Perché l’accordo Usa-Iran mette all’angolo Netanyahu
Il premier di Israele voleva rovesciare il regime di Teheran e ottenere la supremazia sulla regione. Ora invece deve fare i conti con il dilemma della guerra permanente a fini elettorali. O con il negoziato
Un lungo silenzio. È stata questa la reazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla firma del memorandum tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra iniziata lo scorso 28 febbraio con i raid statunitensi e israeliani contro la Repubblica islamica. Un annuncio accolto con sconcerto dalla stampa e dalla politica israeliana, sbigottita di fronte a un accordo che non raggiunge nessuno degli obiettivi fissati da Israele quando, insieme agli Stati Uniti, aveva lanciato gli attacchi in cui hanno perso la vita la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, e altri vertici politici e militari della Repubblica islamica.
Oltre a ipotizzare il rilascio dei fondi iraniani sequestrati dagli Stati Uniti e un piano per la «ricostruzione» dell’Iran da 300 miliardi di dollari, l’accordo non pone condizioni per contenere Teheran e le forze sostenute dal regime nella regione, prima fra tutte la libanese Hezbollah, né per limitare il programma missilistico iraniano, lasciando alla Repubblica islamica l’arma dello Stretto di Hormuz. Mentre a Israele viene imposto di ritirare le truppe dal Libano, la discussione del dossier nucleare viene rinviata a trattative successive. Durante un colloquio con l’emiro del Qatar, Trump ha inoltre rigettato qualsiasi ipotesi di «regime change», descrivendo i rappresentanti della nuova leadership iraniana come «molto razionali» oltre che «forti e intelligenti».
Secondo David Horovitz, fondatore e direttore del Times of Israel, si è trattato di una «catastrofica capitolazione». Un «7 ottobre diplomatico» lo ha invece definito Nir Dvori, analista per l’emittente Channel 12. Sicuramente si è trattato di un cambio repentino nelle fortune del Governo israeliano, che nei primi giorni della guerra sembrava imporsi come l’unico vincitore del conflitto, con la prospettiva di una guerra prolungata con cui allargare l’egemonia nella regione.
Con l’apertura delle trattative tra Stati Uniti e Iran, senza l’apparente coinvolgimento di Israele, il Governo Netanyahu viene sempre più visto dall’opinione pubblica come sconfitto. Mentre si avvicinano le elezioni, previste a ottobre, molti in Israele si stanno interrogando su come il Paese sia potuto cadere in una «trappola strategica su più fronti», come l’ha definita Michael Milshtein in un articolo per Yedioth Ahronoth. Secondo il ricercatore dell’Università di Tel Aviv, in futuro sarà necessario cambiare approccio per evitare che Israele consolidi la sua immagine di «Stato canaglia che minaccia la pace mondiale», improntata a «valori biblici».
“Conflitto permanente”
La scelta di aprire sempre più fronti è, come osservano molti esperti, il risultato di una scelta consapevole da parte delle autorità israeliane. Per Nathan J. Brown, professore di Scienze politiche e Affari internazionali presso la George Washington University, i leader israeliani «sembrano essere giunti alla conclusione di essere già coinvolti in una guerra senza fine». Dove «il compito», secondo quanto scritto su un blog think tank Carnegie Endowment, non sembra tanto «quello di porvi fine, ma di gestirla a condizioni accettabili».
Secondo lo storico Dirk Moses, esperto di genocidi del City College di New York, nella politica israeliana è possibile trovare l’applicazione del concetto di «sicurezza permanente», che prevede l’eliminazione di qualsiasi minaccia potenziale o futura, reale o percepita. Un principio che è possibile ritrovare nelle dichiarazioni di Netanyahu dopo gli attacchi palestinesi del 7 ottobre: «Non ci sarà più alcuna minaccia dalla Striscia di Gaza per Israele e, per garantire ciò, per tutto il tempo necessario, le Forze di Difesa Israeliane controlleranno la sicurezza di Gaza per prevenire l’attività terroristica che proviene da lì».
Moses ritiene che la sicurezza sia stata una priorità dei governi israeliani, anche di quelli sostenuti da maggioranze progressiste, accusati per decenni di pulizia etnica e di infliggere punizioni collettive. Ma il Governo Netanyahu, secondo dichiarato al quotidiano olandese Nrc, ha portato questa strategia a un «livello più elevato e intenso» con l’obiettivo di trasformare il Medio Oriente. Un approccio che prevede l’espansione degli insediamenti e l’uso sproporzionato della forza nei territori già occupati o che si intende aggredire, come avviene in Libano.
Questo metodo «intrinsecamente paranoico» può, secondo Moses, finire per creare le stesse minacce che si sostiene di voler prevenire, generando una «profezia che si auto-avvera». Ma ricorda lo storico, non è sempre necessariamente fallimentare, dal momento che «Stati coloniali come gli Stati Uniti e l’Australia sono riusciti a scacciare definitivamente le popolazioni indigene».
Le terre di Abramo
L’espansione territoriale sembra essere un obiettivo di diversi esponenti politici israeliani, che invocano l’allargamento dei confini del Paese fino ad abbracciare quelli della «Grande Israele». In particolare il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, nato, cresciuto e residente negli insediamenti considerati illegali dal diritto internazionale, ha dichiarato apertamente di voler annettere la più ampia parte possibile della Cisgiordania e conquistare la Siria meridionale fino a Damasco.
