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Così il governo Netanyahu ha accelerato l’annessione “di fatto” della Cisgiordania a Israele

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Il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu. Credit: RONEN ZVULUN/POOL/SIPA / AGF

Da quando è entrato in carica nel dicembre 2022, l’esecutivo ha approvato l'istituzione di 102 nuovi insediamenti. Un nuovo rapporto delle ong Peace Now e Kerem Navot denuncia come lo Stato ebraico porti avanti l'annessione dei Territori palestinesi

L’attuale governo di Israele, il sesto guidato dal premier Benjamin Netanyahu, ha portato avanti l’annessione di fatto della Cisgiordania, dando un’accelerazione senza precedenti all’espropriazione dei Territori palestinesi. Un nuovo rapporto pubblicato dalle ong israeliane Peace Now e Kerem Navot e intitolato “Annus Mirabilis”, ha fatto i conti di questa svolta, mostrando un legame sempre più stretto tra le politiche dell’attuale esecutivo e l’espansione delle colonie.
Da quando è entrato in carica nel dicembre 2022, l’esecutivo ha approvato l’istituzione di 102 nuovi insediamenti, di cui 50 da costruire ex novo. Tra il 2023 e il 2025 sono poi spuntati dal nulla 185 nuovi avamposti. Di questi, 130 sono di natura “agricola”. Ma sono più di semplici fattorie: costituiscono, secondo le due ong, delle vere e proprie teste di ponte, campi di pascolo poco o per nulla regolamentati che oggi fungono da avanguardia per l’espansione delle colonie illegali nei Territori occupati.

I numeri dell’espansione
Il ritmo a cui crescono è forsennato. Negli ultimi tre anni sono praticamente triplicati, passando da 33 nel 2023, a 61 nel 2024, fino ad arrivare a 91 lo scorso anno. Oggi, da soli, questi avamposti controllano oltre 1.070 chilometri quadrati di territorio (di 750 confiscati da quando l’attuale governo si è insediato), pari al 18% dell’intera Cisgiordania. Ma meno del 40% delle aree controllate da questi cosiddetti “avamposti agricoli” sono considerate “terreni demaniali” da Israele, il resto è privato.
Ma dietro i numeri ci sono le persone. Tra il 2023 e il 2025, secondo le due ong, almeno 118 comunità di pastori palestinesi e gruppi di pastori sono stati espulsi dalle proprie terre, principalmente a causa delle violenze dei coloni, della negazione dell’accesso ai pascoli e all’acqua e dell’assenza di una protezione efficace da parte delle autorità israeliane.
Intanto oltre 40mila nuove unità abitative sono state approvate dal governo israeliano nei Territori occupati, abbastanza per portare altri 200mila coloni in Cisgiordania, che potrebbero aggiungersi agli oltre 500mila che già vivono nei Territori occupati, dove risiedono più di 2,93 milioni di palestinesi. Soltanto l’anno scorso, le autorità israeliane hanno approvato 27.941 nuove abitazioni in queste aree, più del doppio del precedente record annuale.
Da quando si è insediato l’attuale governo sono stati aperti almeno 223 chilometri di nuove strade sterrate in tutta la Cisgiordania e ammodernate decine di chilometri di arterie già esistenti. Nello stesso periodo, Israele ha dichiarato oltre 25,95 chilometri quadrati di Territori occupati come terreni demaniali, quasi la metà di quelli espropriati dallo Stato ebraico dagli Accordi di Oslo del 1993. Intanto, le demolizioni di strutture palestinesi nell’Area C sono passate da una media storica di circa 500 all’anno a oltre 1.270 soltanto nel 2025.

La sfida alla Soluzione dei due Stati
Ma il governo Netanyahu ha fatto una mossa che gli esecutivi precedenti non avevano mai osato formalizzare. Le autorità hanno deciso di sbloccare l’area E1. Costruire in quella striscia di terra significa spezzare fisicamente la Cisgiordania, tagliando fuori Ramallah da Gerusalemme Est e Betlemme. Per rendere il piano digeribile dal punto di vista logistico, hanno finanziato con 335 milioni di shekel una tangenziale per i palestinesi, permettendo agli israeliani di viaggiare verso Gerusalemme “senza barriere”. Il principale oppositore di Netanyahu e favorito alle prossime elezioni Naftali Bennett, la chiamava “la strada della sovranità”. I ricercatori di Peace Now e Kerem Navot l’hanno invece ribattezzata “la strada dell’apartheid”.
Come se non bastasse, stiamo assistendo alla riscrittura della storia recente. Nell’estate del 2005, Israele si ritirò dalla Striscia di Gaza ed evacuò quattro insediamenti nel nord della Cisgiordania vicino a Jenin: Ganim, Kadim, Sa-Nur e Homesh. In seguito, la Knesset approvò una legge che ha vietava agli israeliani di accedere alle aree da cui lo Stato ebraico si era ritirato. Ma il 21 marzo 2023, la maggioranza di estrema destra che sostiene il premier Netanyahu approvò una norma che revocava tale il divieto allo scopo di legalizzare l’avamposto a Homesh. Il 18 maggio successivo un’ordinanza militare firmata dal Comando Centrale dell’Idf consentì l’accesso all’insediamento.
L’attuale esecutivo israeliano ha persino riaperto i registri fondiari, un processo che lo stesso esercito di Tel Aviv aveva bloccato nel 1968 ritenendo che un’occupazione militare temporanea non potesse avere effetti legali sui titoli di proprietà. Un avvertimento che oggi suona come una profezia: chi non riesce a produrre documenti legittimi, un ostacolo insormontabile per chi abita terre mai formalmente censite, rischia di perdere tutto a favore dello Stato ebraico.
Così l’annessione “di fatto” della Cisgiordania a Israele va avanti. A giugno il governo Netanyahu ha deciso che stanzierà, nel corso dei prossimi anni, circa un miliardo di shekel, pari a oltre 292,7 milioni di euro (quasi 338 milioni di dollari), per finanziare la costruzione di 61 colonie illegali nei Territori palestinesi occupati. Cifre e provvedimenti che sfidano la stessa possibilità di una soluzione a due Stati.

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