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Che fine ha fatto l’opposizione in Iran?

Immagine di copertina
Un'immagine delle proteste a Teheran, represse nel sangue dal regime dell’Iran a gennaio. Credit: AGF

"Per anni la Resistenza di piazza aveva vissuto con la certezza che il tempo lavorasse contro il regime. La caduta non era sicura ma appariva possibile. Oggi non più. Ecco cosa ci ha raccontato chi non vuole smettere di lottare per liberarsi dalla Repubblica islamica: "Ci sono le università, i sindacati, le donne che escono senza velo, sapendo cosa rischiano. Il problema non è che non esistiamo. È che esistere non basta"

Quando il messaggio arriva, a Teheran è quasi mezzanotte: «Allora è finita». Tre parole, nessuna spiegazione. Dall’altra parte dello schermo c’è Nasrin, 29 anni, nel 2022 era scesa in strada dopo la morte di Mahsa Amini. Per mesi ha cambiato percorso ogni sera per cercare di schivare gli arresti, imparato a riconoscere le moto dei Basij dal rumore del motore, cancellato le chat. Quando scrive «allora è finita» non sta parlando dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, sta parlando di un’idea: l’idea che la Repubblica islamica fosse arrivata alla fine della sua corsa.
Nelle ore successive alla firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran – riduzione progressiva delle sanzioni, nucleare ridimensionato, impegni sulla stabilità regionale – nei gruppi Telegram frequentati da attivisti, studenti e oppositori non si respira né euforia né rabbia. Si respira qualcosa che assomiglia a un lutto. Silenzio diffuso, rassegnazione, rabbia e dolore. Per anni una parte dell’Iran – la parte della Resistenza di piazza – aveva vissuto con la certezza che il tempo lavorasse contro il regime. Le proteste, la crisi economica, le sanzioni, i fari dell’Occidente sulla violenza, ogni pezzo sembrava aggiungersi a un puzzle che conduceva nella stessa direzione: la caduta non era certa, ma appariva possibile. Oggi no.

Non chiamatela vittoria”
In un appartamento alla periferia di Shiraz, Dariush segue le notizie. Quarantadue anni, insegnante, ha partecipato alle proteste di gennaio. Non è mai stato arrestato. Diversi suoi amici sì: uno è ancora a Evin, un altro è uscito e non parla più di politica con nessuno. Quando gli si chiede cosa pensa del memorandum resta a lungo in silenzio: «Forse è meglio così». Poi: «Non voglio una guerra. Non voglio che mia figlia cresca sotto le bombe. Se questo accordo riduce il rischio, va bene». Si ferma. «Ma non raccontatemi che è una vittoria per noi». Molti oppositori iraniani non vivono il memorandum come una scelta tra libertà e dittatura, ma come una bivio tra guerra e sopravvivenza. È uno spazio stretto, ambiguo, emotivamente esausto. Ed è lì che si muove oggi gran parte del dissenso. «Per anni ci hanno detto che il mondo ci guardava», dice Shirin, 34 anni, di Karaj. Durante le proteste aveva pubblicato video senza velo e per settimane aveva temuto che qualcuno bussasse alla sua porta. «Adesso scopriamo che quel mondo ci guardava finché non è arrivato il momento di negoziare a suo favore». Non accusa l’Occidente di ipocrisia, ma di qualcosa di più banale: di coerenza con i propri interessi.
Tra chi porta il peso maggiore di questi giorni ci sono forse proprio loro: quelli che al “sogno americano” avevano creduto davvero. Avevano creduto che Trump sarebbe riuscito a costringere il regime a lasciare il passo alla transizione verso la democrazia. «Avevamo letto quella pressione come un messaggio», dice ancora Shirin. «Adesso capiamo che era una posizione negoziale: siamo stati ingenui, lo so. E ci sentiamo stupidi». Pausa. «Ci siamo raccontati una storia che volevamo raccontarci».

