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Home » Esteri

Benvenuti nel nuovo Medio Oriente: ecco come è cambiato il panorama del potere con la guerra di Usa e Israele all’Iran

Immagine di copertina
Una foto del vertice sul Lago di Lucerna a Börgenstock, in Svizzera, del 21 giugno 2026. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Teheran è passata da paria a potenza capace di cambiare l’equilibrio globale. Tel Aviv è intrappolata nel dilemma della guerra permanente. I regni del Golfo non si fidano della protezione di Washington. La Turchia accresce la sua influenza e Russia e Cina restano alla finestra. A prescindere da come andranno a finire il conflitto, la regione non sarà mai più la stessa

«Non è stato facile» e lo sarà ancora meno in futuro. Le parole pronunciate da Donald Trump a Versailles durante la firma del memorandum d’intesa con l’Iran non lasciano presagire una soluzione in tempi brevi delle tensioni in Asia occidentale. Anche perché il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica ha cambiato, forse per sempre, gli equilibri regionali.

Il non-accordo
Il mondo ha tirato un sospiro di sollievo per la prospettiva di una fine negoziata della guerra e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma le cause del conflitto restano tutte sul tavolo: le ambizioni nucleari dell’Iran e il suo arsenale missilistico sono ancora in piedi e il regime, sebbene economicamente malconcio, è potenzialmente sul punto di ricevere centinaia di miliardi di dollari tra ricostruzione e attenuamento delle sanzioni, in cambio del ripristino del passaggio attraverso una via navigabile aperta prima dell’attacco, da cui potrebbe anche ricavare “tariffe per servizi marittimi”.
Insomma, la guerra ha ottenuto meno di quanto è costata e il prezzo è stato enorme: per la regione, per i mercati energetici globali, per la credibilità americana e per l’ordine che Washington ha impiegato decenni a costruire. La struttura che un tempo garantiva la stabilità dei flussi petroliferi, limitava l’influenza iraniana e cinese e posizionava gli Usa come mediatore indispensabile della stabilità in Asia occidentale si è incrinata in modi che non saranno facili da riparare. Il conflitto ha infatti accelerato il percorso verso una regione più polarizzata e frammentata, con l’ascesa di coalizioni rivali e una Cina in attesa alla finestra.

Linee di faglia
L’area appare divisa da quattro centri gravitazionali distinti. Da un lato la coalizione degli Accordi di Abramo, con Israele e gli Emirati Arabi Uniti al centro, che è fondamentalmente unita da una profonda diffidenza verso Teheran e attrae potenze esterne come l’India o Paesi più piccoli in cerca di protezione quali Grecia e Cipro. Dall’altro, c’è il crescente asse guidato dalla Turchia, finanziato dal Qatar e seguito dall’Azerbaigian e dalla nuova Siria, preoccupato non solo dall’Iran ma anche dall’espansionismo militare e politico di Israele a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, nella stessa Siria e nel Corno d’Africa. Infine, il tradizionale fronte sunnita che guarda all’Arabia Saudita, che ha firmato un patto militare con il Pakistan e resta un punto di riferimento soprattutto per Egitto e Giordania. Il tutto mentre l’ammaccato “Asse della Resistenza” iraniano, basato sull’alleanza della Repubblica islamica con Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e una serie di milizie in Iraq, è ancora in piedi. Altro che fronte unito contro Teheran, tanto che – se si esclude Israele – tutti gli attori regionali hanno appoggiato il memorandum di Islamabad.
La frattura divenne evidente nel settembre dell’anno scorso, quando Israele attaccò per la prima volta in assoluto uno Stato membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo, bombardando la capitale del Qatar, Doha, e uccidendo cinque membri di una squadra negoziale di Hamas. Allora Washington, che possiede la più grande base militare dell’area nelle vicinanze, non reagì. Meno di due settimane dopo, l’Arabia Saudita firmò un patto di mutua difesa con il Pakistan e nei mesi seguenti avviò colloqui con Turchia ed Egitto per un più ampio coordinamento in materia di difesa. L’irritazione per il fatto che la guerra non sia riuscita a contenere l’Iran alimentava il risentimento per il ruolo svolto da Netanyahu nell’accendere un conflitto i cui costi si sono estesi ben oltre i confini di Israele. Gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane avevano infatti provocato rappresaglie in Bahrein, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Ma le divergenze restano fondamentali. L’Arabia Saudita vuole contenere e dissuadere l’Iran, potenzialmente attraverso il negoziato, mentre la Turchia è altrettanto preoccupata da Teheran e Israele. Tel Aviv invece, insieme agli Emirati Arabi, considera la Repubblica islamica un avversario permanente. Non è un mero disaccordo tattico, bensì il riflesso di visioni difficilmente conciliabili degli equilibri nell’area.

