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“Vi racconto come il mio toyboy di 19 anni mi ha distrutto la vita: io, frustata e denudata in pubblico”

La drammatica vicenda si è consumata in un paesino a sud di Londra

Di Marco Nepi
Pubblicato il 16 Set. 2019 alle 15:00 Aggiornato il 18 Set. 2019 alle 17:16
Immagine di copertina

Maltrattata dal mio toyboy: il racconto di Michelle

Quando Michelle Couzins ha incontrato online il suo toyboy di 19 anni, pensava di aver fatto bingo: non si aspettava di essere maltrattata.

Ma si è trovata presto intrappolata in una relazione infernale.

Con l’evolversi della relazione il giovane di 19 anni l’ha picchiata con una catena, maltrattata, e con il suo comportamento ha fatto perdere a Michelle la casa e il lavoro.

La vicenda è avvenuta a Mitcham, un piccolo paese a sud di Londra.

Michelle ha raccontato a un tabloid britannico di aver conosciuto il suo “toyboy” di 19 anni sul sito d’incontri “Casual Hooks Up“”, dove cercava un po’ di divertimento.

Gli altri incontri che aveva fatto sul portale le avevano portato fortuna, ma quello con il 20enne è stato diverso.

“Si chiamava Rufio Gonzales,  aveva 19 anni e sembrava il mio Harry Styles”, dice Michelle.

“Ci siamo scambiati i numeri e ci siamo inviati messaggi per una settimana prima d’incontrarci. Nonostante la differenza di età di due anni, siamo andati d’accordo. Mi sentivo ridicola a lasciarmi coinvolgere, avevo 39 anni e lui nemmeno 21. Ma non ho potuto fare a meno d’innamorarmi “.

“Mi faceva sentire sicura nonostante il mio peso”, continua ancora la donna. “E con lui sono anche dimagrita”.

“Abbiamo ufficializzato la nostra unione a San Valentino del 2015. Poi, verso aprile, Rufio ha iniziato a cambiare, a essere ossessivo e geloso”.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

“Non facevo nulla, ma lui era geloso. Mi faceva mettere il viva voce a ogni telefonata, controllava quello che indossavo e mi ha costretta a cancellare alcuni amici dal profilo Facebook”, dice Michelle.

“Ma mi fidavo ancora di lui, pensavo fosse solo immaturo. Come se niente fosse, gli ho anche dato la mia carta di credito per fare la spesa”.

“Presto ho scoperto che in realtà il suo vero nome era Liam, che Rufio era un nickname che usava solo online, e un’altra serie di menzogne sul suo passato e identità”.

“All’epoca lavoravo come badante, e Liam voleva venire a lavorare con me. Mi avrebbe accompagnata a lavoro e avrebbe aspettato fuori che terminassi. Poi, un giorno, è diventato aggressivo, e ha cominciato a urlare contro di me fuori dalla casa di un cliente. Poi un giorno il mio capo mi ha licenziata per quanto accaduto”.

“Ero devastata, Liam era diventato violento. Mi buttava a terra e mi metteva le mani intorno al collo, una volta mi ha frustrato con una catena per cani, di metallo. Eppure ogni volta le sue scuse erano sincere, e io speravo sempre di vedere Rufio”.

Michelle ha iniziato a mangiare e a prendere di nuovo peso, e così Liam ha iniziato a insultarla anche per la sua forma fisica. Nel frattempo l’ha convinta a lasciare la sua casa per trasferirsi in un camper. Ma Liam non ha pagato l’affitto del parcheggio, e il camper è stato portato via. I due sono finiti a vivere in tenda.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

“Un giorno mia madre mi ha detto di avere il cancro, ed è li che ho realizzato di dover tornare a prendere in mano la mia vita”, racconta la donna.

“Sono tornata a vivere dai miei genitori, e l’ho lasciato. Ma quando gliel’ho detto, una sera in macchina, lui mi ha spogliata e lasciata nuda per strada, urlando a tutti: ‘Guardate qui””

Il giorno dopo ho chiamato la linea di ascolto per la violenza domestica, e su loro consiglio ho interpellato la polizia. Liam è stato arrestato quando è venuto a trovarmi a casa dei miei. Dopo un processo di un anno è stato accusato di comportamento coercitivo in una relazione intima, e dopo diversi mesi ha confessato e ammesso di aver minacciato una persona di molestie e di aver adottato quel comportamento. È stato condannato a 21 mesi di prigione e il giudice gli ha imposto un ordine restrittivo di 10 anni”.

No, per eliminare i “feminicidi” non basta una legge. Alla polizia e alla magistratura serve personale preparato