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Quante probabilità ha Trump di essere rimosso? Ecco cosa può succedere dopo il voto di oggi alla Camera

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 12 Gen. 2021 alle 14:29 Aggiornato il 13 Gen. 2021 alle 13:45
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Immagine di copertina

Quante probabilità ha Trump di essere rimosso?

Ieri i democratici hanno ufficialmente presentato in Congresso la richiesta di impeachment contro il presidente Donald Trump per l’assalto a Capitol Hill di mercoledì 6 gennaio e oggi voteranno in Aula la proposta di invocare il 25esimo emendamento. Entrambe le strade per rimuovere il Tycoon dalla Casa Bianca prima del 20 gennaio sembrano impervie, e per quanto ci sia stata una condanna bipartisan verso il presidente, ritenuto responsabile da buona parte degli esponenti del Congresso dell’insurrezione a Washington, le probabilità che possa essere rimosso attraverso una delle sue procedure sembrano basse.

Una di queste è il processo di impeachment, a cui è andato incontro già una volta, a gennaio 2020, per aver fatto pressioni sul presidente ucraino per indagare sul figlio di Joe Biden. Se la Camera approvasse la mozione di Impeachment, sarebbe il secondo processo politico che Trump affronta in Senato in un anno, la prima volta nella storia degli Stati Uniti per un presidente.

La richiesta di impeachment

La mozione di Impeachment, un unico articolo di quattro pagine che accusa Trump di “istigazione alla violenza contro il governo Usa” è stata firmata da 210 dei 222 rappresentanti democratici alla Camera e dovrebbe essere votata domani. In Aula dovrebbe passare senza problemi, eppure al Senato l’iter si complica. Perché la richiesta sia approvata anche dalla Camera alta sono necessari 66 voti favorevoli. e i dem ne dispongono solo di 48 (almeno fino al 20 gennaio, quando si insedieranno i due neo eletti senatori democratici della Georgia): risulta difficile immaginare che riescano a convincere circa 20 senatori repubblicani ad appoggiare l’impeachment perché, per quanto Trump sia stato criticato da diversi membri del suo partito, pubblicamente almeno fino ad oggi la maggioranza dei senatori si è detta contraria a mettere formalmente sotto accusa il presidente.

Il sentiment è che un altro processo d’impeachment contro Trump non servirebbe ad unificare il Paese, come il nuovo presidente eletto Joe Biden ha promesso di fare. Inoltre, anche qualora ci fosse questa possibilità e i senatori del Gop cambiassero idea (il che non è escluso perché le posizioni dei congressmen in questi giorni cambiano anche nel giro di poche ore), prima del voto, in Senato deve avvenire il vero processo, che potrebbe protrarsi per giorni e superare la data d’insediamento della nuova presidenza di Biden il 20 gennaio. Che senso avrebbe procedere lo stesso dal momento in cui – in linea di principio – l’impeachment serve ad evitare che un presidente in carica continui ad esercitare le sue funzioni?

Certamente per i dem la messa in stato d’accusa avrebbe un valore simbolico e di condanna politica, necessaria a segnare uno sparti acque con il passato e a mostrare pubblicamente che a un evento di portata così grave grave siano corrisposte conseguenze altrettanto gravi. Inoltre la Costituzione americana non prevede limiti temporali per l’avvio del processo, che teoricamente potrebbe riguardare anche a azioni compiute negli ultimi giorni della presidenza. Per facilitare il procedimento senza interferire con l’inizio del nuovo mandato di Biden il capo dei Democratici alla Camera Hames Clyburn aveva suggerito che dopo l’approvazione della Camera il processo al Senato potesse essere rimandato, iniziando dopo i primi 100 giorni di insediamento dell’amministrazione. Lunedì invece il presidente eletto ha suggerito di alternare le sessioni dell’impeachment con le sedute per ratificare le nomine dei suoi ministri in Senato. Ma l’esito del processo resta nelle mani dei repubblicani: starà a loro decidere se sancire un definitivo allontanamento dal leader che hanno seguito e appoggiato per quattro anni o se invece “fargliela passare liscia”.

Il 25esimo emendamento

I Democratici voteranno oggi in Aula la richiesta di rimuovere Trump dalla carica di presidente ricorrendo al 25esimo emendamento. La costituzione prevede che – quando non è il presidente stesso a presentarla perché incapace di assolvere i suoi compiti per ragioni mediche o personali – sia il vice presidente, d’accordo con almeno 15 membri del governo, a richiedere che il potere passi al secondo nella linea di successione. Ma non è nemmeno questo il caso, visto che né il governo né Pence si sono espressi in questo senso. Anche in questo caso sarà la Camera a dover presentare la mozione. In un primo momento i democratici l’hanno fatto con una modalità che richiede il voto all’unanimità da parte dei repubblicani in Aula per essere ratificata velocemente.

L’intento era quello di dare ai membri del Gop una copertura: nessuno poteva essere identificato come “traditore” se tutti avessero votato a favore. Ma i repubblicani hanno rifiutato questa possibilità, restii a passare il testimone di Trump a Pence, aprendo una nuova frattura tra i due partiti dopo l’apparente conciliazione avvenuta in Congresso durante la certificazione della vittoria di Joe Biden. “I repubblicani alla Camera hanno respinto questa legislazione volta a proteggere l’America, consentendo agli atti di sedizione del presidente, instabili e squilibrati, di continuare. La loro complicità mette in pericolo l’America, erode la nostra democrazia e deve finire”, ha dichiarato la speaker della Camera Nancy Pelosi dopo che il Gop si è opposto alla discussione immediata della risoluzione.

La richiesta di ricorrere al venticinquesimo emendamento per destituire Trump dunque sarà votata alla Camera oggi, martedì 12 gennaio, con il passaggio regolare: e dovrebbe passare. Ma da lì Pence avrà 24 ore per attivare l’emendamento. L’atteggiamento del vice presidente, fino ad oggi, è stato ambiguo: secondo una fonte vicina a Pence citata dalla Cnn, vorrebbe tenere in serbo tale opzione qualora Trump intraprendesse nuove azioni sconsiderate. Ma il suo entourage teme che possa essere proprio una destituzione dalla carica (proprio come l’impeachment) a provocare Trump.

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