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No, per eliminare i “feminicidi” non basta una legge. Alla polizia e alla magistratura serve personale preparato

Di Adele Grisendi
Pubblicato il 15 Set. 2019 alle 16:20 Aggiornato il 27 Set. 2019 alle 15:49
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No, per eliminare i femminicidi non basta una legge. Alla polizia e alla magistratura serve personale preparato

Stalking e femminicidi sono parole entrate nel linguaggio corrente e nominano due terribili fenomeni criminali sempre più diffusi e contro le donne. “Femminicidio” deriva da femmina, la cosiddetta compagna del maschio. Ma per definire l’assassinio di una di noi è più giusto cancellare una “m” e usare “Feminicidio” che viene dal latino femina, ovvero donna. Le vittime dei feminicidi sono mogli, fidanzate, compagne o anche amiche desiderate senza speranza. L’ambiente nel quale di solito avvengono gli omicidi è la famiglia e la causa scatenante è la decisione della donna di andarsene. In quel di Piacenza, la povera Elisa Pomarelli è stata eliminata da un presunto amico incapace di accettare il rifiuto di fare coppia con lui.

Quasi sempre l’omicidio segue un divorzio, una separazione, la fine di una convivenza o di una storia. E viene dopo violenze fisiche e psicologiche troppe volte denunciate e trascurate dalle forze dell’ordine per scarsa attenzione, sottovalutazione o il carico di lavoro. Con il risultato di avere trascurato quanto dovuto per impedire gli assassini. Stalking è una parola inglese intraducibile in italiano con un solo sostantivo. Lo stalker è un cacciatore che insegue la sua preda senza tregua, si apposta, pedina e la controlla. Nei luoghi di lavoro ha il volto di un capo o del padrone che molestano e ricattano sessualmente.

In tutti i casi c’è ansia e depressione vissute in solitudine e capaci di alterare l’intimità famigliare e le relazioni in genere. Di molestie e di stalking ci si ammala. L’insistenza con la quale la vittima viene inseguita, braccata, oltraggiata nella propria identità di persona libera è un trauma pesante. Bene ha fatto la sentenza della Cassazione a proposito dell’assassinio di Sara Di Pietrantonio a riconoscere il disagio psichico procuratole dall’ossessione dell’ex fidanzato. Giusto l’aver stabilito che i reati commessi sono due e, di 2 conseguenza, la pena per l’omicidio non annulla quella per la persecuzione della povera Sara. La Cassazione ha dunque rafforzato la difesa delle donne.

Ma che cosa spinge un marito o un fidanzato o un compagno o addirittura un padre o un fratello a riempire di botte la donna che gli vive accanto, quando lei dichiara di volerli lasciare? Di sicuro il motivo non è l’amore. No!, a far scattare l’istinto animale è l’egoismo dell’uomo che ci considera di sua proprietà. Dunque colei che non si piega al suo volere deve essere punita, poiché non c’è colpa peggiore del rifiutarlo e lasciarlo. E che cosa trasforma un uomo in uno stalker? La fine di un matrimonio o di una convivenza o un rifiuto esplicito o fatto intendere da parte di un’amica.

Può mutare la causa che l’ha acceso, ma il comportamento dello stalker è sempre uguale. E la donna che lo subisce si ritrova catapultata in un altro mondo, in un’altra vita fatta di sofferenze e di paure a tratti ingovernabili. Se questo corrisponde anche soltanto in parte alle ragioni profonde che spingono un uomo a trasformarsi in belva, allora bisogna dire con chiarezza che per risolvere il problema non basta la più illuminata delle leggi.

L’urgenza di sovvertire la cultura delle relazioni tra donne e uomini

La strada per curare questo male è impervia e molto lunga, perché invoca l’urgenza di sovvertire la cultura delle relazioni tra donne e uomini. E per riuscirci bisogna chiamare a raccolta tutti gli strumenti disponibili: la scuola, i mezzi di informazione tradizionali, quali giornali , riviste, tv, ma anche i social che rappresentano il canale preferito dei giovani e giovanissimi. E la politica troppo spesso violenta nel linguaggio! Non basta una legge per cambiare convinzioni sedimentate nel profondo dell’anima di tanti. Prendo a conferma quanto detto da Francesco Greco, il capo della Procura di Milano dopo l’uccisione di Adriana Signorelli da parte dell’ex marito. A proposito del Codice Rosso, legge approvata qualche mese addietro, egli ammetteva che, di fronte ai trenta allarmi al giorno pervenuti alla sola Procura milanese, non esistevano le condizioni per affrontare una tale mole di lavoro.

E di conseguenza non era possibile individuare i casi più gravi. Ecco messo in evidenza il solito limite del legislatore, ovvero di ritenere che “fatta una legge e il problema è risolto”. A proposito di stalking e di assassini di donne, ma non solo, non basta definire i reati, le pene, le modalità di denuncia e i tempi in cui lo Stato deve intervenire. Serve ammettere che le forze dell’ordine e la stessa magistratura non hanno la formazione e gli strumenti necessari ad affrontare un fenomeno che occupa le cronache quotidiane.

Una donna che si presenta dai Carabinieri o in Questura per denunciare uno stalker o le botte o le minacce di un famigliare non può essere trattata come chi dichiara il furto dell’auto o nell’abitazione o la lite con un vicino di casa. Stesso problema riguarda la magistratura. La materia è estremamente delicata e complessa e chi accoglie e giudica deve possedere una preparazione all’altezza. Esiste un altro problema di assoluto rilievo: la carenza di personale. Dubito che all’interno degli attuali organici delle forze dell’ordine e della magistratura ci sia la possibilità di creare nuclei dedicati al fenomeno. Se non si creano, dopo ogni feminicidio, leggeremo che i pericoli erano stati sottovalutati.

O, come ha detto il dottor Greco, che sono mancate le condizioni materiali per valutare le situazioni gravi e prevenire il male.

P.S.: Leggo su Tpi che a Qualiano di Napoli si profila la chiusura del Centro Antiviolenza. Chiedo al nuovo governo di trovare nelle pieghe del bilancio i finanziamenti necessari all’affitto di questi centri che accolgono donne disperate e a volte i loro figli. Basta una manciata di milioni.

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