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Home » Esteri

Così è finito l’idillio tra Donald e Bibi

Immagine di copertina
Credit: AGF

In una telefonata di fuoco, il leader statunitense lo avrebbe attaccato: “Sei un pazzo. Saresti in prigione senza di me. Ti sto salvando la pelle”

“C’eravamo tanto amati”: così, con il titolo del film di Ettore Scola, si potrebbe riassumere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. I due leader, che sembravano uniti in un’alleanza granitica, si ritrovano ora a dover gestire una delle fasi più difficili del loro rapporto. 

È un lontano ricordo lo stretto legame che il presidente statunitense e il primo ministro israeliano hanno intrattenuto in particolar modo durante il primo mandato di Trump, quando quest’ultimo riconobbe Gerusalemme come capitale di Israele, sostenne gli Accordi di Abramo e garantì al premier dello Stato ebraico un appoggio che nessun altro inquilino della Casa Bianca aveva mai offerto. L’intesa fra i due è proseguita anche all’inizio del secondo mandato presidenziale del tycoon, il quale prima ha appoggiato senza se e senza ma l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza e poi ha seguito Netanyahu nell’attacco all’Iran.

Tuttavia proprio, con il protrarsi del conflitto in Medio Oriente, il legame fra Donald e Bibi è andato ad affievolirsi. 

Lo scorso ottobre Trump visitò Gerusalemme e, intervenendo alla Knesset, chiese la grazia per Netanyahu, accusato di frode e corruzione in tre processi. Il capo della Casa Bianca scrisse anche una lettera al suo omologo israeliano, Isaac Herzog, affermando, tra le altre cose, che quei processi sono frutto di una persecuzione politica e ingiustificata. 

Da allora lo scenario è radicalmente cambiato. Negli ultimi mesi il presidente Usa ha progressivamente privilegiato la strada negoziale con l’Iran, spingendo Netanyahu ad accettare una tregua. Ma è soprattutto sul fronte libanese che i rapporti tra i due si sono deteriorati: l’Amministrazione Trump ha cercato di contenere l’escalation con Hezbollah per evitare che il conflitto compromettesse i delicati negoziati con Teheran. Netanyahu, invece, ha continuato a sostenere la necessità di mantenere la pressione militare. Questo ha portato, all’inizio di giugno, a una telefonata dai toni durissimi, il cui contenuto è stato raccontato da Axios, secondo cui Trump avrebbe definito Netanyahu «pazzo» e aggiunto: «Saresti in prigione senza di me. Ti sto salvando la pelle. Ti odiano tutti. Tutti odiano Israele». L’Ufficio del primo ministro israeliano ha successivamente smentito gli insulti, pur ammettendo che la conversazione è stata «molto tesa». Il presidente degli Stati Uniti, invece, non ha mai smentito gli insulti e ha parlato di una «telefonata molto produttiva». 

Le tensioni sono esplose pubblicamente quando Trump ha criticato alcuni raid israeliani su Beirut, definendoli eccessivi e accusando indirettamente Netanyahu di mettere a rischio gli sforzi diplomatici americani. In più occasioni il leader Usa ha affermato che il premier israeliano avrebbe dovuto adottare un approccio più prudente e responsabile, soprattutto nelle ore decisive che precedevano la firma di accordi e cessate il fuoco. 

Al G7 di Évian, Trump ha pubblicamente criticato Israele. «Sta combattendo Hezbollah da troppo tempo e troppe persone vengono uccise», ha detto: « Non è necessario demolire un palazzo ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quei palazzi vivono molte persone, e non sono tutte membri di Hezbollah. E ho suggerito a Israele di lasciare che sia la Siria a occuparsi di Hezbollah. Perché, a essere sinceri, penso che farebbero un lavoro migliore». 

Per anni Donald e Bibi hanno rappresentato il simbolo dell’asse Washington-Tel Aviv. Quell’alleanza non è spezzata, ma appare attraversata da tensioni che fino a pochi mesi fa sarebbero state impensabili. E proprio questa, forse, è la vera novità geopolitica del Medio Oriente contemporaneo.

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