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Home » Esteri

Medio Oriente in fiamme: 13esima notte di raid Usa all’Iran. Trump minaccia l’attacco “più grande che mai” contro Teheran

Immagine di copertina
Un marinaio della Marina statunitense saluta mentre un caccia stealth F-35B Lightning II del Corpo dei Marines, assegnato allo squadrone Green Knights del Marine Fighter Attack Squadron 121, decolla dal ponte di volo della nave d'assalto anfibio di classe America USS Tripoli, impegnata nel blocco navale dell'Iran, nel Mar Arabico, nel maggio 2026. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Una nuova ondata di raid statunitensi ha investito la Repubblica Islamica, che ha reagito prendendo di mira le basi americane in Kuwait, Bahrein, Giordania e Iraq. I prezzi del greggio volano verso quota 100 dollari al barile e il no alla proposta di tregua portata dal mediatore iracheno a Teheran allontana le prospettive di pace. Ma l’escalation negli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb rischia di far precipitare il quadro globale

La tensione in Medio Oriente ha raggiunto nuovi, drammatici livelli dopo che le forze armate degli Stati Uniti hanno sferrato un’altra serie di bombardamenti in Iran per la tredicesima notte consecutiva. Mentre le esplosioni tornano a risuonare nei cieli della capitale Teheran e lungo le coste strategiche del Golfo Persico, la Repubblica islamica ha reagito prendendo di mira nuovamente le basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Giordania e Iraq.
Lo scontro tra Washington e Teheran però è anche verbale, con il presidente Donald Trump che minaccia l’attacco “più grande che mai” contro l’Iran, che, per rappresaglia, promette di attaccare Israele, finora non coinvolto nell’escalation in corso dal 7 luglio. Il conflitto rischia poi di travolgere le principali rotte commerciali del pianeta, alimentando la spirale dei prezzi delle risorse energetiche.

Il bilancio degli ultimi bombardamenti
L’ultima ondata di attacchi contro l’Iran, come confermato dal Comando centrale delle forze armate degli Stati Uniti (Centcom), è durata poco più di due ore, concludendosi prima delle 5 del mattino ora locale, e si è concentrata su “centri di comando militare, depositi di droni, reti di comunicazione, siti di sorveglianza costiera e infrastrutture marittime”, con l’obiettivo dichiarato “di indebolire la capacità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica di minacciare i navigli civili, riprendere il controllo dello Stretto di Hormuz e ripristinare il traffico marittimo internazionale”.
La mappa dei raid mostra un’azione capillare che ha toccato almeno sei province iraniane. I missili statunitensi hanno infatti colpito la città sud-occidentale di Ahvaz e la vicina Omidiyeh, oltre alla città portuale di Bandar Abbas, l’isola di Qeshm, in particolare lungo la costa meridionale, e Jask, uno snodo geostrategico fondamentale affacciato proprio sullo Stretto di Hormuz. Le bombe sono nuovamente cadute anche sulle località di Konarak, nei pressi del porto di Chabahar sul Golfo dell’Oman, e Sirik. Altri raid hanno colpito la città di Piranshahr, nella provincia nord-occidentale dell’Azerbaigian occidentale, e il villaggio di Ziba Kenar, sul Mar Caspio.
Nella provincia del Khuzestan si è registrato il bilancio di vittime più pesante. Il vice governatore Valiollah Hayati, citato dall’agenzia ufficiale Irna, ha riferito che l’attacco missilistico nell’area di Ahvaz ha causato la morte di quattro persone e il ferimento di altre cinque. Ulteriori bombardamenti hanno di nuovo interessato la zona al confine con l’Iraq a Shalamsheh, dove si registrano altre due vittime, e la città di Bushehr, sede dell’unica centrale nucleare attiva nel Paese. Alcune esplosioni sono state registrate persino nei settori orientali della capitale Teheran, dove anche stanotte sono stati attivati i sistemi di difesa aerea. Gli attacchi statunitensi non hanno più preso di mira soltanto le province meridionali del Paese, ma hanno colpito persino le province centrali di Markazi, Yazd e Isfahan, nonché quella occidentale del Lorestan e sud-occidentale di Fars e nel nord in Azerbaigian occidentale e in Gilan.