“Non siamo spariti”
Karim ha 47 anni. È uscito dal carcere di Evin diciotto mesi fa dopo quasi un anno di detenzione. Reato contestato: attività sediziosa. Aveva aiutato a coordinare alcune manifestazioni, nel sud di Teheran. Quando gli si chiede se sia sorpreso dall’accordo ride: «Siete sorpresi voi occidentali, non noi». Molti amici non gli rivolgono più la parola, perché non si spiegano come mai lui abbia avuto “il privilegio” di uscire vivo dal carcere e di non finire nell’elenco delle esecuzioni. «Questo regime è sopravvissuto alla guerra con l’Iraq. Alle sanzioni. Alle rivolte del ’99. Al Movimento Verde. Alle proteste del carburante. A Mahsa Amini. Ogni volta qualcuno ha detto: questa è la volta buona. Ogni volta si sbagliava. Perché avrebbe dovuto cadere ora?». Non c’è rassegnazione nelle sue parole, ma la lucidità di chi ha smesso di confondere i desideri con le previsioni.
L’opposizione iraniana non è sparita. Karim lo ripete a TPI come se fosse una cosa che ha dovuto spiegare troppe volte: «Ci sono le università, i sindacati, le donne che escono senza velo sapendo cosa rischiano, le famiglie che hanno seppellito un figlio e non lo dimenticano. Il problema non è che non esistiamo. Il problema è che non basta esistere». Non esiste una forza politica capace di tradurre quella resistenza in qualcosa che possa sfidare il potere. I monarchici guardano a Reza Pahlavi, che dalla California raccoglie consensi mediatici ma resta lontano dai confini iraniani. Il Consiglio Nazionale della Resistenza sconta decenni di credibilità logorata. I movimenti nati dopo Mahsa Amini diffidano di entrambi. La diaspora litiga su tutto. Nel frattempo il regime resta dov’è sempre stato. Più fragile, più impopolare, ma al potere.

Il tempo comprato
«Non l’accordo in sé», dice Golnaz, 27 anni, di casa a Teheran. «Mi fa paura che abbiano comprato altro tempo». Tempo per sopravvivere, per riorganizzarsi. Per mesi molti avevano immaginato che la crisi aprisse una finestra storica: la pressione economica si faceva insostenibile, la frattura tra Stato e società (mai così profonda dalla rivoluzione del 1979) appariva ai loro occhi ormai difficilmente reversibile. «Quando vedevamo le difficoltà del regime pensavamo che il tempo lavorasse per noi», conferma Nasrin. «Adesso ho la sensazione opposta». Quella finestra non si è chiusa, si è ristretta. C’è una parola che torna spesso in questi giorni, nelle conversazioni private, nei gruppi Telegram, nelle chat che si aprono e si chiudono cancellandosi nell’arco di pochi secondi per sfuggire ai monitoraggi costanti del regime. La parola è normalizzazione: è quando il mondo smette di fare pressione non perché le cose siano cambiate ma perché si è abituato a come stanno: una distinzione che fuori dall’Iran quasi nessuno fa. Dentro, la fanno tutti.

Quello che resta
Le donne continuano a togliersi il velo in molte aree urbane. Una resistenza silenziosa, quotidiana, difficile da reprimere in modo sistematico. Ma la repressione non si è fermata: lo testimoniano i report di Iran Human Rights, che ribadiscono che nel 2025 le esecuzioni hanno raggiunto numeri tra i più alti degli ultimi anni: oltre 1.600 persone, la gran parte accusate di reati politici. Golnaz lo spiega così: «Ogni tanto leggo un nome. Qualcuno che conosco di vista, qualcuno di cui un amico mi aveva parlato. Poi chiudo il telefono e vado a lavorare. Non puoi fermarti ogni volta. Se ti fermi ogni volta non vai da nessuna parte».
Nelle strade di Teheran non ci sono folle che festeggiano il memorandum, ma non ci sono nemmeno manifestazioni contro. C’è il silenzio dell’attesa. «La Repubblica islamica non ha vinto», dice un giovane di Teheran che non vuole essere identificato. «Ma di sicuro non ha perso. E questo è il problema.» Un regime che non vince e non perde è un regime che sopravvive. E sopravvivere, per la Repubblica islamica, non è mai stato un risultato secondario, è sempre stato l’obiettivo principale.
«Non credo che durerà per sempre», scrive Nasrin, a notte fonda. «Nessun regime dura per sempre e noi siamo pronti a riorganizzarci. Ci serve un po’ di tempo per metabolizzare la delusione e per riconciliare le diverse fazioni» ripete più volte quasi come un rito scaramantico. L’icona che segnala che sta scrivendo compare e scompare per qualche minuto. Poi l’ultimo messaggio: «Ma per la prima volta da anni non ho più la sensazione che il tempo sia dalla nostra parte».

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