Il dilemma di Teheran
L’Iran intanto è uscito dalla guerra strategicamente più forte di quando vi era entrato e la sua leadership ne è consapevole. Persino il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha riconosciuto, a fine aprile, che il controllo di Teheran sullo Stretto di Hormuz era diventato «un’arma nucleare economica». La Repubblica islamica ha infatti istituito la “Autorità dello Stretto del Golfo Persico”, ha esteso unilateralmente la sua zona marittima in acque che si estendono fino all’Oman e agli Emirati Arabi, ha imposto l’autorizzazione preventiva per il transito delle imbarcazioni e ha chiarito che le navi militari ostili non erano più le benvenute. Teheran è stata chiara: lo Stretto di Hormuz «non tornerà mai più alle sue condizioni precedenti» e, comunque li si voglia chiamare (pedaggi o tariffe di servizio), intende battere cassa da chi vuole navigare nell’area.
Ma trasformare questo vantaggio in una monetizzazione permanente rischia di ricadere nello stesso eccesso che ha portato alla guerra. Il valore deterrente dello Stretto dipende dalla credibilità della minaccia di chiuderlo. Nel momento in cui Teheran lo trasforma in un casello, indebolisce l’argomento più forte contro future azioni militari e offre ai suoi avversari esattamente la giustificazione che stavano aspettando. L’Iran può usare lo Stretto come garanzia di sicurezza o come fonte di entrate, difficilmente entrambe.
I 14 punti del memorandum d’intesa con gli Usa rimandano le questioni più spinose a una finestra negoziale di soli 60 giorni, mentre l’architettura sanzionatoria imposta da Washington durante il primo mandato di Trump è stata deliberatamente concepita per resistere al suo smantellamento. La nuova leadership di Teheran ha pochi motivi per fidarsi e Israele conserva sia il movente che i mezzi per complicare qualsiasi accordo. Insomma, l’attuale intesa è una pausa, non una soluzione, e sia Hormuz che il fronte del Libano restano le linee di faglia lungo cui, in ogni momento, potrebbe innestarsi la prossima crisi.

La variabile Israele
Per Tel Aviv, l’accordo è stato un duro colpo. Il cessate il fuoco è stato firmato un’ora prima che Israele ne venisse informato, e i suoi termini contraddicevano apertamente le posizioni esplicitamente sostenute dal governo Netanyahu. Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha descritto il dilemma israeliano con chiarezza: «O uno scontro diretto e distruttivo con il nostro più grande alleato (gli Usa, ndr), o una resa dei nostri interessi».
Le ripercussioni interne sono state pesanti. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha definito l’accordo «dannoso per Israele e per tutto il mondo libero». Il suo collega Itamar Ben-Gvir ha detto che lo Stato ebraico «non è una repubblica delle banane». Il favorito a succedere a Netanyahu, Naftali Bennett, lo ha definito «un fallimento storico». Persino l’ex premier Ehud Barak ha affermato che la guerra ha reso l’Iran «più forte» e Israele «più debole». Un sondaggio dell’Israel Democracy Institute ha rilevato che il 57,5% degli intervistati si aspettava che l’accordo avrebbe reso il Paese meno sicuro. Netanyahu intanto, solitamente pronto a rivendicare la vittoria, ha scelto di difendersi, insistendo di essere stato «molto fermo» sul mancato ritiro dal Libano e che all’Iran non sarà mai permesso di dotarsi di armi nucleari. Le elezioni previste entro fine ottobre metteranno alla prova la credibilità di questa versione dei fatti.
Ma il danno più profondo subito da Tel Aviv riguarda la strategia nella regione. La svolta di Netanyahu verso un’azione militare preventiva ha lasciato le forze israeliane a occupare ampie porzioni di Gaza, Libano e Siria, con i riservisti allo stremo e senza una via d’uscita diplomatica in vista. Hamas non è scomparso dalla Striscia. Hezbollah è indebolito ma ancora operativo. La nuova leadership di Teheran è più intransigente del regime contro cui è iniziata la guerra, meno intimorita dal potere israelo-americano e ora dotata di una leva senza precedenti sullo Stretto di Hormuz. Intanto Trump ha prospettato a Israele di lasciare alla Siria di Ahmed al-Sharaa il compito di contrastare Hezabollah. Questo, insieme al rifiuto del vicepresidente JD Vance di dare credito alle obiezioni filo-israeliane all’accordo, definendolo un bene per i prezzi della benzina negli Stati Uniti, segnala la direzione che sta prendendo la politica estera repubblicana e come la Casa bianca possa abbandonare persino lo Stato ebraico, se i reciproci interessi dovessero collidere. Un assaggio di cosa Israele deve aspettarsi dopo Trump.