La ritorsione di Teheran nel Golfo
La risposta della Repubblica islamica non si è fatta attendere. D’altra parte, ieri, le autorità di Teheran avevano promesso di continuare la rappresaglia contro le basi degli Stati Uniti e i loro alleati nella regione finché non cesseranno gli attacchi Usa contro il Paese. L’esercito iraniano ha rivendicato oggi una serie di raid condotti con droni kamikaze Arash contro installazioni militari statunitensi in Kuwait, Bahrein, Giordania e Iraq, affermando di considerare un obiettivo legittimo qualsiasi struttura della regione usata dalle forze statunitensi per colpire l’Iran.
In Bahrein, dove alle prime ore di oggi sono risuonate le sirene d’allarme, sono stati presi di mira alcuni serbatoi di carburante, depositi di equipaggiamento militare e caserme della base aerea di Isa. In Giordania l’attacco ha puntato sugli hangar di manutenzione e sugli alloggiamenti della base di Al-Azraq, sebbene le autorità locali non abbiano segnalato incursioni dirette nelle ultime ore, pur confermando il lancio, avvenuto ieri, di almeno una decina di vettori tra missili e droni verso il regno, nove dei quali intercettati dalla difesa aerea. L’Iran sostiene inoltre di aver colpito un sistema radar legato al sistema di difesa missilistica THAAD e una batteria di missili Patriot sul suolo giordano. Diverse esplosioni sono state segnalate anche vicino all’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Al contempo, anche il Kuwait ha segnalato di essere finito sotto l’attacco di missili e droni lanciati dalle sponde iraniane. L’esercito dell’emirato ha attivato i propri sistemi di difesa per intercettare le minacce, mentre Teheran rivendica la distruzione di depositi di munizioni e riserve di carburante nel Paese, confermando come gli Stati del Golfo siano ormai pienamente coinvolti nelle ostilità sorte attorno al controllo dello Stretto di Hormuz. Ma l’escalation è anche verbale.

Lo stallo della diplomazia
Sul piano politico, il presidente statunitense Donald Trump ha ulteriormente alzato i toni minacciando “pesanti punizioni militari” nei confronti dell’Iran e dei ribelli Houthi dello Yemen, responsabili degli attacchi ad alcune petroliere saudite nel Mar Rosso. Attraverso un messaggio pubblicato ieri sul suo social Truth, l’inquilino della Casa bianca ha annunciato che “gli Stati Uniti riterranno l’Iran responsabile, in quanto gli Houthi sono un surrogato e/o un agente dell’Iran, e infliggeranno pesanti sanzioni militari all’Iran e, naturalmente, agli stessi Houthi”, dei quali il presidente si è detto “molto deluso perché, fino ad ora, si erano comportati in modo molto professionale e intelligente”.
Quindi Trump ha rivelato che Washington intende utilizzare i beni iraniani in possesso o sotto il controllo degli Stati Uniti per risarcire tutti i danni subiti dalle navi commerciali colpite nello Stretto di Hormuz o nel Golfo. Si tratta di risorse bloccate da decenni, a partire dalla crisi degli ostaggi del 1979 e solo in parte restituite con gli accordi di Algeri del 1981, per un valore stimato attorno ai 100 miliardi di dollari, il cui sblocco parziale era stato ipotizzato nel quadro del memorandum d’intesa firmato da Washington e Teheran lo scorso 17 giugno e poi naufragato con la ripresa delle ostilità a partire dal 7 luglio.
La replica del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è stata durissima. Questa mattina sui social il capo della diplomazia di Teheran ha definito la mossa un “precedente incendiario” capace di minare la sicurezza dei beni di qualsiasi governo e scatenare il caos, avendo già denunciato ieri l’atteggiamento “irrazionale” e “prepotente” degli Stati Uniti a margine dell’incontro a Teheran con il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi.
Di fronte all’escalation dei toni e sul campo, la diplomazia appare paralizzata. Teheran avrebbe infatti respinto una proposta di cessate il fuoco provvisorio presentata proprio da Al-Zaidi, che si era recato nella capitale iraniana dopo un colloquio alla Casa bianca con Trump, chiarendo di non essere interessata a soluzioni temporanee che ignorino lo status definitivo dello Stretto di Hormuz. Eppure, un anonimo alto funzionario della Repubblica islamica ha confermato all’emittente qatariota al-Jazeera che i canali di dialogo “indiretto” tra Usa e Iran restano aperti tramite i Paesi mediatori, pur accusando gli Stati Uniti di agire “per disperazione, commettendo crimini di guerra e avendo violato gli impegni dell’accordo del 17 giugno”. Una posizione di totale chiusura ribadita anche dall’ex presidente iraniano ad interim e attuale consigliere della nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, Mohammad Mokhber, che ha avvertito come l’incendio appiccato dagli Stati Uniti ai giacimenti di idrocarburi della regione rischia di estendersi all’intero pianeta, mentre il Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha ribadito che Teheran continuerà a pagare un prezzo molto alto per le sue azioni. Insomma, non solo le prospettive di tregua si allontanano, ma l’escalation potrebbe allargarsi ancora.
Di fronte alle nuove minacce di Donald Trump, che ieri sera aveva rivelato di stare “valutando un attacco massiccio” contro l’Iran, il “più grande che mai”, Teheran potrebbe reagire coinvolgendo di nuovo Israele nel conflitto, scatenato proprio dallo Stato ebraico e dagli Usa il 28 febbraio scorso. La Repubblica islamica, infatti, secondo quanto rivelato al quotidiano The New York Times da alcune fonti ufficiali iraniane, sarebbe pronta a colpire direttamente Tel Aviv e a ordinare agli Houthi un blocco totale dello Stretto di Bab el-Mandeb, qualora il presidente Usa dovesse dare seguito alle minacce contro le infrastrutture civili sul territorio iraniano. Israele, pur avendo partecipato alla prima fase delle ostilità, si è mantenuto ai margini di questo secondo ciclo di combattimenti ricominciato il 7 luglio e non è stato finora bersaglio di attacchi iraniani nelle ultime settimane.
Sul fronte delle alleanze internazionali, poi, Teheran prova a dimostrare di non essere affatto isolata. Questa mattina, infatti, il ministro Araghchi è arrivato in Kirghizistan per partecipare al Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), un incontro multilaterale promosso dal suo omologo cinese Wang Yi e a cui partecipano, tra gli altri, i capi delle diplomazie di Russia, Sergei Lavrov; India, Subrahmanyam Jaishankar; e Pakistan, Mohammad Ishaq Dar. “L’Iran attribuisce grande importanza all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) e ad accordi multilaterali simili”, ha scritto oggi sui social il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, dalla località turistica kirghisa di Cholpon-Ata, dove sta partecipando alla riunione insieme ad Araghchi. “L’unilateralismo aggressivo, la violazione degli accordi tra Stati e l’uso illegittimo della forza stanno gravemente minando i principi fondamentali dello stato di diritto e dell’ordinamento giuridico basato sulla Carta delle Nazioni Unite”.

