla reazione dei proprietari, gli israeliani avrebbero iniziato a sparare. Mezz’ora dopo, ha aggiunto Saifi, il gruppo sarebbe tornato nella zona ovest della cittadina, ferendo un minorenne e scatenando gli scontri. A quel punto l’arrivo dell’esercito, che secondo il funzionario palestinese avrebbe sparato contro la popolazione a sostegno dei coloni, ha trasformato la rissa in una strage. Una ricostruzione confermata all’agenzia di stampa ufficiale palestinese Wafa anche dal capo del Consiglio del vicino villaggio di Jit, Jamal Yamin, secondo cui questa mattina un gruppo di coloni ha attaccato anche questa località, situata a est di Qalqilia.
#شاهد | من موقع إصابة ضابط بجيش الاحتلال حارس مستوطنة “حفات جلعاد” قرب بلدة تل جنوب غرب نابلس. pic.twitter.com/KbHTDF6HYY
— المركز الفلسطيني للإعلام (@PalinfoAr) July 24, 2026
Il bilancio della tragedia
A prescindere dall’innesco della violenza, la situazione in Cisgiordania ha raggiunto il punto di non ritorno con l’arrivo delle squadre di sicurezza civile dell’insediamento illegale di Havat Gilad. Nel mezzo della ressa, stando alle ricostruzioni delle forze armate di Tel Aviv (Idf), un residente palestinese sarebbe riuscito a strappare l’arma d’ordinanza a uno degli addetti alla sicurezza della colonia, aprendo il fuoco contro gli israeliani presenti. I soldati sono quindi entrati in azione, uccidendo l’uomo che aveva sottratto l’arma e recuperandola. Al momento, tuttavia, non è ancora del tutto chiaro se a colpire a morte le vittime palestinesi siano stati i proiettili dei coloni o quelli dei militari regolari.
Il fuoco incrociato ha provocato un bilancio pesantissimo. A perdere la vita per i colpi esplosi dall’arma sottratta è stato Benayahu Mellet, un colono israeliano di 32 anni. Sposato e padre di due figli, Mellet era il responsabile delle attività agricole dell’insediamento illegale di Havat Gilad e membro della squadra di difesa civile locale. Yosi Dagan, capo del Consiglio Regionale della Samaria, lo ha ricordato sui social come “un uomo dal cuore d’oro, devoto alla famiglia e profondamente legato alla sua terra”. Tra le fila israeliane si contano anche due feriti soccorsi dal servizio di emergenza Magen David Adom. Uno di loro, un uomo sulla ventina, si trova in condizioni critiche all’ospedale Ichilov di Tel Aviv, dove i medici lottano per salvargli la vita, mentre un altro, sempre sulla ventina, versa in stato grave.
Altrettanto drammatico il conteggio fornito dal ministero della Salute dell’Autorità nazionale palestinese. Tra i morti registrati oggi in Cisgiordania, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa ufficiale palestinese Wafa, si contano quattro persone della stessa famiglia, a cui si aggiungono altrettanti feriti. La Mezzaluna rossa palestinese ha specificato che tre di questi, tutti uomini rispettivamente di 19, 34 e 41 anni, versano in condizioni gravi, mentre un’altra persona è stata raggiunta da un proiettile a una gamba.
La risposta di Israele
L’eco degli spari è rimbalzata in pochi minuti sui tavoli della politica israeliana. Il premier Benjamin Netanyahu ha convocato d’urgenza un vertice per la sicurezza con il ministro della Difesa, Israel Katz, e il capo di Stato Maggiore dell’Idf, Eyal Zamir. Netanyahu ha promesso di esaminare le opzioni per reagire a quello che ha definito un attacco omicida. “Risponderemo con forza contro i terroristi e i loro mandanti, non permetteremo a nessuno di rialzare la testa in Giudea e Samaria”, ha dichiarato il premier in una nota. Parole a cui hanno fatto eco quelle del ministro delle Finanze e leader del partito di estrema destra Religious Zionist Party, Bezalel Smotrich, che in un video pubblicato sui social ha chiesto un’azione dura contro un “villaggio assassino” per ripristinare la deterrenza, elogiando i coloni come “il muro protettivo dello Stato di Israele”.
Sul piano operativo, la stretta è stata immediata. Il generale Zamir ha ordinato un massiccio rinforzo delle difese, dispiegando altre cinque compagnie di soldati e chiudendo gli accessi al villaggio di Tell e alla città di Nablus per dare la caccia ad altri possibili sospetti. Un’operazione che si va a sommare alle manovre già in corso nelle località palestinesi di Tubas e Beit Furik, dove soltanto ieri erano rimasti uccisi altri quattro residenti palestinesi.