Anche Netanyahu dice di sentirsi «molto legato» al concetto di «Grande Israele», termine usato dopo la Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967 per riferirsi a Israele e ai territori appena conquistati (Gerusalemme Est, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai e le alture del Golan).
Altre definizioni, ancora più estensive, arrivano a comprendere tutte le terre comprese tra il Nilo e l’Eufrate, che includono parti di Libano e Siria, oltre che Giordania, Egitto e anche Arabia Saudita, mentre una definizione meno ampia, anch’essa basata sulla Bibbia, include parti della Siria, della Giordania e del Libano, oltre alla Palestina.
Un progetto solo in parte irrealistico secondo la destra israeliana. In un’intervista del 2024 Smotrich ha sostenuto che «è scritto» che «il futuro di Gerusalemme è quello di espandersi fino a Damasco». Negli ultimi mesi il ministro ha anche dichiarato che fiume Litani, in Libano, «deve essere il nostro nuovo confine» perché «non dobbiamo tornare alla situazione del 6 ottobre, quando il nemico era alle nostre porte». In Libano, la zona che Israele ha tentato di evacuare corrisponde in parte al territorio di due tribù bibliche, Aser e Neftali.
L’ambasciatore degli Stati Uniti, Mike Huckabee, ha dichiarato che Israele ha il diritto biblico di conquistare una parte sostanziale della regione, sostenendo che «andrebbe bene se si prendessero tutto», in un’intervista al giornalista statunitense Tucker Carlson. L’ex conduttore di Fox News, diventato una delle voci più critiche di Israele nella galassia dei media conservatori, ha chiesto a Huckabee il suo parere sull’interpretazione di un passaggio della Bibbia in cui Dio promette ad Abramo che avrebbe dato ai suoi discendenti «questo paese, dal fiume d’Egitto al gran fiume, il fiume Eufrate», osservando che include «praticamente tutto il Medio Oriente». Huckabee ha motivato la sua risposta spiegando che «Israele è una terra che Dio ha donato, tramite Abramo, a un popolo che Egli ha scelto».
Oltre alla destabilizzazione, un’altra conseguenza di una politica votata alla «sicurezza permanente», è la violazione sistematica delle norme umanitarie, sfociata in accuse di genocidio. Definito come un atto commesso «con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale», che può comprendere fattispecie come «l’uccisione di membri del gruppo» o «il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale», l’accusa di aver commesso a Gaza «il crimine dei crimini» ha contribuito all’isolamento internazionale di Israele.
Nella Striscia sono più di 73.000 i palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023, mentre quasi 1,9 milioni di persone sono sfollate. Solo dallo scorso ottobre, quando è entrato in vigore un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, sono stati uccisi più di mille palestinesi.
Notizie di abusi sistematici commessi contro la popolazione civile, dalla tortura di medici agli spari di cecchini contro i bambini, hanno provocato proteste in tutto il mondo, chiedendo la cessazione di ogni sostegno alle autorità israeliane.
Disillusione
Il Governo sembra invece considerare la devastazione degli ultimi anni come un esempio per il futuro. In Libano meridionale, dove l’esercito sta radendo al suolo i villaggi accusati di sostenere Hezbollah, impedendo a migliaia di libanesi di tornarvi, secondo il ministro della Difesa Israel Katz le forze israeliane stanno seguendo «il modello di Rafah e Beit Hanoun a Gaza», dove Israele ha utilizzato i bulldozer per radere al suolo interi quartieri.
Il ministro delle Finanze Smotrich ha avvertito che il quartiere di Dahiya, periferia meridionale della capitale Beirut, presto assomiglierà a Khan Younis, città della Striscia distrutta dai bombardamenti.
Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha invece affermato, dopo la morte di quattro soldati israeliani, che «tutto il Libano deve bruciare».
Queste dichiarazioni non hanno impedito all’opinione pubblica di riconoscere che, per il momento, la guerra non sta dando i suoi frutti. Anche tra i sostenitori della coalizione guidata da Benjamin Netanyahu, il 93,1 per cento ritiene che l’Iran abbia vinto la guerra iniziata lo scorso 28 febbraio. Un dato pari al 92,1 per cento nel resto della popolazione, secondo un recente sondaggio condotto dall’Università Ebraica di Gerusalemme, in collaborazione con l’Istituto Agam, in cui l’82,9% degli intervistati ha dichiarato che la campagna contro l’Iran ha indebolito la sicurezza a lungo termine di Israele.
Una disillusione che ha fatto crollare la popolarità di Netanyahu, passato dal 40,5 per cento dei consensi di inizio marzo al 29,4 per cento a giugno. Ma non ha spento la volontà di intraprendere altri interventi militari contro Hezbollah in Libano, anche a costo di uno scontro con Trump. Il 48,2 per cento degli intervistati ha detto di essere a favore di altri attacchi, anche se dovessero comprendere raid su Beirut, mentre il 20,9 per cento si è detto contrario.
Nel resto del mondo le pratiche israeliane continuano ad alimentare sdegno. Ne ha preso nota anche Donald Trump, che nel giorno della firma del memorandum ha criticato Israele perché «troppe persone sono state uccise» nella lotta contro Hezbollah, che va avanti da «troppo tempo». «Non è necessario demolire un palazzo ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quei palazzi vivono molte persone, e non sono tutte membri di Hezbollah», ha detto il presidente statunitense.