La guerra degli Stretti e i prezzi alle stelle
Intanto, le conseguenze dello scontro si riflettono in maniera immediata e pesante sui mercati energetici internazionali. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciato a livello mondiale, è quasi del tutto paralizzato dalle restrizioni imposte da Teheran e dagli Stati Uniti. I dati di tracciamento marittimo della società di monitoraggio Kpler indicano che soltanto una petroliera, la New Giant diretta al porto cinese di Rizhao, è riuscita ad attraversare l’area nella giornata di ieri, toccando il punto più basso dal 7 maggio, mentre il 23 luglio nessuna nave commerciale è entrata nello Stretto. I Pasdaran hanno bloccato tre petroliere, spingendo il Centcom ad attuare uno speculare blocco navale sui porti iraniani, che ha portato al dirottamento di nove mercantili ed all’immobilizzazione di un altro per impedire l’accesso agli scali costiero della Repubblica islamica.
Nel Mar Rosso la situazione si presenta analogamente critica. Gli Houthi hanno rivendicato gli attacchi contro le petroliere saudite Encelia e Layla, proclamando il blocco dei porti del vicino regno arabo. Ciononostante, due superpetroliere cinesi cariche di greggio saudita prelevato nel porto di Yanbu, la VLCC Xin Long Yang e la VLCC Cosnew Lake con a bordo equipaggi cinesi, sono riuscite a superare lo Stretto di Bab el-Mandeb, portando a 32 il totale dei transiti giornalieri nell’area rispetto ai 26 del giorno precedente.
Tuttavia, con almeno nove navi costrette a invertire la rotta nei pressi di questo collo di bottiglia strategico per il commercio marittimo internazionale e la minaccia di un prolungato stop alle forniture, il prezzo del greggio Brent ha superato ieri la soglia dei 100 dollari al barile, mentre il Wti viaggia stabilmente sopra i 90 dollari al barile e l’indice di riferimento Ttf per il gas in Europa quota oltre i 60 euro al megawattora. Una situazione che ha spinto ieri il segretario generale dell’Onu António Guterres a lanciare l’allarme al Consiglio di sicurezza per una situazione definita ormai “fuori controllo e sull’orlo dell’inimmaginabile”.

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