L’appello di Ramallah
La reazione diplomatica palestinese è stata durissima. In una lunga nota ufficiale, diramata sui social, il ministero degli Esteri dell’Anp ha parlato senza mezzi termini di un “massacro” condotto dai coloni in coordinamento con le forze di occupazione israeliane. Ramallah accusa le autorità di Tel Aviv di garantire impunità ai civili armati, inserendo questi episodi all’interno di una sistematica politica di “pulizia etnica e annessione” della Cisgiordania a Israele.
Da qui l’appello urgente alla comunità internazionale affinché intervenga per fermare le violenze. Il ministero palestinese chiede di imporre sanzioni, di bloccare la commercializzazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti illegali sui mercati globali, di boicottare le istituzioni ad essi collegate e, infine, di intervenire per trascinare i responsabili davanti alla giustizia. Dall’inizio dell’anno, secondo il ministero della Salute dell’Anp, 87 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, di cui 21 da coloni israeliani. D’altronde, la zona dove si è consumata la tragedia non è nuova a simili episodi.
Una storia di violenza
Havat Gilad fu fondato nell’aprile 2002 a un chilometro a est del vicino insediamento illegale di Kedumim e fa parte di un anello di colonie che circonda la città di Nablus. Fino al 2011 fu osteggiato dalle autorità israeliane, che sette anni dopo però optarono per il suo riconoscimento a seguito dell’omicidio del rabbino locale Raziel Shevach in un attentato. Il già citato ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich conosce bene la zona visto che risiede proprio a Kedumim, a meno di dieci minuti in auto dal villaggio palestinese di Jit, anche oggi teatro di scontri.
La storia della sua costituzione è esemplare: l’avamposto fu fondato da Moshe Zar, che in seguito si definirà il precursore della Hilltop Youth. In un video pubblicato diciassette anni fa, Zar spiegò di aver costituito l’insediamento su un terreno acquistato nel 1979 da un residente arabo, dedicandolo poi alla memoria del figlio Gilad, ucciso nel 2001: “Dal momento in cui sono venuto ad arare questa terra fino a oggi, nessuno ha contestato la proprietà, né lui (il precedente proprietario, ndr), né i suoi figli, né i suoi fratelli né nessun altro”. Eppure, per sua stessa ammissione, allora non fu firmato alcun contratto di vendita. Zar e il presunto venditore si sarebbero avvalsi dell’articolo 78 del Codice fondiario ottomano, riconosciuto dalla Corte Suprema israeliana, secondo cui una terra coltivata senza opposizione né contestazioni per 10 anni può essere legalmente registrata al Catasto come propria da chi la coltiva. Una versione contestata dai residenti palestinesi.
Ma l’insediamento è cresciuto molto da allora. In un rapporto pubblicato nel 2021, l’ong israeliana B’Tselem denunciò come le terre di Havat Gilad fossero state “oggetto di appropriazione indebita, anche attraverso la violenza perpetrata dai coloni contro i pastori e gli agricoltori palestinesi”, a forza di “taglio degli ulivi, furto dei raccolti, incendi di campi e auto e spari in aria”. Così, secondo l’ong israeliana Kerem Navot, i coloni hanno occupato oltre 2,5 chilometri quadrati di terreni, di cui solo pochi ettari coltivati, in centinaia di appezzamenti precedentemente in possesso dei residenti dei vicini villaggi palestinesi di Immatin, Far’ata e Sarra. Per B’Tselem non fu un caso isolato ma si tratta di un “metodo applicato in tutta la Cisgiordania”, dove la situazione è peggiorata negli ultimi anni.
Da quando è entrato in carica nel dicembre 2022, l’attuale governo di Israele, il sesto guidato dal premier Benjamin Netanyahu, ha approvato l’istituzione di 102 nuovi insediamenti, di cui 50 da costruire ex novo. Tra il 2023 e il 2025 sono poi spuntati dal nulla altri 185 avamposti. Di questi, 130 sono di natura “agricola”. Dal 2005, secondo l’ong locale Yesh Din, soltanto il tre per cento dei quasi 1.700 casi di violenza compiuti da civili israeliani contro i palestinesi nei Territori occupati si sono conclusi con una condanna. L’ong ha documentato, tra il 2023 e il novembre 2025, quasi 30 episodi di violenze di massa organizzate perpetrati in Cisgiordania. In 16 di questi, soldati o agenti di polizia israeliani sarebbero stati presenti e avrebbero partecipato, direttamente o indirettamente, agli attacchi contro i palestinesi. Come dire che l’impunità per i violenti è praticamente assicurata, così come l’appoggio dello Stato e della politica.