Il panorama da Mosca e Pechino
Se il declino della credibilità di Washington nella regione ha creato un vuoto, Cina e Russia non esitano ad approfittarne. Pechino non ha nemici nell’area, né desidera accollarsi gli oneri militari in capo a un garante della sicurezza regionale e ha tutto l’interesse ad ampliare la propria influenza attraverso il commercio, le infrastrutture e la mediazione, mentre gli Usa si fanno carico dei costi politici del proprio impegno militare. Agli occhi dei governi locali, la Repubblica popolare appare più prevedibile, meno ideologica e meno incline ai repentini cambi di rotta che hanno lasciato i partner statunitensi esposti durante la guerra con l’Iran. La Cina ha mediato l’accordo di normalizzazione tra Iran e Arabia Saudita del 2023, mantiene importanti legami commerciali con tutti gli Stati della regione e gode di un’influenza su Teheran che Washington non può replicare. L’Arabia Saudita ha proposto, attraverso canali diplomatici, l’idea di un patto di non aggressione tra il Consiglio del Golfo e l’Iran, modellato sul processo di Helsinki, e Pechino si trova in una posizione privilegiata per mediarlo, grazie ai forti legami regionali, all’autentica influenza sulla Repubblica islamica e a una relativa imparzialità che nessun’altra potenza esterna può al momento vantare.
L’interpretazione della Russia, invece, è diversa ma va nella stessa direzione. Il memorandum d’intesa, infatti, non fa che confermare i sospetti del Cremlino, ovvero che gli accordi con Washington sono intrinsecamente inaffidabili, una lezione da applicare direttamente all’Ucraina. Non a caso, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin ha elogiato la leadership iraniana per aver mantenuto la coesione sotto il fuoco nemico, osservando che le previsioni occidentali di un collasso interno si erano rivelate «erronee». Un parallelo intenzionale: se l’Iran è sopravvissuto alla pressione militare rifiutandosi di frammentarsi, Mosca vede la propria resistenza alle sanzioni attraverso la stessa lente. La guerra non è stata del tutto priva di costi per il Cremlino, che con la caduta di Bashar al-Assad in Siria aveva già ridotto la propria influenza regionale, tanto da essere escluso dai negoziati con cui Pakistan e Qatar hanno definito il quadro finale dell’intesa. Ma la sopravvivenza dell’Iran, con cui Mosca vanta profondi legami politici, economici e bellici, mantiene la Russia rilevante. Teheran avrà bisogno di sostegno tecnico per la ricostruzione economica e militare e si rivolgerà anche al Cremlino e a Pechino per ottenerlo, conferendo a entrambe le potenze una discreta leva su una regione in cui altri attori sono già in competizione per limitare proprio tale influenza.

