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Giappone, Corea del Sud e Australia hanno domato il Coronavirus grazie alla tecnologia e alle chiusure

Di Clarissa Valia
Pubblicato il 27 Ott. 2020 alle 15:16
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epa08756746 School children run past a stock market indicator board in Tokyo, Japan, 19 October 2020. The Nikkei Stock Average gained 260.50 points, or 1.11 percent, to close at 23,671.13 on 19 October 2020. On 19 October, the Japanese government announced that the country's exports fell by 19.2 percent year-on-year in the first half of 2020, its largest plunge in over 10 years, whihc was contributed to the coronavirus pandemic. EPA/FRANCK ROBICHON

Coronavirus: in Giappone, Corea e Australia ci sono pochi contagi

Mentre l’Italia, ma anche il resto d’Europa, e gli Usa sono alle prese con una curva dei contagi in continua risalita, ci sono luoghi in cui la pandemia di Covid 19 è stata quasi del tutto domata. Parliamo del Giappone, della Corea del Sud e dell’Australia, dove i contagi ad oggi sono al minimo. In questi Paesi, infatti, l’incremento quotidiano dei nuovi infetti si conta nell’ordine di poche centinaia se non qualche decina.

Ma come è possibile? Come sono riusciti a contenere i contagi? Attraverso misure ben note anche dalle nostre parti, come l’uso delle mascherine, il distanziamento sociale e le chiusure quando necessarie, ma anche grazie al sapiente utilizzo delle nuove tecnologie di tracciamento. In Italia, invece, come abbiamo spiegato in questo articolo, il tracciamento dei positivi attraverso Immuni si è inceppato: l’app è stata scaricata da 9 milioni di persone e ha registrato appena 900 positivi.

Analizzando i dati consultabili sul sito dell’Oms, risulta che il Giappone, per esempio, due giorni fa contava appena 699 nuovi contagi (circa un quinto di quelli registrati l’altro ieri nella sola Lombardia). Esempio virtuoso è anche la Corea del Sud dove lo stesso indicatore scende a 61, in Thailandia e Australia addirittura a 5. Eppure l’Asia non è affatto esente dai contagi: paesi come India, Bangladesh, Malaysia, Indonesia sono in affanno tanto quanto l’Europa. E allora capiamo meglio perché giapponesi, sud coreani e australiani sono riusciti a frenare i contagi.

In Giappone, come è noto, le persone indossano da sempre la mascherina anche soltanto per proteggersi da un raffreddore stagionale ma soprattutto ancora prima che dilagasse la pandemia. Una buona abitudine che ha portato senz’altro dei vantaggi nel contenimento dei contagi. Ma come riporta il Corriere della Sera, Yosutoshi Nushimura, ministro giapponese incaricato della lotta al Covid, spiega anche una diversa strategia. “L’intuizione fondamentale che ci ha aiutati è la nozione di cluster di trasmissione“. Vale a dire: pochi gruppi determinano una altissima contagiosità e dunque è necessario intervenire su quelli in maniera “chirurgica” e tempestiva, isolandoli. Un criterio di mappatura e di incrocio dei dati che ha comportato un ampio impiego di nuove tecnologie“.

In Corea del Sud la chiave è stata la digitalizzazione e l’uso di big data. Il governo di Seul ha iniziato una raccolta “a strascico” di dati utili al tracciamento, sia attraverso la app scaricata sui telefoni dei cittadini e sia attraverso le informazioni rilevate da carte di credito o dalle videocamere di sorveglianza.

In Australia sono stati bravi a contenere i contagi grazie a un ferreo lockdown di 112 giorni applicato alla sola regione di Melbourne che ha contato il 90 per cento dei morti dell’intero Paese. I risultati sono i soli 5 contagi di ieri.

Esclusivo TPI: “Tamponi, tracciamento digitale e niente lockdown: così abbiamo contenuto il Coronavirus”. Il ministero della Salute della Corea del Sud spiega il modello coreano

Leggi anche: 1. Il grande flop di Immuni: ecco dove si inceppa il tracciamento e i contagiati circolano indisturbati; // 2. Tutti i numeri su Immuni tra le omissioni delle Asl e la paura dei contagiati

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