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Gli ultimi dieci giorni di Trump alla Casa Bianca

Di Matteo Laruffa
Pubblicato il 10 Gen. 2021 alle 15:49 Aggiornato il 10 Gen. 2021 alle 15:52
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Immagine di copertina
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti dal 2017 al 2021

La presidenza di Donald Trump volge al termine. Mancano dieci giorni alla fine dei suoi quattro anni alla guida degli Stati Uniti e il suo mandato si conclude con alcune delle pagine più buie della storia americana.

Dopo le accuse sulla “vittoria rubata” e le chiamate al segretario di Stato della Georgia per sovvertire il risultato delle elezioni, è arrivato il mercoledì nero di Washington.

Il 6 gennaio 2021 il Congresso, cioè l’altare della democrazia americana, è stato profanato e il processo elettorale è stato interrotto dall’attacco al Campidoglio da parte di centinaia di estremisti.

A meno di due settimane dall’inauguration day della presidenza di Joe Biden, cosa farà Trump? Lo scenario più probabile, ossia quello che vede Trump in carica fino al mezzogiorno del 20 gennaio, non è l’unico né quello più sicuro.

Si possono ipotizzare almeno altri tre scenari possibili e ogni scenario è carico di rischi che legano il destino del presidente uscente a quello della democrazia americana.

Il primo è quello più lineare secondo il quale il presidente uscente termina il mandato il 20 gennaio alle 12.00. Uno scenario che in circostanze ordinarie non lascerebbe presagire nulla di allarmante.

In realtà non si possono escludere ulteriori eventi violenti. Sono emersi degli inquietanti segnali di allarme su come i gruppi del 6 gennaio si stiano riorganizzando per un secondo attacco al Campidoglio in programma per il 19 o il 20 gennaio.

Le forze dell’intelligence americana hanno intercettato i messaggi di chi sta orchestrando il “ritorno a Washington” o un movimento “occupy Washington”. Le conversazioni sono circolate su social network alternativi o microblog come Parler (oscurato da Google nella giornata di ieri, sabato 9 gennaio).

La piattaforma TheDonald.win è stata invasa da messaggi che inneggiano alla violenza e alla chiamata alle armi contro il Campidoglio. Questo scenario rischia di essere esplosivo, dato che il presidente in carica sarebbe lo stesso che il 6 gennaio non aveva mobilitato la Guardia Nazionale e non si può escludere che il presidente possa ostacolare il dispiegamento di forze per prevenire il peggio.

Il secondo scenario è quello di un altro impeachment. Più di 150 membri del Congresso tra le file dei democratici hanno firmato una risoluzione per incriminare il presidente e la speaker Nancy Pelosi è su questa linea.

Se l’iter dovesse aver seguito, allora per la prima volta nella storia un presidente si ritroverebbe coinvolto in un procedimento di messa in stato di accusa per ben due volte.

Il terzo scenario è quello dell’attivazione del venticinquesimo emendamento, cioè dell’articolo della Costituzione americana che permetterebbe di rimuovere anticipatamente il presidente, esautorandolo, lasciando il suo ruolo al vicepresidente Mike Pence.

Il 57% degli americani – secondo un sondaggio YouGov per Cbs – chiede che il presidente sia rimosso dalla Casa Bianca e lo ritiene responsabile di aver incoraggiato l’escalation violenta contro il Campidoglio.

Entrambi questi due scenari rischiano di riaccendere la violenza del popolo dei sostenitori di Trump, che troverebbero il pretesto per ripetere altri attacchi ai simboli della democrazia americana.

Il presidente eletto Biden ha lasciato intendere che né ’impeachment né il venticinquesimo emendamento sono le sue priorità e ha aggiunto che avrebbe fatto di tutto per mandare via Trump in anticipo se l’America avesse dovuto attendere altri sei mesi. Per Biden è il momento di riunire gli americani e affrontare insieme la pandemia.

Infine, resta una quarta ipotesi. Verosimilmente, il presidente terminerà il mandato senza alcun passo indietro, ma c’è anche chi in queste ore ha suggerito al tycoon di farsi da parte.

Questa via sarebbe la più saggia. Le dimissioni di Trump permetterebbero di ridurre la tensione intorno alla capitale americana e la guida provvisoria di Mike Pence darebbe maggiore credibilità e garanzie sulla gestione imparziale delle prossime giornate di tensione in vista del 20 gennaio.

L’avvicendamento alla Casa Bianca non avverrebbe come un atto punitivo e quindi non creerebbe la narrativa del “martirio” che alimenterebbe la veemenza dei trumpiani più radicalizzati per molto tempo.

Infine, seppur le possibili responsabilità di Trump sono assolutamente uniche, data la gravità dell’assalto al Campidoglio (e la morte di cinque persone durante l’attacco del 6 gennaio), dimettendosi il presidente uscente potrebbe sperare nella stessa sorte che toccò a Richard Nixon.

I due presidenti Nixon e Trump hanno dimostrato alcuni parallelismi circa l’abuso dell’executive priviledge, o più semplicemente dello status presidenziale, ma Trump si trova in una condizione ben peggiore di quella del suo predecessore che fu travolto dal vortice mediatico, politico e giudiziario del Watergate.

Tuttavia, le dimissioni di Nixon evitarono la rottura del sistema di Washington e la successiva “grazia” concessa dal presidente Ford permise la pacificazione nazionale dopo gli scandali dei primi anni Settanta.

“Bisogna abbassare la temperatura”, dicono i consiglieri dei due presidenti, sia quelli di Trump, sia quelli del transition team di Biden: altrimenti, la ferita che il trumpismo lascerà nel futuro rischia di essere molto più profonda di quanto immaginiamo.

Secondo il sondaggio citato sopra, il 12% degli americani intervistati si è detto a favore di quanto successo nella rivolta di Washington, il 9% ha descritto i manifestanti di “fight for Trump” come “cittadini arrabbiati” e il 5% come “patrioti americani”.

Se Trump dovesse essere il capro espiatorio dei prossimi dieci giorni, la violenza potrebbe diventare una costante della politica americana degli anni avvenire.

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