La frattura del Golfo
Ma in nessun altro luogo il nuovo clima regionale si esprime con maggiore nitidezza che ad Abu Dhabi. Avendo subito almeno metà degli oltre seimila attacchi condotti con droni e missili dall’Iran contro le monarchie del Golfo, gli Emirati Arabi hanno tratto conclusioni nettamente diverse da Riad. In primis hanno intensificato i legami in termini di difesa e intelligence con Israele, poi si sono ritirati dall’Opec per svincolare la propria politica petrolifera dalle decisioni dominate dall’Arabia Saudita e infine sono diventati il punto di riferimento del blocco filo-israeliano e filo-statunitense nella regione. In particolare la tempistica del ritiro dall’Opec, annunciato lo stesso giorno di un vertice sull’integrazione regionale ospitato dall’Arabia Saudita, è stata un affronto deliberato, che ha ufficializzato la rivalità tra Abu Dhabi e Riad, già su barricate opposte in Sudan e Yemen. A rendere ancora più tesa la rivalità con Riad c’è poi la prospettiva che Abu Dhabi diventi il secondo Paese, dopo Israele, in un processo peraltro mediato dagli stessi Emirati Arabi, a riconoscere formalmente l’indipendenza del Somaliland, portando il confronto con l’Arabia Saudita fino al Corno d’Africa.
Intanto, se anche il memorandum dovesse evolvere in un accordo più ampio, Israele e Iran potrebbero tornare alla “guerra tra le guerre” degli anni Dieci e Venti, con operazioni coperte, assassinii mirati e cyberattacchi, con gli Emirati Arabi che potrebbero svolgere un ruolo di supporto clandestino a Tel Aviv difficile da ammettere pubblicamente ma ancor più da negare.

La sfida globale sui mari
Il conflitto, comunque, non ha paralizzato le economie del Golfo ma le ha costrette ad affrontare vulnerabilità che per lungo tempo avevano considerato gestibili. Con lo Stretto di Hormuz di fatto bloccato, gli Stati della regione si sono mossi rapidamente. Gli Emirati Arabi hanno accelerato la costruzione di un secondo oleodotto per bypassare il canale e raddoppiare la capacità di esportazione di greggio attraverso il porto di Fujairah. L’Arabia Saudita ha portato il suo oleodotto East-West Petroline alla piena capacità operativa di 7 milioni di barili al giorno. Sono poi stati annunciati o accelerati i progetti per nuovi corridoi logistici multimodali tra Emirati Arabi, Oman, Arabia Saudita e Giordania. Quindi è stato formalizzato un progetto ferroviario congiunto da 2,3 miliardi di dollari tra gli Emirati Arabi e il regno hashemita. Parliamo di scelte strutturali, dettate dalla consapevolezza che l’accesso allo Stretto non potrà mai più essere dato per scontato.
Hormuz è il simbolo di una trasformazione profonda degli equilibri di potere, non solo regionali ma globali. Ben prima che l’Iran cercasse di consolidare il proprio controllo, l’era della libera navigazione era già a rischio a causa, ad esempio, degli attacchi degli Houthi lungo le rotte del Mar Rosso, della crescente assertività cinese intorno allo Stretto di Taiwan, della guerra ibrida della Russia nel Baltico e della proliferazione di una flotta ombra globale che trasporta petrolio soggetto a sanzioni. In questo contesto, il sistema di pedaggi che l’Iran ha iniziato a imporre potrebbe essere solo l’esempio eclatante di un fenomeno ben più ampio e difficile da invertire.
Al posto del sistema di libero scambio instaurato nel Secondo dopoguerra, potremmo dover negoziare il passaggio in ogni strozzatura del commercio marittimo globale, in un mercato dominato dalla legge del più forte anziché garantito dalla legalità internazionale. Una lezione già assimilata da molti governi in tutto il mondo. In Europa, infatti, si aumentano le spese per la difesa e si valutano strutture di comando autonome dagli Usa; il Giappone ha allentato le restrizioni postbelliche sulle esportazioni di armi e la Corea del Sud esplora capacità nucleari impensabili un decennio fa.
La guerra contro l’Iran non è la causa di questi sviluppi, ma ha accelerato un disequilibrio di potere globale che potrebbe durare anni, se non decenni, a prescindere dalla tenuta del cessate il fuoco e dal risultato dei negoziati con gli Usa. L’Asia occidentale potrebbe diventare la prima regione del mondo in cui nessuna potenza è disposta né in grado di garantire l’ordine. Potrebbe non essere l’ultima.

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