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“Ho 27 anni, sono una donna e faccio la giornalista in Afghanistan, dove ogni giorno i miei colleghi vengono trucidati”

Di Bianca Senatore
Pubblicato il 25 Lug. 2019 alle 13:54 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:40
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Immagine di copertina

Nader Shah Sahibzada è solo l’ultimo giornalista afgano ucciso per il suo lavoro. Lavorava per Radio Gardez, una emittente della provincia di Paktia ed è stato trovato morto a due giorni dalla sua scomparsa. Qualche mese fa, invece, è stata ammazzata Mena Mangal, giornalista e attivista che aveva già denunciato, anche sui social network, di essere minacciata. È una lunga lista quella dei cronisti afgani minacciati e trucidati per il loro lavoro, 13 l’anno scorso, zittiti da chi vuole che non si parli di certi argomenti, non si denuncino le violenze, la corruzione. Ma c’è chi non si lascia intimorire e continua il suo lavoro, giorno dopo giorno.

“Non posso negare di non avere paura in certi momenti, ma fare la giornalista è sempre stato il mio sogno, fin da bambina e non ci rinuncio per niente al mondo”. Sadaf Amiri, a soli 27 anni, è una anchor woman di Tolo News e ha faticato tantissimo per arrivare a sedere su quella sedia, con le luci che la illuminano dall’alto e le telecamere di fronte.

“Essere una giornalista in Afghanistan è molto difficile – spiega Sadaf – siamo noi i veri giornalisti di guerra”, ride. “Raccontare quel che succede, anche le cose più banali, quella che in Italia chiamate cronaca bianca, qui diventa un caos, e le cose sono ancor più complicate man mano che ci si allontana dalla capitale”. La notizia della morte del giornalista radiofonico ha sconvolto tutti nelle redazioni afghane e anche Sadaf ne è rimasta addolorata.

“Quel che è successo a lui può capitare a chiunque di noi, è terribile e ingiusto. Siamo stanchi di piangere colleghi, colpevoli di fare solo un lavoro con passione”. Sadaf conosceva Mena Mangal e alla sua morte ha avuto paura. “Lei era molto esposta, perché collaborava con il governo, era un’attivista ma anche io, per qualcuno, sono considerata un’attivista e per chi fa il mio lavoro è ancor più pericoloso”.

Niente mette al riparo i giornalisti dalla furia degli oscurantisti, come è stato dimostrato, ma chi ogni giorno mette il proprio volto in tv ha un ritorno di visibilità anche da chi non apprezza. “Beh, sì… certo… da quando conduco il telegiornale ricevo tante minacce, che la redazione intercetta, e molte non sono attendibili, nel senso che sono attacchi d’odio ma non intenzioni concrete, eppure quando cammino per strada non posso fare a meno di chiedermi se chi mi sta osservando mi ha riconosciuto e basta o se medita di farmi qualcosa di male. È brutto camminare guardandosi, letteralmente, sempre alle spalle”.

Sadaf Amiri ha studiato al liceo di Kabul e subito dopo la maturità ha lavorato con media locali nella provincia di Takhar. Ha fatto gavetta per sette anni prima di arrivare a Tolo tv ma nel frattempo ha deciso di continuare gli studi e si è laureata in legge all’Università di Kabul. Ora sta facendo una specializzazione in relazioni internazionali.

“È faticoso lavorare e studiare contemporaneamente ma basta impegno – racconda Sadaf – La mattina mi sveglio presto e mi preparo per andare all’università, dopodiché corro in redazione e inizio a preparare i diversi programmi: interviste speciali, post news program, Mehwar-Program e il notiziario che inizia alle 22:00. Arrivo a casa alle 23:30 e sono così stanca che ho giusto la forza di cenare con la famiglia e crollo nel letto”.

Al mattino ricomincia tutto e si spera che non accada nulla che possa mettere a rischio la vita. Ma anche se accadesse qualcosa, come è accaduto in passato, Sadaf non si arrenderebbe. “Per le donne, soprattutto, è complicato fare questo lavoro, perché c’è ancora chi pensa che quello del giornalista sia un lavoro solo per uomini ma per fortuna le cose stanno cambiando e infatti per me, nella mia squadra, lavorano ben dieci donne”. Giornalista Afghanistan minacce

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